lunedì 9 febbraio 2026

DUE DIVERSI MODI DI RACCONTARE LA VITA RURALE E L’AGRICOLTURA AL CINEMA

di MICHELE LODIGIANI





Agricoltura e vita rurale

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Il 28 dicembre 1895 si tenne a Parigi, nel Salon Indien del Grand Café al Boulevard des Capucines, la prima proiezione pubblica di un film: La Sortie de l'usine Lumière à Lyon (L’uscita dalle officine Lumière a Lione). Un evento che viene considerato l’atto di nascita della settima arte e che in qualche misura ne ha costituito una sorta di imprinting tematico: da sempre la narrazione cinematografica ha privilegiato l’ambiente urbano rispetto a quello rurale, quest’ultimo il più delle volte soltanto sfondo di vicende che poco o nulla hanno a che fare con l’agricoltura e con chi la pratica. E’ una regola che, nei 130 anni trascorsi da quella prima storica proiezione, ha avuto diverse eccezioni. Fra le molte citazioni possibili si vuole qui ricordare gli immortali Riso Amaro di De Santis (una storia di risaia che ha il passo di una tragedia greca) e L’albero degli zoccoli di Olmi (una commossa elegia contadina per un passato di cui si onorano i valori profondi e si denunciano nel contempo le drammatiche iniquità sociali): il primo, del 1949, uscito quando l’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo; il secondo, del 1978, girato quando di quell’Italia non si era ancora del tutto persa la memoria. Negli ultimi decenni la rappresentazione che il cinema ha restituito dell’agricoltura è stata fortemente condizionata dalle grandi trasformazioni sociali e culturali nel nostro come negli altri paesi occidentali, dove ormai solo una modestissima minoranza di addetti lavora i campi e la grande prevalenza della popolazione vive in città. Ne sono scaturiti due filoni diversi e contrastanti, l’uno che ha cura di documentarsi sull’agricoltura e su chi vi opera (nel bene e nel male), l’altro aderente alla realtà quanto l’immagine, invertita e deformata, riflessa da uno specchio ricurvo: Alcarràs – L’ultimo raccolto appartiene al primo filone; Omelia contadina al secondo.


Alcarràs - L’ultimo raccolto – Nell’aspro paesaggio di una zona interna della Catalogna la famiglia Solè conduce da tre generazioni un pescheto in forza di un accordo verbale fra galantuomini che l’antico proprietario del terreno stabilì con il patriarca dei Solè, Rogelio, a saldo di un debito di gratitudine contratto nei suoi confronti per la protezione avutane ai tempi della Guerra Civile. A Rogelio è succeduto il figlio Quimet, attorno al quale si raccolgono – nella totale commistione fra famiglia e impresa, fra produzione e affetti – tutti i parenti. La vicenda dei Solè assume così un doppio motivo di interesse: nella sua specificità induce alla partecipazione empatica alle vite dei protagonisti, dall’altra rappresenta un caso paradigmatico delle situazioni con cui diversi milioni di famiglie agricole europee si confrontano ogni giorno. Anche all’antico proprietario è succeduto il figlio, e proprio da una sua lettera con la quale comunica al vecchio Rogelio la decisione di destinare il terreno alla realizzazione di un impianto fotovoltaico prende le mosse il film. Ciò che esso racconta è infatti l’ultima stagione da frutticoltori dei Solè, nella ritualità ripetitiva dei lavori di campagna, fra campi da irrigare, agrofarmaci da distribuire, vecchi trattori da riparare, animali selvatici da contrastare, fino all’ultimo faticoso raccolto da consegnare alla cooperativa, difficilmente ad un prezzo soddisfacente o anche solo commisurato all’impegno profuso. Consuetudini ben note ai Solè: è ciò che hanno sempre fatto, è ciò che sanno fare, è ciò che sono destinati a non fare più. Dopo il raccolto, infatti, il pescheto sarà espiantato. Ecco quindi che quest’ultima stagione, nell’incertezza di quelle che seguiranno, si distingue da quelle che l’hanno preceduta anche sul piano della vita famigliare: il vecchio Rogelio osserva in uno smarrito silenzio quanto gli accade intorno; Quimet si incupisce, si isola in un attivismo rancoroso; le donne di famiglia  ̶ meno drammatiche e più concrete ̶ vi oppongono il loro solido buon senso; il figlio adolescente alterna alla scontrosa riservatezza introspettiva tipica dell’età la ricerca (non meno tipica) del riconoscimento paterno; i bambini … fanno i bambini, percepiscono le tensioni senza perdere la spensieratezza, la fantasia, la naturalezza. La regìa misurata di Carla Simòn tiene con sapienza in perfetto equilibrio il racconto delle vicende aziendali e quello della quotidianità famigliare, riuscendo a dare al film il colore della verità, in questo anche supportata da un cast straordinario di attori non professionisti “presi dalla strada” o meglio, date le circostanze, “presi dai campi”.


Omelia Contadina – Di tutt’altra matrice il film di Rohrwacher e JR. Anche in questo caso l’ambientazione è rurale. Le riprese sono state fatte sull’Altopiano dell’Alfina (al confine fra Toscana, Umbria e Lazio) dove Rohrwacher vive e dove di ritorno da una permanenza all’estero (forse piuttosto lunga) è rimasta profondamente turbata da quanto il paesaggio fosse nel frattempo mutato. Queste le parole che scriveva su Repubblica nel febbraio 2019 in una lettera aperta ai “governatori” delle 3 regioni interessate: “… ho assistito a quello che, senza esagerare, definirei uno dei più drastici cambiamenti del territorio da quando sono nata: un paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato, dove campi, siepi, alberi scompaiono per lasciar posto a campi di nocciole a perdita d’occhio”; “… mi sembra chiaro che siamo davanti a un fenomeno che trasforma il bene di pochi nella maledizione di tanti”. Da questo fatto nasce il progetto realizzato con JR, noto street artist e fotografo francese, che nulla ha a che fare con il cinico e omonimo protagonista della lontana serie televisiva Dallas ma che, anzi, è autore di opere di arte pubblica attente all’impegno sociale e comunitario. Lo scopo dichiarato è quello di sostenere i “contadini che lottano e che cercano di sopravvivere a queste grandi monocolture e a questi giganti dell’agroindustria …”. Il cortometraggio, di soli 9 minuti, rappresenta un simbolico corteo funebre nel quale le gigantesche effigi di 4 persone (2 uomini e due donne, si presume contadini e contadine), portate a spalla da una folla silenziosa (si presume anch’essa costituita da contadini e contadine), percorre i campi dell’altopiano dell’Alfina (nei quali a onor del vero non pare di ravvisare alcuna presenza invasiva di noccioleti) fino a raggiungere le grandi fosse dove si svolge il rituale della sepoltura. Qui le riprese, che fino a questo momento erano prevalentemente fatte dal drone, tornano ad altezza d’uomo, per inquadrare i volti (dall’espressione compassata come dovuto, data la circostanza) di quanti fra i partecipanti al corteo si incaricano di recitare (anzi, per la precisione di leggere) le omelie vere e proprie. Ed anche in questo caso, come è opportuna convenzione anche nei funerali veri, si preferisce ricordare il defunto parlandone da morto e non da vivo, esaltandone quindi i pregi ed omettendone i difetti. Si onora quindi la sua memoria, ringraziando e celebrando “il contadino sconosciuto, che ha piantato le siepi per convivere con animali e insetti …”, “… quelli che non hanno avvelenato ciò di cui dovevano nutrirsi …”, “i contadini senza nome, che hanno conservato i semi e custodito l’esperienza e l’hanno donata e non venduta …”, “… e hanno protetto e consegnato a noi la ricchezza più grande che c’è: la biodiversità …”. E dopo la celebrazione, la denuncia: “… l’agroindustria, le grandi multinazionali che piantano monocolture intensive, che sottraggono la terra, la consumano e la inquinano, hanno ucciso la nostra agricoltura contadina …”, “… l’arroganza dei politici avidi e corrotti, l’ignoranza e l’incoscienza dei governatori, il silenzio di chi sapeva e non ha alzato la voce hanno ucciso l’agricoltura contadina …”, “quando vorrete tornare indietro e cercarla, quando capirete il prezioso lavoro che attraverso i millenni ha fatto senza mai pretendere niente non la troverete più …”. Nelle omelie più di un richiamo letterario: dalla Rachel Carson di “Primavera silenziosa” a echi pasoliniani. Ancora più letterario è tuttavia l’archetipo artistico che ispira il film che – forse inconsapevolmente – richiama il teatro epico brechtiano, dove non si punta all’immedesimazione dello spettatore ma se mai, svelando i meccanismi della finzione, ci si propone di farne un testimone e di stimolarne una riflessione. Al contrario che in Alcarràs, quindi, gli attori “contadini” non recitano se stessi ma – anche attraverso un’enfasi recitativa straniante come è proprio del teatro epico – soltanto una rappresentazione simbolica di se stessi. Assurdo pertanto, più ancora che improprio, definire Omelia Contadina un documentario, come hanno fatto altri critici forse indotti in errore dal tono didascalico e dalla noia mortale che esso, proprio come i peggiori documentari, è in grado di provocare a dispetto dell’estrema brevità. Ma al di là delle scelte stilistiche a lasciare perplessi sono anche i contenuti. Il film, come si è detto, origina dal turbamento provocato alla Rohrwacher dall’improvvisa espansione della corilicoltura nel territorio, che tanto improvvisa in realtà non è: basta una veloce verifica su google earth – che consente il confronto fra le immagini già leggibilissime del 2003 e quelle più recenti del 2022 – per rilevare che sì, c’è stata una certa espansione della coltivazione anche nelle zone dove la regista è cresciuta e ha girato diverse delle sue opere, ma che può parlare di “… paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato…” soltanto chi, come lei, le guarda riflesse da quello stesso specchio ricurvo e deformante di cui si è detto sopra, che le fa vedere una monocoltura dove ancora prevalgono di gran lunga i seminativi, gli erbai e le macchie boschive. Il paesaggio è infatti tutt’ora bellissimo e per nulla deturpato dai noccioleti (se mai da qualche impianto fotovoltaico!) che ne sono divenuti anzi un elemento caratteristico di pregio (come lo sono i vigneti e gli oliveti nelle rispettive zone di vocazione) e non da oggi. Negli areali dei laghi di Bolsena e di Vico infatti la coltivazione delle nocciole ha tradizioni antiche (si praticava già nel XV secolo) e i problemi che essa porta con sé – come quelli, reali, dell’eutrofizzazione delle acque dei bacini vulcanici – non sono certo nati oggi. Al contrario, oggi abbiamo le competenze scientifiche e tecnologiche per individuarne le cause, misurarne gli effetti e porvi rimedio, che non è certo quello di impedire lo sviluppo di un’attività che ha molti riflessi positivi sul piano economico ed anche su quello ambientale: il paesaggio infatti non si salva facendone una conservazione statica e “museale” – come si fa di ciò che è morto – ma abitandolo e assicurandone una vitalità economica, la sola condizione in grado di garantire ad esso un futuro e, in ultima analisi, la sola davvero rispettosa del passato. Un passato che per altro merita certamente di essere celebrato e onorato, ma assai meno di essere rimpianto. Ai tempi, infatti, il mezzadro del Centro Italia aveva davvero un problema (reale, non simbolico) di sopravvivenza e spendeva la sua fatica (e che fatica!) allo scopo primario di produrre due quintali di frumento per ogni bocca del suo nucleo famigliare, la quantità minima per garantire (anche qui: realmente, non simbolicamente) il pane quotidiano. Quanto alla biodiversità non sapeva neppure cosa fosse (come non lo sanno molti di quelli che ne straparlano) e riguardo al donare le esperienze anziché venderle è difficile pensare che si trattasse di una scelta e non di una costrizione dovuta alla semplice ragione che non c’era nessuno che le volesse comprare. Sono dunque questi i contadini di cui si vuole sostenere la lotta? E sono forse i giganti dell’agroindustria e le monocolture (per altro inesistenti) a volerne la condanna? Qualcuno di essi è stato forzato a produrre nocciole contro la propria volontà? La Ferrero ha occupato illegalmente i loro campi? O non è se mai più simile al vero il contrario? Non sono invece i sacerdoti dell’agricoltura che si autodefinisce “buona, pulita e giusta” a criminalizzare – senza alcun supporto scientifico – quanti fanno scelte tecniche ed imprenditoriali diverse, ad invocare per essi vincoli e divieti (spesso ottenendoli, come è avvenuto anche in questo caso ad opera di alcuni sindaci della zona), a pretendere per sé deroghe alle loro stesse regole? Non sarà invece che i “contadini resistenti” si facciano così volontariamente, ancorché inconsapevolmente, strumento di interessi di tutt’altra natura, ad esempio del sofisticato marketing del turismo e della gastronomia elitaria, capace di trasformare in fatto politico, in rivendicazione sociale, in gratificazione morale un prodotto che non è né più buono, né più sano, né più etico di altri? E cosa di meglio allora che inventarsi un alibi, una causa esterna, un nemico a cui attribuire la responsabilità del proprio declino che ne esce così non solo giustificato ma perfino nobilitato? E come trovarne uno migliore? Un gigante economico, una multinazionale con sede in Lussemburgo!

I due film dunque non hanno niente in comune se non l’amarezza di fondo e l’ambientazione rurale. Se Alcarràs è un ben riuscito esercizio di verismo cinematografico che rimette allo spettatore ogni giudizio sui personaggi e sui fatti che li coinvolgono (a partire da quello sull’opportunità di abbattere gli alberi per far posto ai pannelli fotovoltaici e quindi implicitamente sulle discutibili politiche energetiche europee), Omelia Contadina – in piena coerenza con il titolo – è invece predicatorio e moraleggiante. A ben guardare, inoltre, esso risulta assai meno coerente con il contenuto. Si potrebbe infatti anche osservare, con un po’ di malizia, che c’è qualche stonatura nella denuncia di una grande multinazionale alimentare da parte di un’autrice i cui film sono distribuiti da piattaforme controllate da multinazionali molto più grandi, che non solo e non tanto per le dimensioni quanto per l’uso che fanno di quanto di noi riveliamo ad esse con le nostre scelte di consumo costituiscono un rischio sociale, politico ed anche personale assai maggiore dell’abuso di Nutella. “Fate quello che dico, non fate quello che faccio”: ecco un detto popolare – la cui origine di incerta attribuzione si fa risalire a Platone, Seneca o Sant’Agostino – che nei millenni non ha mai cessato di essere attuale! Non basta a riscattare il film la bella frase che lo conclude: “Hanno provato a seppellirci ... non sapevano che eravamo semi”, una citazione spuria tratta da un testo del poeta greco Ntinos Christianopulos. Non è stata la Ferrero, né sono stati i produttori di nocciole, i politici, gli indifferenti o i distratti ad avere ucciso “l’agricoltura contadina”, bensì la selezione naturale, che nei fenomeni sociali come in quelli biologici assicura la sopravvivenza solo a quanti sanno adattarsi: chi si augura una rinascita di quell’agricoltura non è quindi meno velleitario e sciocco di chi con arditi esperimenti genetici si propone di resuscitare i mammuth. Non dal vittimismo dei contadini in lotta contro nemici immaginari, ma se mai dallo sgomento con cui i Solè osservano muti l’escavatore che espianta il loro pescheto, qualche seme del riscatto potrà, forse, tornare a germinare.



Michele Lodigiani

Dottore Agronomo e imprenditore agricolo. È stato spesso pioniere nell'adozioni di innovazioni di prodotto e di processo nel settore agroalimentare.

 



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