martedì 11 febbraio 2020

LE ZONE D’OMBRA DEL BIOLOGICO ITALIANO

di ERMANNO COMEGNA

                                                                                                                          

 tratto da "I Tempi della Terra" |n° 4|



Premessa
 
Il biologico è una branca dell’agricoltura in crescita in Italia, in Europa e nel Mondo. A differenza di molti altri segmenti produttivi, non ha raggiunto lo stadio di maturità e presenta tuttora tassi di sviluppo positivi in termini di produzione, di consumi e di scambi commerciali.
Nel primo semestre del 2019, il mercato italiano del biologico ha registrato un incremento dell’1,5% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente (fonte SINAB) e la crescita del numero di operatori attivi e delle superfici coltivate non si arresta da diversi anni. Nel 2018, l’Unione europea ha importato 3,3 milioni di tonnellate di materie prime agricole e prodotti trasformati di tipo biologico e l’Italia, nello stesso anno, ne ha acquistato dai Paesi terzi dell’Ue 186.000 tonnellate.
 
La stampa generalista e specializzata italiana ed i siti di informazione pullulano di resoconti esaltanti che decantano le virtù della produzione biologica, ponendola sistematicamente ad un livello superiore rispetto all’agricoltura convenzionale, descritta impietosamente come inquinatrice, irrispettosa dell’ambiente e del benessere degli animali, utilizzatrice indiscriminata di prodotti fitosanitari (che gli apologeti del biologico si compiacciono di chiamare spregiativamente pesticidi). In ultima analisi, l’agricoltura convenzionale sarebbe da abbandonare, promuovendo il passaggio verso la virtù del biologico.
Tale insistente narrazione non rispecchia la realtà e con questo scritto vorrei soffermare l’attenzione su alcuni punti critici, contraddizioni. debolezze ed opacità insite nel sistema dell’agricoltura biologica che ne mettono in discussione la supposta e pretesa superiorità sbandierata dagli agguerriti rappresentanti della categoria.
Le zone d’ombra non sono poche ed offuscano gli sforzi degli operatori biologici che si dedicano con convinzione, entusiasmo e probità a tale attività.
Richiamare all’attenzione tali fragilità e chiedere di metterle al centro della discussione e magari superarle non è un atto di ostilità nei confronti dei produttori biologici, ma una maniera per contribuire a migliorare la trasparenza ed il corretto funzionamento del mercato, nell’interesse dei consumatori, di tutti i soggetti economici della filiera e degli stessi operatori biologici. Inoltre, è un modo per contrastare i ripetuti ed ingiusti attacchi che gli organismi di rappresentanza del biologico muovono contro l’agricoltura convenzionale, immotivatamente additata di fornire risultati inferiori in termini di sicurezza alimentare, sostenibilità ambientale e qualità dei prodotti.

La produzione biologica: questa sconosciuta

Un primo aspetto sul quale è utile soffermarsi è la carenza di statistiche circa l’entità della produzione in biologico. Le pubblicazioni e gli studi in materia propongono una varietà ed abbondanza di dati sulle superfici coltivate (in conversione, biologiche e totali) e sul numero di operatori che scelgono questa strada, dai quali si arguisce un incontenibile successo e sviluppo del settore.
Purtroppo, però, di dati quantitativi sulla produzione non se ne trovano, se non in modo fortuito, frammentario e discontinuo. Di conseguenza, non è possibile valutare se esista o meno corrispondenza tra la crescita nominale (quella dichiarata in termini di adesione al biologico) e la potenzialità produttiva reale (quella misurata in termini di prodotti effettivamente ottenuti e immessi in commercio).
Per inquadrare nella giusta maniera la situazione, bisognerebbe partire da alcuni dati che assumono una fondamentale valenza e sono i seguenti: il 15,24% della superficie agricola utilizzata in Italia è occupata da coltivazioni biologiche (EUROSTAT) e la dimensione media delle aziende che si dedicano a questo modello produttivo è 3,4 volte più grande rispetto al valore nazionale e cioè 28,6 ettari contro appena 8,4 (fonte SINAB).
Dalla combinazione tra la celebrata virtù insita nella scelta del biologico, il profilo strutturale delle aziende che vi si impegnano, le restrittive regole che sovrintendono al funzionamento del settore e lo speciale legame che si forma con il consumatore (il rapporto 2018 SINAB ci dice che il prezzo all’origine dei prodotti biologici è del 34% più alto degli stessi non certificati), ci si aspetterebbe una disponibilità di dati quantitativi sulla produzione e l’immissione in commercio puntuale, rigorosa, precisa trasparente. Invece, ciò non accade e questo rappresenta un punto di debolezza per il settore.
La carenza di dati quantitativi sulla produzione, autorizza a ritenere che la diffusione del biologico non sia solo collegata all’attività di imprese agricole che seguono il nuovo approccio in modo serio e orientato al mercato, ma è in parte dovuto a scelte di tipo speculativo, assunte per accedere ai generosi contributi pubblici e ad altre agevolazioni e facilitazioni di cui si dirà in un successivo paragrafo.
A proposito, delle imprese agricole che passano dal convenzionale al biologico, la tendenza in Italia è in aumento, ma ogni anno ci sono agricoltori che escono dal sistema ed in alcune regioni i nuovi ingressi sono inferiori alle rinunce. Da fonti SINAB si apprende che, nel 2017, ciò è accaduto in Calabria, Puglia, Sardegna e Basilicata (qui).
La Commissione Ue calcola che, negli ultimi 5 anni, un minimo del 2% dei produttori biologici europei ogni anno abbandona il sistema, perché smette l’attività, oppure torna verso il convenzionale. Dati parziali elaborati dalla Commissione Ue, riferiti ad una parte dei 28 Paesi membri, indicherebbero che in media, ogni anno, 4.500 agricoltori hanno rinunciato al biologico dal 2013 al 2017, a confronto di 5.300 nuovi produttori registrati ( qui ).
Questo significa che anche nel segmento del biologico ci sono dei problemi di mercato, di sostenibilità economica e non manca il deleterio effetto della eccessiva burocrazia e dei connessi debordanti costi amministrativi. “I vincoli produttivi e gli associati costi per le aziende biologiche sembrano essere un importante motivo per tornare verso l’agricoltura convenzionale. Ulteriori ragioni includono la mancanza di una domanda locale, la burocrazia ed i costi della certificazione”, si legge nel citato recente rapporto della Commissione europea.
Intendo però tornare sulla opacità dei dati produttivi, eseguendo due analisi, di cui la prima riferita ad una situazione circoscritta (l’olivicoltura biologica in Sicilia) e l’altra generale che riguarda la complessiva produzione biologica in Italia.

Il curioso caso della produzione di olio di oliva biologico

In mancanza di dati ufficiali sulla produzione di olive ed olio con il metodo biologico, ho provveduto ad eseguire una stima, utilizzando il procedimento descritto di seguito:

  1. Il punto di partenza è la superfice di oliveto biologico a livello di regione Sicilia, pari a 42.101 ettari al 31 dicembre 2017 (dato SINAB);
  2. La stessa fonte fornisce i dati sulle rese delle principali colture, per anno, prodotto e regione. In riferimento alla Sicilia sono disponibili i dati del 2015 e del 2016, distinte per oliveti di collina e di pianura. La media dei valori riportati è pari a 6,3 tonnellate di olive per ettaro;
  3. A questo punto si calcola produzione di olive biologiche (261.026 tonnellate) e, applicando una resa al frantoio del 14%, si determina una produzione di olio biologico di 36.544 tonnellate.
Una produzione cospicua che segnalerebbe l’esistenza di una filiera di olio biologico con una solida massa critica produttiva ed economica. Peccato però che, secondo i dati di Ismea, la media della produzione complessiva di olio di oliva in Sicilia nelle ultime 4 campagne (dal 2016 al 2019) sia di appena 34.104 tonnellate.
E’ palese come ci sia qualche contraddizione, la quale peraltro emergerebbe, seppure in dimensioni diverse, ripetendo l’esercizio in altre regioni. Ad essere scrupolosi, l’incoerenza tra il volume della produzione attesa e quella effettiva esiste per l’intero settore della olivicoltura nazionale. L’applicazione del criterio di stima utilizzato per l’olio biologico in Sicilia, eseguendo i necessari aggiustamenti, porterebbe ad una produzione complessiva di olio potenziale italiana doppia rispetto a quella effettiva.
Quali insegnamenti si ricavano da tale esercizio? Il principale è che i dati sulla superficie coltivata non dovrebbero essere utilizzati come parametro per misurare lo stato di salute di un settore. Ciò vale sia per il segmento biologico che per l’intera agricoltura, perché, ad esempio, il sistema degli incentivi pubblici può indurre a dichiarare un determinato tipo di coltura per il solo scopo di intercettare i contributi della politica agricola comune.
L’esempio qui riportato spinge a ritenere che tale prassi sia diffusa non solo nella deprecata agricoltura convenzionale, popolata di imprenditori con manie speculative, oltre che scarsamente sensibili alle questioni ambientali, come sovente amano evidenziare i propugnatori del biologico, ma pure in questo peculiare ed alternativo metodo produttivo.
La carenza di dati sulla produzione biologica è inconcepibile ed ingiustificabile per evidenti ragioni. Il rapporto di fiducia che lega il consumatore con i produttori e con gli altri operatori della filiera è tale che i prezzi dei prodotti biologici sugli scaffali siano mediamente più alti del 56% rispetto alle stesse referenze non biologiche (fonte SINAB). Ciò esigerebbe un accesso alle informazioni ed una trasparenza ben più elevate rispetto a quanto oggi si verifica.
Il sistema delle certificazioni dei prodotti biologici si basa sull’intervento di un organismo di controllo terzo, il quale esegue una verifica in azienda, con una frequenza programmata sulla base dell’analisi di rischio che prevede almeno un accertamento completo annuale ed il rilascio di un attestato con il quale si sancisce l’idoneità alla produzione secondo il metodo biologico (si veda il BIOREPORT 2017-2018).
Le altre produzioni agricole ed alimentari a premium price, come ad esempio i formaggi DOP, i quali peraltro beneficiano di un differenziale di prezzo rispetto ai prodotti generici non così elevato come si è visto per il biologico, operano con un sistema decisamente più scrupoloso, nel quale ad essere certificato e contrassegnato è il prodotto. In questo caso, c’è una conoscenza del dato produttivo puntuale e tempestiva che è necessaria per diversi scopi: regolazione del mercato, tracciabilità, garanzia per il consumatore, contrasto delle operazioni fraudolente.
La relazione speciale numero 4/2019 della Corte dei Conti europea sul sistema di controllo per i prodotti biologici evidenzia alcune debolezze ed esigenze di miglioramento, in diversi passaggi.
In particolare afferma come non vi sono test scientifici tali da stabilire se un prodotto sia biologico. Inoltre, in riferimento specifico all’Italia, informa che “i due organismi di controllo esaminati hanno effettuato numerose visite verso la fine dell’anno, in un momento in cui sono meno efficaci, almeno per i coltivatori” e evidenzia come le segnalazioni di irregolarità non sono sempre tempestive e permangano delle debolezze nella tracciabilità che “dovrebbe consentire la verifica della qualificazione biologica di un prodotto lungo la filiera di approvvigionamento” (qui).

 
Quanto vale il biologico in Italia

Non è cosa agevole reperire i dati sul valore della produzione agricola di tipo biologico in Italia. Per rimediare ho applicato un metodo di valutazione che utilizza le fonti statistiche disponibili sul valore della spesa delle famiglie, importazioni ed esportazioni, basato su un procedimento a ritroso, lungo la catena del mercato che parte dalla domanda finale e risale alla fase agricola.
La ricognizione eseguita ha consentito di accertare che i consumi di prodotti alimentari di tipo biologico in Italia, nel 2018, ammontano a circa 3 miliardi, di cui 2,5 coperti dalla spesa delle famiglie e la rimanente parte sottoforma di consumi fuori casa. Le esportazioni di prodotti biologici ammontano a poco più di 2 miliardi di euro; mentre per le importazioni si dispone solamente dei dati quantitativi della merce proveniente dai paesi terzi rispetto all’Unione europea. Nel 2018, l’Italia ha importato 185.977 tonnellate di materie prime agricole e prodotti alimentari di tipo biologico.
Pertanto, nei 5 miliardi di valore di prodotti biologici commercializzati in Italia e venduti all’estero da operatori nazionali, sono comprese anche le importazioni.
Per risalire al valore della materia prima agricola, è stato applicato un coefficiente di 0,5, ottenendo così come valore massimo per le materie prime agricole di base di 2,5 miliardi di euro, al lordo di quelle importate.
Di conseguenza, l’incidenza della produzione agricola biologica sul totale dell’agricoltura italiana, tenuto conto delle approssimazioni, si attesta tra il 3 ed il 4%: un peso di gran lunga inferiore rispetto a quello che il settore ricopre in termini di superficie (oltre il 15%).
Le ragioni che spiegano lo scarso peso produttivo ed economico del segmento biologico in Italia sono legate essenzialmente a due fattori. Il primo è la prevalenza di colture estensive come le foraggere ed i prati e pascoli permanenti che coprono circa la metà dell’intera superficie biologica coltivata in Italia. A ciò si aggiunge la diffusione di operatori agricoli che si dichiarano biologici, per accedere ai contributi pubblici, ma che in effetti non certificano e non vendono come tale la produzione ottenuta.
Il fenomeno è ben conosciuto, ma se ne parla poco. C’è una sola regione in Italia (l’Abruzzo) che nel proprio PSR ha previsto una priorità nell’erogazione dei contributi per la conversione e per il mantenimento della produzione biologica, a favore dell’agricoltore richiedente con la licenza a vendere prodotti certificati. Tutte le altre, concedono aiuti pubblici agli agricoltori biologici a prescindere dalla effettiva commercializzazione di tali prodotti.
Una ricognizione eseguita in Basilicata, partendo dai dati degli organismi di certificazione ha dimostrato come “le aziende che valorizzano le proprie produzioni, certificandole come “bio” all’atto della vendita, sono 976. Si tratta del 20,5% di quante, potenzialmente, potrebbero farlo (circa 4.750 aziende a fine conversione)” (qui).
Oltre a dimostrare la scarsa efficacia della politica di sostegno a favore del biologico, perché va a premiare la rendita o l’opportunismo, piuttosto che l’attività di impresa orientata al mercato, i dati menzionati suggeriscono l’esistenza di problemi organizzativi, economici e commerciali delle imprese del settore.
Purtroppo, è assente in Italia una sana e pragmatica riflessione su tali fenomeni. Nelle pubblicazioni e nelle occasioni pubbliche dove si affronta il tema della produzione biologica, si preferisce indugiare sui successi in termini di superficie coltivate a biologico e numero di operatori che vi si dedicano; variabili queste poco rappresentative della realtà ed utili ad alimentare la solita narrazione di tipo trionfalistico. 

Le generose politiche di sostegno per il biologico 

Non è corretto sostenere che l’agricoltura biologica sia penalizzata dalla politica agricola e risulti meno incentivata rispetto a quella convenzionale. Il 98% delle aziende in biologico riceve i pagamenti diretti della PAC del primo pilastro, contro una percentuale del 93% per quelle convenzionali. In riferimento ai contributi della politica di sviluppo rurale (i PSR), la situazione è ancora più favorevole al biologico, giacché il 72% delle aziende di tale settore ottiene una qualche forma di pagamento, contro una percentuale di appena il 32% di quelle convenzionali (BIOREPORT 2017-2018).
Il settore biologico può contare su un intervento specifico (Misura 11) che, peraltro, dispone di una dotazione cospicua, pari a 1,8 miliardi euro per il settennio di programmazione 2014-2020, corrispondente al 9,5% dell’intero stanziamento per il secondo pilastro della PAC (qui).
I criteri di applicazione di tale intervento sono discutibili sotto molteplici aspetti. Colpisce la differenza nell’entità del pagamento per ettaro riconosciuto per la stessa tipologia di impegno (conversione o mantenimento) e coltura tra le regioni e provincie autonome italiane. Il menzionato studio della Rete Rurale Nazionale ha evidenziato come gli importi dei contributi per i prati ed i pascoli vanno da un minimo di 13 euro per ettaro nel caso del PSR meno espansivo ad un massimo di 450 euro per ettaro in quello più prodigo. Per l’olivicoltura biologica il divario è tra 390 e 900 euro per ettaro; mentre per i seminativi si va da 145 a 600.
Solo pochi PSR subordinano il pagamento per le colture foraggere e per i prati pascolo alla presenza di un allevamento biologico in azienda. Oltre ai maggiori costi (per le tecniche più rigorose) ed i minori ricavi (per le rese più basse) associate all’agricoltura biologica, il contributo pubblico copre anche i costi di transazione e cioè quelli sostenuti dall’agricoltore per la gestione della domanda ed il tempo necessario per le pratiche amministrative. Tale voce arriva ad incidere fino al 20% del pagamento erogato a favore del beneficiario (elevabile al 30% in caso di approccio collettivo).
Oltre alla misura della conversione e del mantenimento, i produttori biologici beneficiano di un accesso prioritario e, spesso, con aliquota di sostegno più elevato per numerosi altri interventi del PSR. E’ stato stimato che, durante il periodo di programmazione 2007-2013, gli aiuti complessivamente erogati alle aziende del settore siano ammontati a 3 miliardi di euro, corrispondente al 20,4% della spesa pubblica dei programmi regionali di sviluppo rurale (qui).
Pertanto, si può senz’altro affermare che, attraverso la politica di sviluppo rurale, il biologico intercetta un volume di finanziamenti pubblici proporzionalmente più elevato rispetto alla dimensione fisica ed economica, in quanto tale settore occupa poco più del 15% della superficie agricola complessiva, conta circa il 7% delle aziende agricole attive in Italia e copre meno del 4% del valore della produzione complessiva nazionale.
Il 37% della spesa pubblica sostenuta dai PSR italiani per finanziare gli investimenti materiali ed immateriali delle imprese di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli è stato intercettato da operatori attivi nel segmento del biologico. Sempre nel 2007-2013, ci sono state 7.500 imprese agricole biologiche che hanno ricevuto 560 milioni di euro di aiuti a fondo perduto per realizzare investimenti destinati all’ammodernamento aziendale. Grazie al sistema delle priorità, il 17% della spesa complessiva destinata a tale misura è stata assorbita da aziende biologiche.
Durante il ciclo di programmazione dello sviluppo rurale 2007-2013, solo il 3% delle aziende agricole italiane ha ricevuto i finanziamenti pubblici a fondo perduto per realizzare gli investimenti. Per le aziende biologiche il tasso di partecipazione al regime di aiuto è stato del 13,4%. Pertanto, un’azienda biologica ha avuto molte più possibilità di ricevere un sostegno finanziario per coprire i costi di un intervento di ammodernamento rispetto all’universo delle aziende agricole italiane.
Oltre ai pagamenti diretti del primo pilastro ed ai contributi dei PSR, ci sono altre forme di sostegno indirizzate a favore del settore biologico. Da menzionare vi è senz’altro l’esenzione che si applica a tali aziende per il rispetto delle tre condizioni del greening (mantenimento dei prati permanenti, diversificazione colturale e allestimento di aree di interesse ecologico); la possibilità di intercettare una parte non trascurabile dei 200 milioni di euro del programma annuale per le attività di promozione dei prodotti agricoli ed alimentari nel mercato interno e nei paesi terzi dell’UE; il finanziamento dei progetti di ricerca europei (dal 1987 al 2017 sono stati finanziati 76 progetti in materia di agricoltura biologica per un importo complessivo di 228 milioni di euro). 
I sostenitori del biologico ritengono che le virtù associate al settore giustifichino un trattamento privilegiato sotto forma di maggiore intensità del sostegno pubblico, anche se la superiorità rispetto al convenzionale appare più presunta che effettiva, come emerge dal saggio di Luigi Mariani pubblicato su questa rivista.
Lo stesso BIOREPORT 2017-2018 riporta i risultati di un esercizio di valutazione comparata di sostenibilità ambientale tra agricoltura biologica e convenzionale, eseguito tramite la consultazione della letteratura scientifica. Ecco qual è la conclusione: “per le emissioni di gas serra, la mediana delle differenze tra biologico e convenzionale è zero, ovvero ci sono tipologie di prodotto per cui il biologico risulta avere emissioni maggiori (latte, cereali e carne suina) ed altre per cui sono minori (olive, carne bovine ed alcune colture) del convenzionale”. 

Considerazioni di sintesi


L’analisi svolta ha messo in evidenza alcune zone d’ombra del settore biologico in Italia sulle quali sarebbe opportuna una aperta discussione, soprattutto in vista delle imminenti decisioni sul prossimo periodo di programmazione della politica agricola europea e del dibattuto parlamentare sulla nuova legge quadro in materie di agricoltura biologica.
In particolare, i principali elemento emersi sono così sintetizzabili:

  1. L’opacità dei dati produttivi nasconde la tendenza a sfruttare gli aiuti pubblici in maniera opportunistica e l’utilizzo delle statistiche sulle superfici coltivate come indicatore di successo per il settore biologico è fuorviante.
  2. Il valore della produzione biologica in Italia (meno del 4% del totale dell’agricoltura) è sottodimensionato rispetto alle risorse assorbite dal settore (superficie coltivata, stanziamento pubblici, numero di aziende)
  3. Il sistema dei controlli del biologico è meno rigoroso rispetto a quello in vigore per altre produzioni agricole differenziate, a premium price e basate sul legame di fiducia con il consumatore.
  4. I produttori biologici contano su interventi di sostegno pubblico più generosi rispetto ai colleghi attivi nell’agricoltura convenzionale ed è diffuso il fenomeno di adottare il metodo biologico, senza però certificare e immettere sul mercato i prodotti ottenuti.

     
ERMANNO COMEGNA
Già docente presso Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, Università degli Studi di Campobasso e Università degli Studi di Udine. Attualmente svolge attività di libero professionista e di consulente nel settore agricolo ed agro-alimentare. E' iscritto all'albo dei giornalisti elenco dei pubblicisti. E' Direttore della rivista I TEMPI DELLA TERRA






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