martedì 28 settembre 2021

UNA LUNGA MARCIA: la ricerca dei mezzi per proteggere le coltivazioni

 

di ALBERTO GUIDORZI

 

Il maggiolino (Melolontha melolontha) è stato uno dei flagelli più gravi per l'agricoltura.


Chi non conosce la storia della lotta dell’uomo per difendere le proprie coltivazioni e ora sproloquia sull’agricoltura avvelenatrice di oggi o rimpiange l’agricoltura del nonno o del bisnonno, non sa quello che si dice. Infatti, è quanto risulta dalla conferenza di J.L. Bernard dal titolo“ Une longue marche : la recherche de moyens pour protéger les culture”.
 
La prima forma di agricoltura del “taglia e brucia” aveva lo scopo di liberare il campo dalla flora indesiderata che nuoceva alle piante e dalle quali voleva ricavare una derrata alimentare. Oltre al fuoco l’uomo si dotò di strumenti rudimentali tipo vanga o zappa, senza negligere di intervenire con le mani per estirpare la flora avventizia. Quali altri nemici dei raccolti esistevano e da cui doveva difendersi? Se leggiamo i testi storici pervenutici apprendiamo di popoli che si distruggono i raccolti vicendevolmente per vincere la guerra, poi, dato che la biodiversità era ben maggiore, bisognava difendersi da animali erranti sia domesticati che selvatici. Infine vi erano gli insetti come le cavallette, gli efippigeri, i bruchi defogliatori e xilofagi ecc.ecc. Sempre questi testi ci dicono che la difesa contro i roditori delle derrate stoccate era all’ordine del giorno e il gatto fu il primo contrasto messo in atto; si parla, poi, già di usare i sali di arsenico. Come topicida è anche noto fin dall’antichità il bulbo di scilla marittima rossa ad azione nefrotossica o l’oleandro per le sue sostanza cardiotossiche. Il pungitopo si chiama così perché i romani lo ponevano nelle dispense per contrastare i topi, credevano che pungendosi si allontanassero. Per gli insetti invece si usavano infusioni di aconito o di anice stellato. Era usata anche l’azaridactina, che è la sostanza resuscitata in agricoltura biologica oggi. Da nessuna parte si legge che la grande biodiversità di allora (fonte di concorrenza tra viventi e di iperparassitismo) sia riuscita a essere strumento di lotta biologica. È bene dire però che le sostanze fitofarmaceutiche testé citate, da un punto di vista della tossicità per l’uomo non hanno nulla da invidiare con molti insetticidi di sintesi recenti, ma che, però, ormai sono stati banditi. Molto meno tossici sono invece quelli di ultima generazione come i piretroidi ed i neonicotinoidi. Notare inoltre che nei tempi antichi non si parla mai di malattie in quanto a differenza dei parassiti sopraccitati, queste non erano visibili all’uomo di quei tempi. Altra categoria di animali da cui difendersi erano gli uccelli, specialmente come divoratori dei semi dei campi seminati a spaglio ed a cui si faceva fronte in primis con lo spaventapasseri. Nei testi antichi si parla perfino di disinfezione dei semi con immersione in decozioni velenose liquide o semiliquide (povere api “antiche”); un po’ un ancoraggio storico delle moderne tecniche di concia e di rivestimento delle sementi.

In questa carrellata storica non si possono non citare i filosofi greci come Aristotele e Teofrasto. Il primo nella sua Storia degli animali riferisce dell’effetto tossico dell’olio sugli insetti, dell’effetto repulsivo delle fumigazioni e descrive di avere constatato che gli insetti sentono gli odori (dopo 2000 anni abbiamo verificato la giustezza della sua intuizione con la scoperta dei ferormoni), il secondo invece puntualizza meglio la concorrenza alimentare tra i vegetali e evidenza l’aspetto positivo della vangatura e della zappatura del terreno. E’ il primo che dice che le piante si ammalano come gli animali e l’uomo, cosa poi riscoperta molti secoli dopo.

Una carrellata sui rimedi proposti dagli autori latini la si può fare partendo da una coltura simbolo del tempo che è la vite ed in particolare da Columella che appunto proviene da una famiglia di viticoltori spagnoli. Egli parte innanzitutto facendo constatazioni sui danni da eventi meteorici, da malattie quali i marciumi, funghi superiori (Armillaria mellea), cita casi distruttivi di insetti (cocciniglie e larve varie), per poi passare a consigli agronomici ed anche a pratiche magiche (talismani, arti magiche), senza dimenticare l’invocazione della protezione divina. Sono anche descritti metodi di lotta diretta: spargimento di ceneri, fumigazioni, uso di sostanze amare o maleodoranti (vi immaginate farlo ora nelle vigne prospicenti gli abitati?). Addirittura si ha notizia di abbozzi di trattamenti chimici come quelli citati da Catone contro le tignole, da Plinio contro la muffa grigia (si parla già dell’arsenico, che sarà naturale ma l’elevata tossicità nessuno gliela toglie) e da Varrone per combattere le infestanti.

Comunque non si può non far notare che in antico il problema più importante nelle agricolture erano le erbe infestanti anche perché seminando a spaglio l’unico metodo, una volta queste instauratesi nei campi coltivati, era di estirparle a mano e solo molto tardivamente. Della concorrenza ai raccolti che facevano le infestanti ne parla perfino Gesù nella parabola della zizzania, solo che dà una soluzione (lasciare crescere la malerba e suddividere grano e zizzania al raccolto) che non soddisfa certo il contadino, anche se per molto tempo questa è stata la sua condizione. 

Un modo per combattere le erbe infestanti fu il passaggio dall’aratro chiodo (apparso circa 6000 anni fa), all’aratro versoio; anche se il primo sradicava le malerbe in vegetazione, non permetteva, però, di mandare in profondità i semi superficiali che erano caduti e che quindi germinavano assieme al grano, mentre il secondo infossava in profondità sia i semi superficiali che eventuali infestanti vegetanti. Tuttavia in contemporanea riportava in superficie semi rimasti vitali dopo l’infossamento precedente, anche se il numero di questi era molto inferiore. Vi è anche da dire che se l’aratro chiodo aveva bisogno di minor forza di trazione, l’aratro versoio obbligava a moltiplicare gli animali che lo trainavano; tuttavia attacchi plurimi all’attrezzo potevano far mettere in coltura dei terreni più argillosi che prima non erano coltivati perché esigevano eccessiva forza di traino. Dunque l’aratro versoio e la mano dell’uomo furono gli unici strumenti a disposizione per molti secoli. 
 
 
Aratro chiodo a sinistra, a destra un primitivo esempio di aratro versorio.


 
Infatti la pratica del “maggese” aveva come scopo principale quello di predisporre le terre alla successiva semina del grano o della segale. La predisposizione consisteva appunto nel lasciare incolto affinché germinassero i semi delle infestanti e le conseguenti piante erano distrutte da una prima aratura fatta a maggio (da qui il nome) appunto perché non avevano ancora disseminato. Non erano infrequenti ulteriori arature prima della semina della coltura da raccogliere, volta sempre a distruggere le piante infestanti che erano ulteriormente germinate. Pertanto l’agricoltura di una volta, oltre ad essere poco concimata per il mantenimento allo stato brado degli animali allevati, era praticata con sistemi che riducevano la sostanza organica (sarebbe bene che qualcuno prima di parlare di ritorni al passato si ricordasse di questo e della CO₂ che veniva emessa anche un tempo con il sommovimento del terreno). Tuttavia della cosa non si preoccupavano più di tanto perché credevano che il solo riposo ripristinasse una non ben definita “forza vitale” assimilabile ad un ripristino di fertilità. Sembra che la credenza, benchè smentita da due millenni di esperienza non sia morta se pensiamo ai metodi biodinamici. Tuttavia il problema comunque non si risolveva, nel senso che dopo la semina della coltura da raccogliere le malerbe crescevano ugualmente e dato che si seminava a spaglio il diserbo manuale poteva essere fatto solo tardivamente con l’ausilio delle mani nude di donne e bambini, La pratica durò dal tempo dei Romani, compreso tutto il Medioevo e infine per tutto il Rinascimento fino ad arrivare al XVIII sec.. Comunque spesso occorreva intervenire in maggio per estirpare a mano ciò che era cresciuto sopravanzando la pianta del frumento. Una rivoluzione in ambito della protezione delle piante dalla concorrenza delle piante infestanti fu poi l’introduzione della seminatrice meccanica (1720 in Inghilterra e 1750 in Francia) che permetteva la semina in file e di conseguenza il diserbo dell’interfila mediante attrezzature apposite. 
 

Progetto di Jethro Tull (1674-1741). Fonte: "Horse-Hoeing Husbandry: or, an Essay on the Principles of Vegetation and Tillage. Designed to introduce a new method of culture; wherein the produce of land will be increased, and the usual expence lessened. Together with accurate descriptions and cuts of the instruments employed in it. The third edition, very carefully corrected", Jethro Tull, IV edizione del 1762.


 
 
Nei decenni del XIX sec. infatti, assistiamo alla creazione di una grande serie di macchine che man mano si perfezionarono per poter eliminare meccanicamente le malerbe nell’interfila, ad integrazione di quella manuale dell’uomo. È da rimarcare che il diserbo manuale con la semina a spaglio si poteva fare solo tardivamente quando le malerbe sovrastavano o quasi il frumento, mentre con la semina a file esso fu reso molto più precoce e quindi divenne molto più efficace. Pertanto la favola che si racconta oggi che si può, seminando grani antichi molto alti, soffocare le malerbe è solo una storiella ben raccontata perché chi l’ascolta non sa che le malerbe nascono quando la pianta del frumento è piccola e crescono più velocemente di questo. Insomma la lotta tra contadino ed erbe infestanti iniziò con l’agricoltura, continuò per tantissimi secoli ed ancora è attuale.

Sempre rimanendo sul frumento che rappresentava la coltura alimentare per eccellenza, verso la metà del XVIII sec. un evento molto grave cominciò ad arrecare danni nei seminativi, vale a dire si notò che molti semi seminati non originavano una nuova piantina di grano. Era sopraggiunta la malattia detta “Carie del grano” che ci è pervenuta dall’Europa dell’Est. Un certo Tillet, senza sapere cosa combatteva, ha verificato che immergendo prima della semina i semi di grano in una soluzione di calce con aggiunta eventualmente di salnitro le emergenze delle piantine di grano erano molto migliori. Iniziò la pratica della calcitazione delle sementi. Solo successivamente (1807) un certo Prévost dimostrò trattarsi di un fungo che in onore di Tillet fu chiamato Tilletia tritici. Prévost dimostrò pure che una soluzione di solfato di rame era migliore per combattere la carie, tuttavia dovettero trascorrere 50 anni prima che la pratica prendesse piede, in quanto ci si accorse che la manipolazione a mani nude minava la salute dei contadini (insomma che il rame fosse anche lui molto pericoloso l’avevano scoperto nel 1800 e giustamente applicarono il principio di precauzione, mentre oggi se ne minimizzano i pericoli e conseguenze perché il coltivare biologico non può farne a meno. Il principio di precazione deve valere solo per i prodotti di trattamento dell’agricoltura convenzionale! Comunque è la dimostrazione che la concia delle sementi, tanto messa in discussione oggi, iniziò ben due secoli fa. 

 
Metodi per preservare il frumento dalle malattie, immagine tratta da: "Cours complet d'agriculture théorique, pratique, économique, et de médecine rurale et vétérinaire, suivi d'une méthode pour étudier l'agriculture par principes" del 1791.



 
 
Un altro aspetto che all’epoca angustiava sia gli agricoltori, che lo stoccaggio pubblico delle derrate era la conservazione di queste. Non di meno era un problema per il commercio delle derrate tanto che Réaumur nel 1734 ebbe a dire che si trattava di un problema di Stato. Non bisogna dimenticare che i magazzini erano quello che erano (cosa che si lamenta ancora oggi nei paesi sottosviluppati) e che le mietiture spesso generavano partite eccessivamente umide al punto che dopo poco tempo le muffe rendevano il prodotto incommestibile, ma comunque era mangiato! Se poi rapportiamo il tutto alle produzioni di quei tempi, che non superavano i 10 q/ha, ben si comprende che difficilmente si arrivava a saldare una raccolta con la successiva (si ricordi che la non saldatura ripetuta tra le campagne fu uno dei motivi che portò il popolo in piazza negli anni precedenti lo scoppio della Rivoluzione francese). Duhamel de Monceau nel 1765 propose prima del trasporto a lunga distanza la stufatura e l’immissione di aria secca nelle stive delle navi. E’ di questo periodo inoltre la descrizione della Tignola del grano (Sitotroga cerealella) introdotta dall’Egitto; fu Parmentier a consigliare la chiusura dei granai. Non si possono neppure dimenticare i danni della calandra del grano (Sitophilus granarius), Nel 17°-18° sec. alle case padronali e patrizie del Nord Italia cominciò ad essere accostato il “brolo” un orto-frutteto che aveva anche funzione decorativa tramite la messa a dimora di piante da frutto varie abbastanza ravvicinate e formate convenientemente con potatura e piegature, solo che subito sorse il problema della protezione dei frutti dai parassiti di queste piante. E’ in questo frangente che nascono i mastici a base di escrementi bovini misti ad argille per coprire le superficie dei rami tagliati, come pure liscivie saponose contenenti zolfo, calce o infusioni di tabacco distribuite sulle fronde o sparse sui tronchi mediante spugne. Ci si rende conto dell’impatto sull’opinione pubblica se oggi obbligassimo degli operai a eseguire questi lavori o si analizzassero i residui dei frutti così impiastricciati? 
 
"Histoire d'un insecte qui devore les grains de l'Angoumois; avec les moyens que l'on peut employer pour le détruire" M. Duhamel du Monceau e M. Tillet, 1762.



Se facessimo una rapida scorsa sulla seconda coltura principe dell’epoca dopo il grano, noteremmo che fino al XVIII sec. non si parla di pratiche protezione della vigna, se non quelle appartenenti alle lustrazioni o addirittura quelle ancorate al Medioevo per le quali era possibile, in quanto creature di Dio, processare gli animali (anche quelli dannosi per le coltivazioni) e propinare loro scomuniche, esorcismi pubblici, condanne a morte, giudizi in contumacia. Occorre cercare di capire il contesto, altrimenti oggigiorno si riderebbe solo di queste pratiche, infatti, lo spettro della fame a quei tempi era sempre dietro l’angolo, si annoveravano carestie e penurie di cibo un anno ogni 10-15 e anche meno a causa di eventi atmosferici avversi, quindi anche i parassiti contribuivano. Di fronte a situazioni di malnutrizione, causa dell’affermarsi poi di gravi epidemie, il potere doveva inventarsi qualcosa per calmare la disperazione e l’inquietudine profonda e sincera della collettività. Vi anche da dire che fino ad ora sulla vigna non erano ancora arrivati i flagelli che hanno caratterizzato la seconda metà del XIX sec. Il primo fu la tignola dell’uva (Lobersia botrana), i cui attacchi erano talmente gravi da obbligare perfino lo sradicamento di vigne intere. Inizialmente si intervenne raccogliendo manualmente le foglie dove la farfalla aveva deposto le uova, poi si passò ai trattamenti invernali mediante acqua bollente sui tronchi di vite, dove svernava la tignola. Un altro parassita oggi dimenticato furono le larve del maggiolino che minava l’apparato radicale; anche qui si cominciò con la raccolta delle larve bianche rimesse in superficie da arature nell’interfila (si usavano anche stormi di tacchini molto ghiotti delle larve), poi si comprese che era meglio raccogliere gli adulti quando fuoriuscivano dal terreno e quindi furono usati “stormi” di ragazzini e donne. Si tentò anche la guerra biologica, ma fu presto abbandonata per i risultati molto insoddisfacenti, è utile far notare che i funghi parassiti e gli iperpasassiti che si usarono allora sono gli stessi che la lotta biologica attuale tenta di usare.

L’intensificazione degli scambi commerciali tra Nuovo e Vecchio Mondo e che possiamo collocare tra il 1750 ed l’inizio del XX sec. permise il passaggio dei parassiti da un Mondo all’altro. Gli americani ci “regalarono”, nell’ordine di tempo: afide lanigero, peronospora della patata (“donata” loro dal Sudamerica), oidio della vite, fillossera, peronospora e black-rot sempre della vite, il tonchio dei fagioli e la dorifora. A nostra volta noi li “ricambiammo” con la cecidomia del grano, il verme delle mele, la cavolaia, la processionaria e la piralide del mais ecc.

Vale la pena soffermarsi sull’arrivo dell’Oidio in Francia nel 1847 che provocò talmente tanti danni che fece crescere in 10 anni il litro di vino da 9 a 29 franchi. Per questa malattia la nascente branca di ricerca della protezione delle piante trovò presto il rimedio tramite insufflazioni di zolfo, elemento chimico che diede origine alla nascita alla farmacopea fitosanitaria e che collegò l’agricoltura con l’industria chimica in quanto lo zolfo estratto dalle miniere doveva essere triturato e sublimato.

Per combattere l’oidio si pensò che nel paese d’origine esistesse del materiale resistente da cui partire per fare miglioramento genetico. Purtroppo il reperimento indiscriminato introdusse in Francia prima ed in Europa poi l’afide della fillossera. Inoltre la vite americana dava vino di sapore totalmente diverso e poco conservabile rispetto alla vite europea. I primi danni seri furono osservati nel 1863 e la causa fu identificata nel 1968. La malattia si estese inesorabilmente ed in 50 anni l’insieme delle vigne europee ne furono invase.

 
Danni da oidio                                           Danni da fillossera


 

 
Le prime forme di lotta furono la sommersione dei terreni, il trasferimento delle vigne nei terreni sabbiosi, perché dimostratisi habitat poco adatti all’afide, iniezioni nel terreno di solfuro di carbonio tramite pali iniettori. Vi immaginate se fossimo costretti oggi a mettere in atto una pratica del genere? Cosa direbbero coloro che hanno deciso di costruire la loro casa in zone tradizionalmente viticole?
 
 
 
   Sommersione di un vigneto                          Iniezioni di solfuro di carbonio               

 
Comunque sia, piano piano s’individuò nell’innesto su piede americano delle viti europee e con ciò terminò una pratica millenaria di rinnovo della vigna tramite la propaggine. Questa importazione di materiale vegetale ci fece un altro regalo, cioè la peronospora della vite (arrivataci nel 1878 tramite semi di uva raccolti in America per vedere di trovare ceppi resistenti all’oidio). Millardet scoprì per caso l’azione positiva del rame, infatti i vignaioli per non farsi rubare l’uva nei filari prospicenti le strade praticavano l’irrorazione con sospensioni di solfato di rame per farle diventare blu e far credere che le uve fossero avvelenate. Fu così che si notò il minor diffondersi della malattia su queste viti e che poi nel 1885 si mise a punto la poltiglia bordolese. Dunque 150 anni fa la vigna dovette subire trattamenti periodici tramite spargimento di polveri di zolfo e solfatazioni tramite irrorazioni di solfato di rame. Visto che i due parassiti avevano un loro ciclo vitale legato molto alle condizioni climatiche e che i trattamenti erano solo preventivi, nel 1898 sorsero le prime stazioni pubbliche di avvertimento ripetuto nel tempo di imminente pericolo dell’insorgenza della malattia.

Possiamo datare intorno al 1870 l’inizio della lotta biologica, il primo successo (1888) si ebbe quando si introdusse la coccinella Rosolia cardinalis per combattere la cocciniglia cotonosa. Successivamente però si incorse in vari insuccessi come l’uso tra il 1890 ed il 1920, di funghi entomofagi appartenenti ai generi Metarhizium e Beauveria ed il primo uso del B. Thurigiensis tra il 1911 ed il 1940.

Il diserbo del grano che limitava l’uso della manodopera e che colpiva le piante dicotiledoni (crucifere) divenne presto una priorità già alla fine del XIX sec. Nel 1898 Bonnet propose l’uso del solfato di rame in soluzione (dai 20 ai 60 kg/ha). Il metodo man mano prese piede e si sostituì nel sale l’elemento rame con il ferro, ma si provarono anche molte altre sostanze caustiche. Nel 1911 venne proposto l’uso non più dei sali dell’acido solforico, ma l’acido stesso diluito e tra le due guerre se ne generalizzò l’uso. In Italia era più a buon mercato “l’uomo diserbatore” vuoi per motivi sociali ma anche per i bassi salari. Nel 1945, cioè dopo la seconda guerra mondiale, dobbiamo datare l’inizio dell’uso dei fitormoni di sintesi.

Anche la genetica cominciò a dare il suo contributo. In Francia il primo frumento ibrido, Dattel del 1883 era ben resistente alla ruggine nera e alla stretta, In Italia lo Strampelli dal 1920/30 con i suoi ibridi contribuì notevolmente a diffondere le resistenze alle ruggini del frumento. Anche sul melo in Inghilterra (stazione di East Malling a partire dal 1912) fu condotta una classificazione dei portainnesti in base a vigore, compatibilità, stato sanitario, rusticità e soprattutto di resistenza all’afide lanigero sull’apparato radicale. A seguito della classificazione cominciò l’applicazione di numerosi incroci.

Possiamo datare intorno agli anni 1930 la diffusione e la capillarità della protezione delle piante con prodotti minerali in quantità e caratteristiche tossicologiche tali che oggi porterebbero in piazza tutti i consumatori e gli agricoltori sarebbero tutti in galera per attentato alla salute pubblica. Ogni anno venivano usate in Francia bel 300.000 t di queste sostanze attive (oggi sono 60.000, di cui 1/3e usato in agricoltura biologica, e molto meno tossici per l’uomo) come: zolfo, rame, acido solforico, derivati dell’arsenico, solfuro di carbonio, estratti nicotinici e oli minerali e nessuno controllava i residui. Dunque è completamente l’inverso di ciò che la propaganda dei media riporta oggi, vale a dire che se relativizziamo le lamentele di oggi esse dovrebbero tutte trasformarsi in manifestazioni di giubilo. Le piante più protette erano le viti, i frutteti, la patata e il frumento. Il primo prodotto di sintesi data 1944 e la lotta biologica aveva già mezzo secolo di storia e ne è sempre continuata la ricerca; dunque abbiamo 100 anni di esperienza e quindi se siamo ancora al punto in cui siamo significa che le soluzioni sono difficili da trovare e quindi chi dice che la lotta biologica risolve i problemi della protezione ci racconta un sogno che purtroppo continua. Miglior sorte ha avuto la lotta integrata iniziata nel 1970.
 
 
 
ALBERTO GUIDORZI
Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana. 
 
 
 

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