sabato 19 giugno 2021

L’ORTOFRUTTICOLTURA LUCANA E DEL METAPONTINO


 di VINCENZO MONTESANO e CARMELO MENNONE


cassette fragole

Foto - Carmelo Mennone

 


Introduzione


All’occhio dell’attento osservatore il metapontino, un’amena area ortofrutticola tra le più innovative italiane, nella sua evoluzione storica emerge come una piana agricola che, a fasi alterne, accoglie gruppi umani lasciandosi plasmare dal loro ingegno sin dal Neolitico o arretra a zona pestilenziale sferzata dalla malaria o da un terremoto o ancora una guerra. Questa grande pianura alluvionale si estende per una lunghezza di circa 34 Km fra la Puglia e la Calabria con delle propaggini verso l'interno lungo le vallate dei fiumi Bradano, Basento, Cavone, Agri e Sinni che si riversano tutti nel Mar Jonio. Alle pianure fanno seguito, verso l'entroterra, altipiani costituiti da terrazzi sabbiosi e conglomeratici.
Il paesaggio agricolo dell’area metapontina, una volta splendido esempio della colonizzazione greca che ha accolto le colonie di Metaponto, Eraclea, Pandosia e Siri, le cui produzioni agricole erano oggetto di vivaci commerci con altri insediamenti achei della Magna Grecia, all’inizio del novecento del secolo scorso si presentava spopolato e squallido con ordinamenti colturali estensivi, soprattutto cerealicolo su vaste aree latifondistiche. La bonifica metapontina ha origini antichissime, è facile reperire tracce di grossi canali approntati già nella Magna Grecia, testimonianza di un paziente e lungo lavoro di risanamento. Successivamente Annibale e la conquista dell’impero romano furono la causa della cancellazione politica di Metaponto, dell'abbandono del territorio e dell'affermazione dell'economia latifondistica; questi fattori, in concomitanza di eventi naturali quali la deviazione degli alvei fluviali e l'estesa inondazione della pianura, portarono al deterioramento dell'ambiente e alla trasformazione di tutta la pianura metapontina in un unico grande e malsano pantano, in cui la malaria la faceva da padrona.
Solo a partire dai primi decenni del XX secolo si diede impulso alle opere di bonifica previste dalla legge Serpieri del 1932, con la costituzione dei Consorzi di Bonifica, le cui azioni divennero efficaci a partire dal dopoguerra, con la realizzazione di infrastrutture varie, reti di scolo delle acque piovane e dighe per favorire la trasformazione irrigua del territorio. Al processo di trasformazione irrigua non va disgiunta l’azione della riforma fondiaria nel riequilibrare le esigenze di terra da parte del mondo contadino, provvedendo, in applicazione della legge “stralcio” n. 841 dell’ottobre 1950, all’esproprio di circa 30.000 ha e creando ben oltre tremila unità produttive e diverse strutture di servizio lungo l’arco ionico metapontino. In una regione prevalentemente agricola, le opere realizzate sotto l’egida della Cassa del Mezzogiorno hanno avuto un ruolo determinante nel progresso dell’agricoltura, in particolar modo privilegiando la pianura, mentre scarsa attenzione hanno avuto le aree marginali interne della montagna, per le quali la crescente crisi economica ne provoca il preoccupante spopolamento.
In regione, su una superficie agraria e forestale stimata intorno a 700.000 ha, ben il 90% è costituita da terreni in montagna e collina. La difficile situazione ambientale non permette in buona parte della regione una più ampia scelta di ordinamenti colturali rispetto alla prevalente monocultura cerealicola, rappresentata prevalentemente dal frumento duro.
Negli anni, le colture erbacee industriali hanno avuto alterne fortune: nell’area pianeggiante dell’arco ionico, barbabietola e tabacco sono scomparse da tempo ed il cotone ancora prima, mentre un certo interesse riveste ancora il pomodoro da industria, ma con alterne vicende di mercato e problemi fitopatologici.
La provincia di Matera, anch’essa caratterizzata dalla diffusa monocoltura granaria nella zona collinare, trova alternative migliori nella fascia pianeggiante del metapontino, dove negli anni le condizioni pedoclimatiche favorevoli e la disponibilità irrigua hanno favorito una forte espansione dell’ortofrutta.
Il settore ortofrutticolo del metapontino, a livello regionale, è quello più importante con una superficie di circa 28.000 ettari e rappresenta circa il 50% della PLV agricola, concorrendo all’80% circa della produzione ortofrutticola regionale. I principali dati strutturali del settore ortofrutticolo del metapontino sono:
  • Oltre 225 Milioni di Euro di P.L.V. 
  • 28.000 Ha di SAU  
  • Oltre 8.000 addetti  
  • Oltre 2,2 milioni di giornate lavorative  
  • 10 impianti di commercializzazione di grandi dimensioni
  •  Oltre 5.000 imprese agricole  
  • 10 Organizzazioni di Produttori (OP) ed 1 Associazione di OP (AOP).
Nel complesso, l’orticoltura dell’arco ionico-metapontino, pur avendo un ruolo di rilievo nell’ambito regionale ed un non trascurabile valore economico, non ha mantenuto il ritmo crescente, prevedibile, in seguito alla trasformazione irrigua. La caratteristica dell’orticoltura metapontina è la presenza di numerose colture, sia a ciclo autunno-primaverile, quali fragole, carciofo, cavolfiori, finocchio, pisello fresco, insalata sia a ciclo primaverile-estivo, quali pomodoro, anguria, melanzana e peperone, con la possibilità di effettuare una doppia coltura nell’anno.
Nella pianura, diverse colture arboree hanno avuto modo di espandersi. Accanto all’olivo, vite da vino e fruttiferi minori, agrumi, uva da tavola, pesco, albicocco e susino sono le specie più presenti. La fragola, tutta sotto tunnel è, nel metapontino, la coltura maggiormente affermatasi e presente lungo l’area litoranea, partendo dai comuni di Policoro e Scanzano, oggi è diffusa da Nova Siri a Bernalda, con qualche diramazione verso l’interno, lungo il fondovalle dell’Agri e del Sinni. 
 
 
Fragole del Metaponto

Campo di fragole. Foto - Carmelo Mennone.

 


Coltivazioni arboree: superfici stazionarie, in controtendenza la fragola, con forte innovazione varietale


Il Metapontino si conferma negli anni una delle aree frutticole nazionali più dinamiche, testimonianza della forte meridionalizzazione della frutticoltura avvenuta nell’ultimo ventennio. La frutticoltura in Basilicata ha inizio negli anni ’60 a seguito del già citato appoderamento dei terreni della riforma fondiaria che favorì la diffusione di nuove specie, varietà e tecniche colturali. Le coltivazioni si estendono principalmente sulla fascia Jonica, con delle propaggini nei fondovalle ed i pianori della provincia di Matera e di Potenza (Val d’Agri e Alto Bradano-Lavellese), i cui totali sono riportati in Tabella 1. 
Dette produzioni vengono commercializzate sia sui mercati italiani che stranieri, e la distribuzione è effettuata sia attraverso strutture cooperativistiche che commercianti privati.
Le superfici frutticole del metapontino, secondo nostre elaborazioni da recenti dati, si aggirano intorno ai 15.195 ha (dati Istat 2020), con una flessione del 20% nell’ultimo decennio, con un’incidenza variabile rispetto alle diverse specie. Tale tendenza rispecchia quella nazionale dove per alcune specie, come il pesco, è stata registrata una forte riduzione.




Tabella 1 – Principali prodotti frutticoli della Basilicata (Anno 2020), suddivisi per provincia

 

 

Albicocche
Albicocche del Metaponto. Foto - Vincenzo Montesano.
 
 
Pesco, percoco e nettarina, con circa 1860 ha, è la specie storicamente coltivata sia nel metapontino che nel Lavellese, in provincia di Potenza, con prevalenza del pesco a pelo a polpa gialla rispetto alle nettarine. Questa specie ha subito negli ultimi anni profondi cambiamenti, difatti si è passati dalle varietà della serie Spring (Springcrest, Springbelle, Spring Lady), Rich May e Crimson Lady, a varietà più precoci a ridotto o basso fabbisogno in freddo, come Sagittaria, le serie Plagold, anche coltivate in coltura forzata. Per le nettarine negli ultimi anni si è avuto un maggiore interesse nei nuovi campi commerciali, anche per gli interventi previsti dai Piani Operativi delle OP. Ciò ha consentito sia di aumentare le produzioni che di introdurre nuove varietà: all’affermata Big Top, si sono aggiunte le precocissime Flariba, e le precoci Big Bang, Early Bomba, Nectaprima e Garofa. La situazione è statica per il percoco, produzione destinata principalmente al consumo fresco sui mercati locali regionali ed extraregionali ed in parte all’industria di trasformazione. Non ci sono stati stravolgimenti nel panorama varietale impostato su varietà concentrate nella fase tardiva di mercato (la serie Babygold), vi è stata l’introduzione, ma senza grande diffusione, di nuove nella fase precoce (Jonia e Egea) e media (Romea). Un certo interesse si ha per le nuove varietà precoci spagnole come Cinca, Bali e Vico. I forti cambiamenti per la coltura del pesco si sono avuti nelle forme di allevamento; infatti non vengono quasi più praticate le forme classiche, come il vaso tradizionale e la palmetta, mentre l’ipsilon trasversale si è diffuso soprattutto per le varietà a basso fabbisogno in freddo coperte con strutture di forzatura. Il vaso ritardato, che ha avuto un forte impulso a cavallo del 2000, ha lasciato il posto negli impianti dell’ultimo quinquennio al vaso catalano, con cui si è introdotta la potatura meccanica (topping) nei primi anni di coltivazione.
La coltura per cui si sono registrati i maggiori cambiamenti sia in termini di superficie (3762 ha) che di varietà coltivate è l’albicocco. Rispetto ai primi anni del XXI secolo si è avuto un leggero decremento del 2% delle superfici, dovuto a problemi di ambientamento delle nuove introduzioni varietali ed a problemi fitosanitari, virus della Sharka in primis, patogeno che influenza negativamente anche la produzione di pesche e nettarine. Il calendario di maturazione è passato da 30 giorni a 90, concretizzato grazie all’introduzione di nuove varietà precocissime, con raccolta anticipata, anche grazie alla coltivazione in strutture forzate che a varietà a raccolta tardiva. L’innovazione varietale ha praticamente stravolto lo standard territoriale: difatti da una coltivazione impostata sul germoplasma campano e italiano, con Ninfa, Vitillo, San Castrese, Cafona e altre
come Bella di Imola, Antonio Errani, si è passati a cultivar con caratteri pomologici completamente diversi (dimensioni del frutto, sovraccolore o blush, consistenza, sapore, gradi Brix) particolarmente apprezzate dai mercati di consumo. Nel mese di maggio si inizia la raccolta con varietà quali Mogador, Mikado, Pricia, Tsunami, Primius e Cebas. Nella prima decade di giugno spiccano Rubista, Domino, Flopria, Orange rubis, che resta l’albicocca più impiantata nell’ultimo decennio, Bora, interessante per la sua resistenza a Sharka e Kioto. Nella fase tardiva un certo interesse si è avuto per la serie Far, nello specifico Faralia, Farbaly e Farbela e le emergenti Oscar e Nelson. La forma di allevamento più utilizzata è il vaso libero, anche se nei campi coperti per l’anticipo si sono affermate l’ipsilon trasversale e il V. 
Per il susino, esteso su circa 800 ha, non c’è un grosso rinnovamento varietale soprattutto a causa delle alternanti annate produttive. La maggiore superficie riguarda le varietà cino-giapponesi, anche se si contano oltre 100 ettari di Susino europeo per la destinazione agroindustriale. Le cultivar più diffuse sono la serie delle Black (Beauty, Amber, Diamond, ecc.), Angeleno, la rossa Fortune, mentre a buccia gialla negli ultimi anni si è avuto un ampliamento del calendario di raccolta con la serie delle Sun TC Sun e la Golden Plumza. Nella fase precoce c’è un certo interesse per Songria e Dofi Sandra. La forma di allevamento più utilizzata è il vaso libero.
L’uva da tavola, coltivata su circa 500 ha, negli ultimi venti anni ha subito una forte evoluzione in quanto dalle varietà con semi a maturazione medio-tardiva (cv. Italia), si è passati alle varietà apirene. Alle classiche Crimson, Thompson e Superior seedless, se ne sono aggiunte di nuove come Sophia, Midnight Beauty e Scarlotta e altre se ne aggiungono negli anni, a bacca bianca, rossa e nera, con caratteristiche qualitative non sempre migliori. La forma di allevamento più diffusa è il tendone pugliese “modificato” con strutture idonee alla copertura con reti antigrandine e film plastici per l’anticipo ed il posticipo di
raccolta. Negli ultimi anni sono state introdotte nuove forme di allevamento in parete modello “ipsilon” per una migliore intercettazione della luce.
Actinidia, dopo la notevole diffusione tra gli anni 80 e 90, in questi ultimi anni si è avuta una stabilizzazione delle superfici che si sono attestate intorno ai 500 ha, la cultivar Hayward è la principale, negli ultimi anni si stanno effettuando alcuni impianti con le nuove varietà a polpa verde, tra cui spicca Boerica, e le varietà Club a polpa gialla, come Soreli, Jintao e G3, ed anche a polpa rossa.
Pero, poco diffusa sul territorio, le superfici sono destinate alla coltivazione delle cultivar estive. Negli ultimi anni vi è stata l’introduzione di nuove cultivar precoci come Turandot, Etrusca, Norma, Carmen, ecc..
Degna di nota è la melicoltura della Val d'Agri, in provincia di Potenza, area particolarmente vocata a questo tipo di frutticoltura e prima in Basilicata per superfici investite a melo. Red lady, Golden, Fuji, sono alcune delle cultivar più utilizzate. Negli anni c’è stata una forte selezione delle aziende e sono rimaste solo quelle professioniste e specializzate, che hanno fatto consistenti investimenti sugli impianti di irrigazione, su quelli antigrandine e su un adeguato rinnovo varietale, gli unici a garantire il livello qualitativo del prodotto che il mercato oggi richiede.
Gli agrumi, in quest’ultimo decennio, hanno subito una leggera flessone delle superfici (5.800 ha), dei quali ad arancio circa 3.800 ha, la restante parte è coltivata ad agrumi a frutto piccolo (clementine, satsuma ed ibridi). Nonostante gli interventi nella ristrutturazione degli impianti, previsti dai piani agrumicoli regionali, non vi è stato l’opportuno ricambio dei campi e varietale. Nell’ultimo ventennio per questo gruppo di specie c’è un rinnovato interesse, con l’introduzione di portinnesti, quali i Citrange, con l’arancio amaro ormai destinato solo al limone, e varietà precoci e tardive per l’ampliamento del calendario di produzione. Un certo interesse si ha per il limone, coltivato al confine della Calabria, grazie alle forti richieste dei mercati degli ultimi anni. Si stanno diffondendo principalmente le varietà precoci come Femminello 2KR e Zagara bianca, mentre nella fase tardiva si è diffusa la varietà di Limone Antico di Rocca, selezionata nei campi calabro-lucani e cloni stranieri come il Verna.
 
 
Clementine
Campo di Clementine. Foto - Vincenzo  Montesano.

 


Un discorso a parte merita la fragola, per la quale il Metapontino è al primo posto nella coltivazione con circa 1000 ha, ed in termini economici è tra le colture frutticole più importanti per PLV. La coltivazione nell’ultimo quindicennio ha visto una profonda trasformazione principalmente per l’introduzione e diffusione delle piante fresche e cime radicate, che hanno stravolto il calendario dell’offerta di prodotto, che inizia da dicembre per terminare a maggio-giugno. La varietà più diffusa è Candonga® Sabrosa*, che trova delle condizioni ambientali ed imprenditoriali tali per cui si è potuta praticare una proficua valorizzazione commerciale; sono in coltivazione altre varietà nuove tra cui: Inspire, Rossetta, Melissa, Marimbella e Gioelita, oltre alle storiche Marisol e Sabrina.

L’evoluzione dell’orticoltura metapontina e lucana


Nell’ambito del sistema agro-alimentare lucano, il comparto delle colture ortive costituisce una realtà che è andata consolidandosi e differenziandosi all’interno di diversi comprensori: arco Metapontino, Valle dell’Ofanto, Alta Val d’Agri e Valle del Mercure caratterizzati da connotazioni pedologiche, climatiche e vocazionali marcatamente diverse.
L’area orticola più importante e dinamica è costituita dall’arco ionico Metapontino con oltre 5.500 ettari, il cui clima è mitigato dalle influenze del Mar Ionio e dell'Appennino Lucano e ben si presta all’orticoltura di pieno campo e protetta, anche in virtù delle favorevoli caratteristiche fisico-chimiche dei suoli, prevalentemente sabbiosi o sabbio-limosi. Nel comprensorio vengono realizzate produzioni extrastagionali, primaverili ed autunno-vernine. 
 
 

Tabella 2 – Principali prodotti orticoli della Basilicata (Anno 2020), suddivisi per provincia.

 

Colture orticole in pien’aria


Relativamente alle linee di sviluppo dell’orticoltura di pieno campo in primo luogo è da dire che è stata registrata la progressiva affermazione delle solanacee, che, complessivamente, sono giunte ad interessare circa 4.000 ettari. Tra di esse è censito il pomodoro da industria, che, a partire dagli anni ’80, ha interessato tra il 30 ed il 40% dell’intera superficie orticola regionale. Solo in anni recenti è stata rilevato in una voce distinta il pomodoro da mensa, che è in costante crescita e attualmente si coltiva su oltre 800 ha. Anche il peperone e, secondariamente, la melanzana, hanno mostrato la tendenza ad una moderata crescita, giungendo ad interessare circa 900 ha complessivi, fornendo spesso produzioni a carattere tipico, oramai note nello scenario nazionale come i Peperoni di Senise IGP. Per queste due specie, inizialmente coltivate con l’adozione di piccoli tunnels per la coltura precoce semiforzata, ora si adottano tecniche di coltivazione in tunnel-serra o serra come specie che succedono la coltivazione della fragola. 
 
 
Pomodorino in grappolo

Pomodorino in grappolo. Foto - Vincenzo  Montesano.

 


Il secondo gruppo per importanza è costituito dalle brassicacee, la cui rilevanza è stata notevolissima negli anni ’50 (oltre il 53% della superficie orticola) ed è progressivamente scemata fino agli anni ’70, per poi gradualmente recuperare spazi produttivi. Nell’ultimo ventennio, nonostante la contrazione delle superfici destinate a cavolo verza (-300 ha), le brassiche sono complessivamente cresciute di oltre 1000 ha, fino agli oltre 2500 ha attuali, particolarmente per l’aumentato interesse per cavolfiore, cavolo rapa e cavolo cappuccio e verza. Degna di nota è la cima di rapa (l’Istat la riporta come broccoletto di rapa) è una specie di antica origine mediterranea, legata ad usanze alimentari ben radicate nell’Italia centro-meridionale, in particolar modo in Puglia, Basilicata, Campania e Calabria dove si coltivano numerose varietà locali, oltre un centinaio.
Un terzo gruppo, la cui importanza è divenuta sempre più rilevante nel tempo, è quello costituito dalle ortive da foglia (principalmente lattughe e scarola indivia). A partire dagli anni ’80 è risultato particolarmente vivace l’interesse per l’indivia, mentre è stata relativamente debole la crescita della lattuga, comunque estesa su oltre 800 ha. L’interesse per spinacio e prezzemolo è risultato storicamente marginale nel comprensorio, fatta eccezione per superfici destinate a spinacio da surgelato, per particolari contratti di filiera produttiva con industrie di trasformazione presenti nel comprensorio stesso.
Una interessante e costante crescita ha riguardato il gruppo delle ortive da costa che, dopo incrementi lineari ma contenuti è stato interessato da una brusca impennata negli ultimi 20 anni. Tale tendenza fa annoverare finocchio, sedano e bietola da coste, rispettivamente coltivate su oltre 800, 160 e 100 ha, tra le colture emergenti nel panorama orticolo regionale.
Le cucurbitacee costituiscono un raggruppamento tradizionalmente rilevante tra le colture orticole lucane e, pur essendo state complessivamente interessate da una recente crescita, che ha fatto seguito a tre decenni di progressiva contrazione, hanno evidenziato dinamiche sensibilmente diverse tra le specie. Il melone è recentemente esploso, raggiungendo i 700 ha in coltura. Il cocomero (anguria) ha invece descritto una parabola piuttosto piatta, culminata negli anni ’80, mantenendo sempre una diffusione di poco superiore ai 300 ha. Lo zucchino, comparso negli anni ’60 ma scarsamente diffuso fino agli anni ‘90, negli ultimi quindici anni ha quasi triplicato la propria diffusione (oltre 150 ha). Il cetriolo non si è mai affermato su superfici significativamente ampie.
Il carciofo, che nel 1963 aveva altissima rilevanza nel comprensorio metapontino ed assommava 1371 ha, ha accusato una fortissima perdita di superfici fino al 1993 (200 ha), riportandosi, con una tendenza altalenante nel breve periodo, a 520 ha nel 2000 e oltre i 400 nell’ultimo quinquennio, grazie alle innovazioni varietale e di sistemi colturali, nonché alla forte spinta avuta dagli insediamenti agroindustriali presenti sul territorio. 
I legumi da consumo fresco e le specie ortive da bulbo, che pure avevano tradizionale importanza negli ordinamenti orticoli lucani, sono stati colpiti da una generalizzata contrazione, fino ad assumere una secondaria importanza. Fava da orto, cipolla ed aglio non sono stati censiti nel 2000, mentre il pisello fresco interessa una superficie di poco superiore ai 50 ettari. Il solo fagiolo fresco ha attraversato, a partire dagli anni ’70, a livello regionale una lunga fase stazionaria, mantenendo circa 250 ha in coltura, grazie anche ad una politica di promozione della qualità e tipicità di alcune produzioni, quali il Fagiolo di Sarconi (IGP) e quello di Rotonda (DOP) (Tabella 3).
Tra le specie costantemente presenti nel comprensorio metapontino, ma che hanno stentato ad affermarsi, restando confinate entro superfici sempre inferiori a 100 ha, sono da annoverare l’asparago (anche in coltura semiforzata) ed alcune ortive da radice (carota e barbabietola da orto). 


Tabella 3 – Altre coltivazioni erbacee della Basilicata (Anno 2020).


Colture orticole protette

Le prime coltivazioni sotto serra sono state censite dall’ISTAT all’inizio degli anni ’80, ma in quell’epoca era già da tempo ampiamente praticato il ricorso alle tecniche di semiforzatura (in special modo sulla fragola, secondariamente su melone, peperone e melanzana), con tunnel protettivi applicati solo in parte del ciclo colturale.
Escludendo le colture semiforzate, censite tra quelle di pieno campo, le strutture protettive permanenti mostrano tutt’oggi una diffusione relativamente limitata, anche se i dati ufficiali appaiono largamente sottostimati. Rispetto a quello delle coltivazioni in pien’aria, l’elenco delle specie coltivate sotto serra è piuttosto ristretto ed interessa circa una dozzina di colture. Tra queste quelle estese su più di 10 ha sono state pomodoro (cherry e a grappolo), peperone, indivia, cavolo rapa e melone.

Piante di pomodorino

Tunnel di pomodorino. Foto - Vincenzo  Montesano.

 

Conclusioni


L’analisi dei dati disponibili ha reso evidente una vocazione orto-frutticola regionale estesa a numerose specie che determinano un calendario produttivo particolarmente ampio, con produzioni di livello quantitativo e qualitativo spesso in linea o superiore al dato medio nazionale.
Questi fattori indicano, pur nella ristrettezza delle superfici, una intrinseca solidità del comparto, che contribuisce alla formazione della PLV regionale ed assicura elevati livelli occupazionali ed importanti flussi commerciali diretti sempre più verso i ricchi mercati europei. La carenza di strutture ben organizzate per la lavorazione dei prodotti, una maggiore capacità organizzativa per essere competitivi sui mercati, i crescenti costi delle tecniche di forzatura e di produzione sono causa di un persistente malessere negli agricoltori.
Sotto il profilo tecnico, l’ortofrutticoltura dell’area metapontina e lucana può definirsi di ottimo livello, per la capacità degli agricoltori all’aggiornamento varietale ed alle pratiche colturali. Il problema del collocamento sul mercato a prezzi remunerativi è l’attuale diffusa preoccupazione a causa della notevole concorrenza dei prodotti di tutta l’area mediterranea. L’ampio ventaglio produttivo conferisce al settore potenzialità di rapido adattamento a nuove situazioni di mercato, ma risulta spesso carente la presenza di strutture associative e commerciali adeguate, in grado di valorizzare tanto i prodotti tipici regionali e di qualità elevata (biologico ed integrato in primis), quanto quelli standard, destinati a confrontarsi duramente con il mercato.
Questa rapida analisi regionale, bisognosa di ulteriori approfondimenti per le singole realtà locali, evidenzia che la Basilicata è un classico esempio dove le precarie condizioni economiche e le preoccupazioni di un continuo esodo di forze giovanili impone sinergie tra produzione agricola, sviluppo rurale, del turismo rurale, favorito anche dalle bellezze paesaggistiche, con il mantenimento di antiche tradizioni artigianali e culturali, prodotti agricoli tipici, genuini e di qualità e nuovo sviluppo territoriale.
 
 
 

 

DOMENICO MENNONE, PhD

Laureato in Scienze Agrarie e Responsabile dell’Azienda Agricola Sperimentale Dimostrativa “Pantanello” dell’Alsia di Basilicata, situata a Metaponto di Bernalda (MT). Responsabile e coordinatore tecnico e scientifico di numerosi progetti di ricerca nazionali ed internazionali nel settore della frutticoltura ed agrumicoltura, è autore di numerosi articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali.

 

 

VINCENZO MONTESANO, PhD

Laureato in Scienze Agrarie e già Ricercatore a Tempo Determinato del Consiglio Nazionale delle Ricerche presso l’Istituto di Bioscienze e BioRisorse (CNR-IBBR); i suoi principali interessi professionali riguardano i settori del reperimento, della caratterizzazione e della valorizzazione dell’agro-biodiversità vegetale, nonché dello sviluppo e della valorizzazione delle attività agricole e turistiche rurali. Autore e referee di numerosi articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali.

 

 

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