martedì 13 febbraio 2018

Il "lato oscuro" del miracolo economico: il movimento ambientale italiano tra divisioni interne e ricerca d'identità. Sesta parte

 

di MIRKO BUETI

 


Dopo la seconda guerra mondiale la storia del movimento ambientale italiano è largamente analoga agli sviluppi che hanno scandito la genesi e il successivo consolidamento di una moderna coscienza ecologista a livello internazionale tra i primi anni Settanta e la metà del decennio successivo.
Tuttavia, il dibattito sulle origini di nuove sensibilità ambientali fortemente connotate da implicazioni politiche e sociali ha assunto caratteristiche affatto originali, focalizzando la riflessione attorno agli esiti peculiari e contraddittori innescati dal processo di modernizzazione durante il periodo storico definito “Anni Sessanta”, compreso tra il 1958 e il 1973¹. In particolare, sono due i fattori che hanno rivestito una rilevanza cruciale: il primo riguarda i gravi squilibri territoriali provocati da un imponente e incontrollata espansione urbana, esacerbata dai potenti flussi migratori interni e dall'estensione della base industriale su scala nazionale; il secondo attiene agli effetti generati dal rapido avvento della società affluente e dal protagonismo collettivo delle nuove forze sociali cresciute nelle pieghe del balzo industriale che dettero vita alla “stagione dei movimenti”². 
Nel corso degli anni Cinquanta il potente sviluppo economico culminato nel quinquennio 1958-1963 del “miracolo economico” e il correlato fenomeno di imponente immigrazione interna - che riempì le città e svuotò le campagne e a un tempo spostò milioni di individui dal sud al nord - comportarono gravi manomissioni al territorio e consistenti problemi urbanistici, a causa della progressiva concentrazione della popolazione e del comparto produttivo su circa un decimo del territorio nazionale³. Con il decisivo concorso di una prassi amministrativa tendente a trasformare le utilità collettive offerte dal territorio in valori appropriabili dai precettori e dagli intermediari della rendita⁴, l'attività edilizia larghissimamente praticata per mezzo di logiche speculative e parassitarie produsse guasti ambientali assai gravi, quali il susseguirsi di frane e alluvioni dovute al diffuso dissesto idrogeologico, ma anche ingenti danni al patrimonio storico-artistico mediante i celebri sventramenti urbanistici, che colpirono città d'arte come a esempio Roma, Venezia, Napoli e Palermo⁵.
Tuttavia, nonostante queste evidenti alterazioni all'ambiente, i deboli tentativi di riannodare i fili dell'impegno protezionista pre-bellico durante il decennio successivo alla ricostruzione da parte di alcune figure di riferimento come Videscott e Ghigi naufragarono di fronte alla prospettiva di abbandonare una condizione storica di arretratezza economica, che generò nell'opinione pubblica e complessivamente nel paese un atteggiamento di evidente favore nei confronti dei modelli espansivi in atto⁶. È necessario attendere la prima metà degli anni Sessanta per assistere a una decisa ripresa del movimento protezionista sorretta dal crescente attivismo di nuove associazioni, fondate qualche anno prima.
La progressiva influenza sull'opinione pubblica delle campagne organizzate da Italia Nostra (1955), Pro Natura (1959), Lipu (1964) WWF Italia (1966) segnano la nascita di una “seconda generazione” conservazionista⁷ culturale e naturalista che, mantenendo una fondamentale continuità con la tradizione precedente, ne promosse un significativo rinnovamento delle forme di impegno e delle questioni su cui intervenire. Sebbene il quadro teorico rimanesse quello legato alla interpretazione del degrado ambientale quale conseguenza “collaterale” di processi produttivi ritenuti non sufficientemente razionalizzati, questa seconda generazione riuscì a cogliere alcune implicazioni politiche e a formulare alcune posizioni critiche dei processi di modernizzazione⁸. In particolare, Italia Nostra, accanto alla classica opera di sensibilizzazione e di lobbying elaborò, dopo la svolta del 1960⁹, una prassi innovativa incentrata sulla fondamentale attenzione alla pianificazione urbanistica e ai piani regolatori, che permise di cogliere le implicazioni politiche del degrado ambientale¹º. Parimenti importante fu lo sviluppo di un'inedita pratica del “conflitto” che, attraverso lo sforzo dei comitati locali, promosse numerose vertenze giuridiche nei confronti delle amministrazioni pubbliche e delle imprese private, sui casi di scempi edilizi, deturpazioni del paesaggio e dei monumenti storici¹¹.
Un momento di grande rilevanza fu la fondazione della sezione italiana del WWF che operò una vera e propria rottura culturale interna al movimento, promuovendo modalità di attivismo e di mobilitazione dei propri associati orientati a un'impostazione manageriale di stile anglosassone¹². Fino ad allora la tutela dell'ambiente costituiva una pratica ristretta alle elites culturali e scientifiche: WWF Italia mise in campo una serie di iniziative che favorirono la familiarizzazione del grande pubblico con i problemi ambientali¹³. Grazie alle prime iniziative educative all'interno delle scuole e alle rivoluzionarie campagne pubblicitarie sui grandi mezzi di comunicazione, allestite mediante le più avanzate tecniche di marketing, le tematiche ecologiche uscirono dall'esiguo spazio delle discussioni accademiche e scientifiche per entrare nelle case degli italiani: per la prima volta l'associazionismo ambientale non era più destinato a una circoscritta cerchia di benestanti, ma si apriva alla società, con ampie potenzialità di massa¹⁴.
Seguendo percorsi sostanzialmente autonomi da quelli dell'associazionismo, un'inedita sensibilità ambientale emerse in seno alla mobilitazione studentesca e operaia che caratterizzò la stagione dei movimenti a partire dal '68¹⁵. Il contesto più generale era quello del frammentarsi e moltiplicarsi anche in Italia delle linee di conflitto e delle priorità valoriali legati all'affiorare di nuovi paradigmi conflittuali “post-materialisti”, che esulassero dal tradizionale settore delle relazioni industriali per esprimere bisogni riguardanti beni intangibili, come partecipazione, qualità della vita, istruzione, uguaglianza, pace ecc... L'intenso e duraturo ciclo di proteste (1968-1974) segnò il passaggio da una lotta di difesa democratica a quella di massa antagonista basata su istanze di rifiuto, ribellione e contestazione diretta, mediante il protagonismo di nuove soggettività sociali generate dalla modernizzazione: a fianco della figura tradizionale dell'operaio qualificato si diffuse quella dell'operaio di massa, ex contadino, immigrato meridionale, sprovvisto di tradizioni sindacali, mentre centinaia di migliaia di giovani in età lavorativa venivano tenuti fuori dal mercato del lavoro dalla scolarizzazione di massa¹⁶.
A partire dall'autunno caldo tra queste nuove forze sociali si instaurò una fondamentale solidarietà, capace di generare inedite forme di conflitto di classe, che non si limitarono al salario, ma si allargarono a problematiche esterne alla fabbrica: dalla originaria attenzione per la tutela della salute operaia, le istanze dei lavoratori si estesero alle lotte contro la nocività dei processi produttivi nel territorio¹⁷ coinvolgendo tecnici, professionisti, studenti, comitati di quartiere in una più ampia campagna di rivendicazioni legate ai servizi sociali di base quali scuole, assistenza sanitaria, verde pubblico, diritto allo studio e alla formazione professionale¹⁸.
A favorire l'emergere di queste innovative istanze contribuirono gli esiti di una ricca riflessione politica promossa dai circoli della Nuova Sinistra incentrati sulla non neutralità della scienza e del progresso tecnico, che sollevò il problema della qualità sociale dello sviluppo, sottolineando la continuità tra condizioni di lavoro e condizioni di vita considerate il risultato delle stesse modalità di sfruttamento del lavoro e di appropriazione privatistica delle risorse¹⁹. Il ripensamento della dottrina ortodossa costituì un concreto terreno di avvicinamento tra marxismo ed ecologismo, contribuendo potentemente al maturare di una nuova concezione delle questioni ambientali, che non si limitavano soltanto ad affrontare le problematiche relative ai beni naturali e artistici, ma acquisivano connotazioni sociali, di ambiente di vita, con particolare attenzione alle aree urbane e alle condizioni di vita dei cittadini²⁰. All'interno di questo contesto emerge anche in Italia quella che è stata definita ecologia politica, che identifica la difesa dell'ambiente con l'impegno di una più ampia trasformazione del sistema capitalista, attraverso una drastica modificazione nella distribuzione del potere politico e sociale²¹.
Molteplici esperienze editoriali concorsero nei primi anni Settanta all'elaborazione di quella sensibilità, attraverso percorsi politico-culturali innovativi capaci di introdurre un vasto pubblico alle più aggiornate tematiche ecologiche discusse a livello internazionale²². Significative furono le vicende della rivista Ecologia, diretta da Virginio Bettini e orientata a raccogliere le diverse voci di scienziati e tecnici italiani per andare oltre la compartimentazione specialistica e delineare i termini di una “politica dell'ecologia”. La breve durata della pubblicazione 1971-1973 lasciò tuttavia una importante eredità con il supplemento “Denunciamo” diretto sempre da Bettini e curato dai giovani del Movimento ecologico di Milano, che esprimeva l'anima movimentista del gruppo editoriale, quella più politicamente attiva. Non meno importante fu la rivista “Sapere” che a partire dal 1974 sotto la direzione di Giulio Maccacaro innovò la propria tradizione di divulgazione scientifica affrontando tematiche di esplicito rilievo sociale e politico, tra le quali comparvero con frequenza crescente quelle ambientali ed ecologiche²³. Infine, la pubblicazione del rapporto sui limiti dello sviluppo da parte del Club di Roma nel 1972 suscitò un acceso dibattito pubblico accelerando il processo di diffusione delle tematiche ecologiste discusse in ambito internazionale all'interno dell'opinione pubblica italiana²⁴. In particolare, si confrontarono le diverse anime della sinistra di classe, tra le quali emerse la posizione critica dell' “ecologia conflittuale” di Dario Paccino, direttore della rivista “Natura e società”, edita dall'associazione Pro Natura. Il suo libro “L'imbroglio ecologico” interpretò fino in fondo la diffidenza diffusa nella sinistra nei confronti dei difensori della natura, ma ebbe il merito di avvicinare alla battaglia ambientalista anche i partiti e i movimenti di estrema sinistra allora al massimo dell'attivismo e dell'influenza nella cultura italiana²⁵.
Dunque, muovendo dalle lotte operaie contro le lavorazioni e le produzioni nocive che interpretarono le tematiche ambientali quali aspetti del conflitto di classe, maturò una traslazione di significato volta ad affermare la centralità politica e sociale della questione ambientale²⁶. Tuttavia, la scarsa capacità di costruire reti di collaborazione tra i molteplici ed eterogenei gruppi ecologisti di base unita alla forte dipendenza dall'universo delle sinistra “Vecchia e Nuova”, ostacolarono per tutto il decennio la costituzione di un autonomo, unitario e consapevole movimento ambientalista²⁷. Queste difficoltà emersero con forza in occasione della vicenda dell' ICMESA, l'azienda chimica responsabile nel 1976 della fuoriuscita di una nube tossica che investì una vasta aree del comune di Seveso. I tentativi da parte del movimento ecologista di Milano e di alcuni gruppi della Nuova sinistra di suscitare iniziative di protesta e di mobilitazione collettiva denunciando le responsabilità degli industriali, naufragarono di fronte al prevalere nella popolazione locale di atteggiamenti concilianti e remissivi per favorire il rapido ritorno alle attività lavorative: « they prove unable to cope with the moderatism of the conventional ecology association as well as the loca population, both reluctant to engage in a compaign which had been radicalised since the very beginning »²⁸. 



Note bibliografiche
 
¹M. Flores-A. De Bernardi, Il Sessantotto, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 113-115
²Cfr. S. Neri Serneri, Incorporare la natura, cit.; M. Diani, Green networks, cit.; M. Diani, Isole nell'arcipelago. Il movimento ambientalista in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988; R. Biorcio-G. Lodi (a cura di), La sfida verde. Il movimento ecologista in Italia, Liviana, Padova, 1988; Roberto Della Seta, La difesa dell'ambiente in Italia. Storia e cultura del movimento ecologista, Franco Angeli, Milano, 2000
³Cfr. G. Dematteis, Le trasformazioni territoriali e ambientali, in, AAVV, Storie dell'Italia repubblicana. Le trasformazioni dell'Italia: sviluppo e squilibri, Vol II, Giulio Einaudi editore, Torino, 1995, 661-712 
Ivi cit., p. 668
G. Della Valentina, Storia dell'ambientalismo in Italia, cit., pp. 93-97
F. Pedrotti, Il fervore dei pochi. Il movimento protezionistico italiano dal 1943 al 1971, Temi, Trento, 1998.
S. Neri Serneri, Incorporare la natura, cit., pp. 278-280
R. Della Seta, L'ambientalismo, in, G. Pasquino (a cura di), La politica italiana. Dizionario critico 1945-95, Laterza, Roma-Bari, pp. 151-152 
⁹Grazie all'entrata nei quadri dirigenti di architetti e urbanisti, l'associazione con la stesura della carta di Gubbio muta filosofia d'azione: dalla tutela del singolo monumento, la salvaguardia si estende al tema della destinazione d'uso del territorio urbano di interi quartieri; E.H. Mayer, I pionieri dell'ambiente, cit., p. 151
¹ºIvi cit., pp. 153-157
¹¹R. Della Seta, L'ambientalismo, cit., p. 153
¹²A. Poggio, Ambientalismo, Editrice Bibliografica, Milano 1996, pp. 65-67
¹³Tra queste figurano l'acquisizione diretta di territori naturali da tutelare, le oasi, che aprirono la strada a un sistema di salvaguardia più diretto e concreto e l'invenzione nel 1968 dei campi di attività naturalistica, capaci di educare i giovani, creare un serbatoio di collaboratori e ricercatori e sensibilizzare i turisti; A. Poggio, L'evoluzione dell'ambientalismo in Italia, in, A.F. Saba-E.H. Mayer (a cura di), Storia ambientale una nuova frontiera storiografica, Teti editore, Milano, 2001, pp. 184-185
¹⁴G. Della Valentina, Storia dell'ambientalismo in Italia, cit., pp. 89-90
¹⁵S. Neri Serneri, Incorporare la natura, cit., p. 281
¹⁶A. Mangano, Le culture del Sessantotto: gli anni Sessanta, le riviste, il movimento, Centro documentazione, Pistoia, 1989, p. 42-44
¹⁷Sono i consigli di fabbrica delle grandi aziende del nord a promuovere le prime forme di lotta all'inquinamento dei cicli industriali; A. Poggio, Ambientalismo, cit., p. 46
¹⁸M. Diani, Green networks, cit., pp. 23-24
¹⁹In particolare fu la figura di Raniero Panzieri a denunciare l'accettazione acritica delle vie dello sviluppo tracciate dal capitalismo per costruire le basi materiali del socialismo; A. Mangano, Le culture del Sessantotto: gli anni Sessanta, le riviste, il movimento, cit., p. 48
²ºM. Citoni-C. Papa, Marxismo e ecologismo. Prove di avvicinamento nella stagione dei movimenti, in, M. Boyer (a cura di), Cantiere rosso-verde. Karl Marx (in pillole), Ediesse, Roma, 2010.
²¹M. Diani, Green networks, cit., p. 25-27
²²M. Citoni-C. Papa, Marxismo e ecologismo, cit., p. 133
²³Ivi cit., 135-144
²⁴Cfr. L. Piccioni-G. Nebbia, I limiti dello sviluppo in Italia, cit.
²⁵A. Poggio, Ambientalismo, cit., p. 44
²⁶S. Neri Serneri, Culture e politiche del movimento ambientalista, in, F. Lussana-G. Marramao, L'Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta. Culture, nuovi soggetti, identità, Rubettino, Soveria Mannelli, 2003, p. 372
²⁷M. Diani, Isole nell'arcipelago. Il movimento ambientalista in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 70
²⁸M. Diani, Green networks, cit., p. 30



Prima parte: Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno: tra società, cultura e scienza
Seconda parte; I proto-ambientalisti: conservazionismo sulle due sponde dell'Atlantico.
Terza parte: L'era dell'ecologia. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno.
Quarta parte: Tra ecologia e nuovi movimenti sociali: nasce l'ambientalismo
Quinta parte: I pionieri dell’ambiente in Italia: dalle origini alla caduta del regime fascista.






Mirko Bueti

Dottore in Documentazione e Ricerca storica, laureato all'Università degli Studi di Siena. E' studioso della storia del movimento ambientale





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