sabato 21 maggio 2016

"Nuove dottrine agronomiche crescono"


di Luigi Mariani

I LIMITI ALLA PRODUTTIVITÀ DELLE COLTURE

Figura 1 – radiazione solare globale media annua (MJ m-2)
che arriva alle diverse latitudini del pianeta
A 45° di latitudine Nord, una fascia benedetta da Dio perché vi allignano aree agricole fertilissime e assai produttive, giungono in media ogni anno 6000 MJ m-2 di radiazione solare globale (figura 1). Di questa solo il 50% è sfruttabile dalle piante per la fotosintesi, per cui scendiamo a 3000. Una pianta di mais per ogni MJ produce 4 grammi di sostanza secca, per cui su un ettaro e in un anno otteniamo 3000 MJ m-2 x 4 g MJ-1 x 10000 m2 x 1/1000000 t g-1= 120 t ha-1. Morale: un ettaro di terreno può potenzialmente produrre in un anno 120 tonnellate di sostanza secca di mais che, ipotizzando una percentuale di granella (harvest index) del 60% si traduce in 72 t ha-1 di prodotto utile finale.

72 tonnellate per ettaro sono un’enormità, se raffrontate con le 12 tonnellate per ettaro che sono la produzione media annua del mais in pianura padana. Un tale divario fra produzione potenziale e reale si giustifica anzitutto con il fatto che il mais non sta in campo per 365 giorni l’anno. Inoltre dobbiamo considerare le decurtazioni produttive dovute alle seguenti limitazioni:
  • limitazioni termiche (temperature non ottimali)
  • limitazioni idriche (acqua nel terreno in eccesso o in difetto)
  • limitazioni nutrizionali (anidride carbonica, azoto, fosforo, potassio e altri nutrienti presenti in quantità non ottimale)
  • avversità atmosferiche (gelo, grandine, vento, neve, ecc.)
  • avversità biotiche (da insetti, acari, funghi, batteri, malerbe, ecc.)

Questo giustifica da un lato il dovere primario dell’agricoltore di minimizzare tali limitazioni e dall’altro l’attività dei tecnici (agronomi, periti agrari, genetisti, fitopatologi, entomologi, chimici meccanici e altri) che nel sistema agricolo o a monte e a valle dello stesso operano con questo stesso obiettivo.

Sottolineo inoltre che una delle più grandi eredità culturali del’agronomia del XX secolo è quella per cui tutte le limitazioni alla produzione agraria si possono stimare in termini quantitativi (ad esempio la limitazione termica con curve di risposta, la limitazione idrica con bilanci idrici e le limitazioni nutrizionali con bilanci dei nutrienti). Queste nozioni quantitative connesse all’agricoltura mi sono state trasmesse dai miei maestri ed io stesso ha avuto modo per anni di trasferirle ai miei studenti e agli agricoltori che si sono avvalsi dei miei consigli.



ALLE RADICI DEL RACCAPRICCIO

A ben vedere è proprio la visione quantitativa descritta nel paragrafo precedente che rende per me raccapricciante l’immane capacità propria del nostro tempo di partorire a getto continuo nuove “filosofie agricole” che si propongono di superare l’agricoltura convenzionale per riportarci a un’età dell’oro che è solo nelle teste dei propugnatori delle filosofie stesse. In genere i sistemi proposti hanno alcuni caratteri comuni che sono i seguenti:

1. partono in genere dall’idea di fallimento del sistema agricolo globale e pertanto si propongono palingenesi altrettanto globali (mai un “filosofo” che si limiti per modestia ad applicare il suo nuovo metodo al proprio orto; vogliono tutti salvare il mondo dalla “catastrofe incombente”)

2. sono oltremodo carenti sul piano delle verifiche sperimentali basate su prove parcellari opportunamente replicate e sottoposte ad analisi statistica (ricordo che la statistica applicata per la biologia nasce proprio in ambito agricolo con lo scopo di smascherare i “venditori d’olio di serpente”

3. sono di solito monomaniacali, per cui in questa surreale galleria troviamo chi odia la fisica e dunque rifiuta di lavorare il terreno, chi odia la chimica organica e dunque accetta solo i fitofarmaci inorganici, chi odia la chimica di sintesi (arrivando perciò a sostenere che una molecola d’urea partorita dalla pancia di un mammifero è buona e quella che deriva da una sintesi industriale che parte dall’azoto atmosferico è deleteria per le piante), chi odia l’industria sementiera e sostiene che i semi debbano essere moltiplicati solo dai singoli agricoltori, chi odia le colture specializzate (arrivando ad affermare che la sola agricoltura buona è quella che in uno stesso campo coltiva in uno stesso istante mais, frumento, fagiolo, veccia … e chi più ne ha più ne metta, con buona pace per la meccanizzazione), chi risolve tutto con la musica classica (ottima per combattere i parassiti e far produrre di più le piante) e chi odia la zootecnia al punto da proporne sic et simpliciter l’abolizione.

4. nascono, si sviluppano e si radicano in contesti urbani in quanto oggi la cultura nasce nelle città, che sono poi gli unici angoli del pianeta in grado di partorire simili sciocchezze senza la più lontana ombra di vergogna.

5. radicano con facilità nel mondo dei media e vengono spesso fatte proprie da politici in carriera che ne apprezzano in modo del tutto acritico l’anelito salvifico. Esempio emblematico è quello del biodinamico che, dopo essere stato oggette di dotti convegni in Bocconi, sarà presto (pare) insegnato nelle nostre università, grazie ai buoni uffici del ministro dell’agricoltura Martina.

 
CHE DIRE, CHE FARE?

A chi mi chiede come ci si debba regolare rispetto a queste filosofie credo utile proporre le considerazioni che seguono.

La prima è quella per cui, prima di dichiarare che il sistema agricolo globale ha fallito, è quantomeno consigliabile consultare le statistiche, le quali nella loro apparente aridità ci dicono che nel XX secolo la produzione agricola globale è sestuplicata a fronte di un aumento di quattro volte della popolazione globale. In ciò risiede la ragione del fatto che la percentuale della popolazione mondiale in condizioni di insicurezza alimentare sia scesa dal 50% del 1945 al 10% odierno. Utile al riguardo è altresì consultare le statistiche sulla vita media, i cu livelli crescenti non dipendono ovviamente solo dall’agricoltura ma che dalla migliorata alimentazione traggono innumerevoli vantaggi.

In secondo luogo ai sistemi agricoli è importante applicare un logica di tipo evoluzionistico, per cui se l’attuale sistema agricolo-alimentare globale si è affermato su tanti altri sistemi, qualche ragione ci dovrà pur essere, che non sia solo quella della perfidia del capitalismo o dello stato imperialista delle multinazionali.

In terzo luogo penso che sia necessario che ognuna delle filosofie in questione superi una verifica razionale di tipo quantitativo consistente nel verificare con opportuni modelli quanto cibo sarebbe in grado di produrre a livello globale oppure, nel caso delle filosofie che propugnano l’abolizione dei concimi azotati di sintesi, nel verificare se si sia oggi in grado oggi di sopperire al fabbisogno proteico globale del genere umano senza far ricorso a tali concimi, che oggi lo coprono al 50%. Inoltre a biologici e biodinamici chiedo come pensano di risolvere il problema dell’inquinamento da rame, che usano in quantità considerevoli in quanto rifiutano i fungicidi organici, che proprio perché organici sono passibili di degradazione da parte della microflora del terreno (mente il rame non se lo fila nessuno per cui resta nei terreni, nei secoli dei secoli). Ai biodinamici chiedo inoltre di farsi i conti con un semplice bilancio dell’azoto circa quanto azoto richiede una data coltura e quanto sono in gado di fornire ad essa con i loro metodi.

Invito anche a non trascurare l’elemento interpretativo secondo cui molte di queste “nuove filosofie agricole” nascono con l’obiettivo di creare nicchie di mercato che a fronte della promessa di cibi sani e puri offrono al consumatore prodotti a prezzi del tutto esorbitanti. Al riguardo penso che rispetto a queste filosofie produttive la legislazione dovrebbe essere improntata alla massima tutela del consumatore, con un sistema di controlli più che mai severo e fondato sula regola “producete il cibo come volete ma il consumatore dev’essere garantito circa la salubrità dello stesso”. Dico questo anche perché è stata a mio avviso troppo frettolosamente messa a tacere la vicenda del 2011 in cui un’azienda agricola biologica tedesca che produceva germogli di fieno greco provocò la morte di 54 persone e 10mila ricoveri in ospedale fra Germania e Francia (Frank, 2011). Pertanto non vorrei che in virtù del luogo comune, che i media propaga all’infinito, secondo cui “cibo biologico = cibo puro, buono e sano” si finisse per lesinare sui controlli, che sono oggi più che mai essenziali per noi consumatori.

Più in generale invito i “nuovi filosofi agricoli” a considerare che i sistemi del socialismo reale sono crollati per tantissime ragioni, una delle quali era l’assenza di un’industria sementiera, annichilita non solo dall’odio per il sistema capitalistico ma anche dall’affermarsi di filosofie strane come il lisenkismo, il quale rifiutava la genetica mendeliana in nome di un folle ritorno a Lamark.

In conclusione dunque se la capacità di sviluppare nuovi sistemi filosofici è una delle più alte capacità del genere umano, il rischio di cadere in derive metafisiche è molto elevato quando si tratta del sistema agricolo-alimentare globale. Al riguardo occorre dire che la storia ci offre innumerevoli esempi su cui riflettere per non ricadere di nuovo in errori già più volte commessi in passato. Inviterei in particolare a riflettere su fenomeni quali la grande carestia d’Irlanda, il grande balzo in avanti di Mao e la politica agraria di Pol Pot (il quale, non va dimenticato, è un prodotto della cultura europea, avendo studiato a lungo alla Sorbona).


Bibliografia

Frank et al., 2011. Epidemic Profile of Shiga-Toxin–Producing Escherichia coli O104:H4 Outbreak in Germany, The New England Journal of Medicine, 365, nov. 10, 1771-1780.


Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del
Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.
 

5 commenti:

  1. Vorrei far notare che si sarebbero evitati 50 morti e tutti i ricoveri ospedalieri, comprese quelle 3000 persone che ne sono uscite con danni permanenti alle funzioni renali, solo se il protocolli del biologico avessero permesso, ma invece lo proibiscono, un lavaggio con acqua clorata (varechina per intenderci)dei semi prima della messa in germinazione. Faccio notare che nessuno dei paranoici biologici vieta che la varechina sia usata nelle loro case.

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  2. Non ci stupiamo e teniamo duro. Il sistema mediatico è padrone di questi argomenti.

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  3. Caro Luigi,

    mi sembra che l’articolo sia ampiamente condivisibile ma, definendo “nuovi filosofi agricoli” le persone che contesti (peraltro innominate: chi sono?), e che presumibilmente filosofi non sono (quantomeno io, che di filosofia mi occupo da una vita, non ne conosco), si rischia di reiterare l’antico e mai spento luogo comune sulla filosofia come vaniloquio e discorso astratto e insensato che mi meraviglierei se tu facessi tuo.
    Altro discorso è invece quello sul “folle ritorno a Lamarck”. Certo è ovvio che nessuno oggi possa seriamente pensare di tornare a Lamarck, e tuttavia nella scienza e teoria della scienza attuale sussistono posizioni neolamarckiane minoritarie ma significative. Non ti tedierò richiamando le pagine in proposito del mio libro (La tragica armonia, pp. 806-826 e altrove), augurandomi che non sia visto come il testo di un “filosofo agricolo” non essendomi mai impegnato nell’agricoltura: richiamerò piuttosto il testo di scienziati come E.J. Steele (Somatic Selection and Adaptive Evolution) o i testi di R. Lewontin (ad es. Gene, organismo e ambiente), i quali ritengono appurata in date condizioni la possibilità per le cellule somatiche di vegetali di assumere funzioni germinali, ciò a cui va aggiunta la consapevolezza circa la “transcriptasi inversa” che ristruttura il Dna correggendo il "dogma centrale della biologia", mostrando l'inversione della normale sequenza dal Dna alle proteine.


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  4. Marco

    Lamarck nel suo tempo è stato un grande scienziato, sono le conseguenze e soprattutto le applicazioni pratiche che ne hanno fatto altri; per giunta a distanza di tempo e quando altre conoscenze si erano aggiunte, dando un senso diverso alle intuizioni di Lamarck. Erano infatti solo funzionali ad un disegno politico.

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