venerdì 23 novembre 2018

AGRICOLTORI INQUINATORI. OVVERO DELL’ETICA DELL’IMPRENDITORE


di DEBORAH PIOVAN



Cari colleghi agricoltori, siete inquinatori quindi non dovreste prendere i contributi che la Politica Agricola Comunitaria annualmente vi destina. Sappiatelo.


Chi lo dice? Federbio, la federazione che raccoglie produttori in agricoltura biologica. Lo scrive nell’invito rivolto ai parlamentari – i vostri rappresentanti eletti – a una conferenza stampa dal titolo “Chi non inquina, non paghi” che si terrà alla Camera dei Deputati il 27 novembre, per presentare il " 
Rapporto Cambia la terra. Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)”. Insieme a loro, fra gli altri: Rigoni di Asiago, Naturasì, Aboca, insomma aziende che di bio vivono e vendono. Secondo l’invito parteciperanno Franco Manzato, Susanna Cenni, Filippo Gallinella.
Scrivono “una percentuale altissima degli incentivi va all’agricoltura convenzionale”. E ancora: la coalizione “presenta le sue proposte alla politica per fermare il degrado dei suoli, delle acque, del clima e per produrre cibi più sani”.
Ecco, vorrei dire che l’agricoltura convenzionale si chiama più correttamente agricoltura integrata. Spero di non doverlo spiegare io a questi venditori che cosa significa in termini di regolamentazione stringente, severità dei controlli, responsabilità della filiera agroalimentare.
Trovo irresponsabile continuare a spaventare immotivatamente società e consumatori: il cibo che produciamo è sano, lo certificano i controlli eseguiti annualmente dal Ministero della Salute su molte migliaia di prodotti.
Le norme di condizionalità che siamo tenuti a rispettare assicurano un’agricoltura responsabile nei confronti del degrado dei suoli e delle acque.
Accusarci di danneggiare il clima, poi, è davvero ipocrita. Chi sta affossando le pratiche di agricoltura conservativa, che hanno come principale scopo quello di conservare i terreni, la sostanza organica, ridurre le emissioni? Chi chiede di sottrarre fondi a queste pratiche, che sono complesse e richiedono ricerca e sperimentazione, per deviarli verso altri settori che senza contributi non starebbero in piedi? Chi propina modelli di agricoltura che, se applicati su scala mondiale, richiederebbero di mettere a coltivazione superfici oggi serbatoi di biodiversità, come la foresta amazzonica, boschi e ambienti naturali, e nemmeno basterebbero a sfamarci tutti? Dov’è il senso di responsabilità in tutto questo?
E dov’è l’etica? Proprio in questi giorni un agricoltore e trasformatore mi confessava il proprio rimorso nel apporre, sulla confezione dei propri prodotti, la dicitura “senza OGM”. Si crucciava perché sa bene che è pubblicità ingannevole, dato che non esistono prodotti di quel tipo contenenti OGM, e perché sa bene di contribuire con quella scritta a demonizzare una tecnologia che può contribuire a migliorare l’impatto ambientale dell’agricoltura.
Non c’è etica nell’attaccare il lavoro dei colleghi per creare un mercato ai propri prodotti. La mia impressione invece è che il settore del bio si trovi in un circolo vizioso e sia obbligato a questa azione: se non condanna il lavoro altrui non può giustificare la propria esistenza; ma se attacca e porta sempre più agricoltori a produrre bio rischia di saturare il mercato. A quel punto ricordate: se tutti sono santi, nessuno più è santo, quindi perché pagare di più qualcosa che non si differenzierebbe ormai dal resto?
Noi agricoltori non abbiamo mai chiesto alla politica che rendesse conto dell’importante mole di finanziamenti riservati a pratiche come il biologico, non abbiamo mai attaccato agricoltori che hanno fatto legittime scelte imprenditoriali di posizionamento sul mercato del biologico, eppure dobbiamo subire questi attacchi ingiustificati.
Forse dovremmo cominciare a chiedere alla politica dove sono le prove di un’effettivo minor impatto ambientale di quelle tecniche produttive. Ricordiamo che il sistema biologico richiede maggiori lavorazioni dei terreni, quindi maggior consumo di carburanti e conseguenti emissioni in atmosfera; che maggiori lavorazioni significa maggior ossidazione della sostanza organica, il prezioso humus del terreno, che il biologico reintegra utilizzando biomasse prodotte da quell’agricoltura convenzionale che tanto denigra; che il biologico produce di meno quindi, a parità di tonnellate prodotte, deve consumare più suolo agrario; che utilizza come fungicidi i metalli pesanti, sostanze pericolose che non si degradano e si accumulano nei terreni, a differenza degli agrofarmaci autorizzati in agricoltura integrata.
Ma non lo voglio attaccare: è una scelta imprenditoriale che rispetto, e una scelta di acquisto che ha pieno diritto di esistere. Pretendo lo stesso rispetto.
Un’agricoltura sempre più sostenibile è un auspicio di tutti noi. Per arrivarci non dovremmo farci la guerra ma collaborare affinché ricerca e sperimentazione lavorino per offrire agli agricoltori tecnologie produttive innovative sempre più avanzate, sempre meno impattanti. Dovremmo impegnarci con la società e i nostri consumatori a non avere un atteggiamento oscurantista. Dimostriamo di avere la maturità di saper valutare ogni innovazione per i benefici che può dare, non per l’ideologia che si porta dietro.
E se qualcosa dalla tradizione si salva, di sicuro c’è molto, ben venga; e se qualcosa dalla ricerca fatta nel metodo biologico può essere messo a disposizione di un’agricoltura economicamente sostenibile, ben venga; e se dalla biologia molecolare applicata al miglioramento genetico possono venire piante più resistenti, che permettono di risparmiare trattamenti chimici, o che presentano caratteristiche di resilienza a situazioni ambientali difficili, ben vengano. Dobbiamo avere un approccio senza preclusioni preconcette, che sappia fare valutazioni caso per caso.
Cari colleghi agricoltori, biologici o integrati che siate, riusciamo ad avere questa maturità di comportamento? Altrimenti ogni chiusura, ogni attacco, ogni demonizzazione apparirà solo come una ricerca di nuovi mercati, invece che una ricerca di migliori processi produttivi.
Se l’obiettivo dell’agricoltura sostenibile ci accomuna, parliamoci e abbracciamo ogni tecnica che porti in quella direzione.  





Deborah Piovan

Laurea in Scienze Agrarie Università di Pisa, Diploma della Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa. Presidente federazione nazionale proteoleaginose Confagricoltura. Imprenditrice agricola.






17 commenti:

  1. Alberto Guidorzi23 novembre 2018 13:12

    Quando gli agricoltori convenzionali che reggono 2.5 milioni dia aziende agricole, e quindi le 60.000 aziende biologiche rappresentano un misero 2,4%, capiranno di uscire dal proprio guscio e faranno conoscere l'evoluzione dei loro metodi di produrre cibo sarà sempre molto tardi. E' tempo che spronino le loro associazioni a copiare dalle agricolture alternative in fatto di uso dei media. Sembra invece che la Coldiretti abbia a cuore solo il 2,4% dell'agricoltura italiana. Si può sapere perchè l'altro 97,6% paga le quote associative a questo sindacato per far credere all'opinione pubblica che sono degli avvelenatori? Le altre associazioni agricole non sono escluse dall'invito.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La coldiretti pensa solo al bio???

      Elimina
    2. Alberto Guidorzi29 novembre 2018 00:32

      No pensa anche far soldi a destra ed a manca per pagare degli stipendi da nababbi a presidente e direttore generale, ciò in barba alla situazione economica precaria degli associati. Conosci l'ammontare di questi emolumenti? Se non li conosci informati e vedrai che anche tu lo troverai scandaloso. Ecco spiegato anche il ritornello mediatico "secondo la coldiretti".

      Elimina
  2. bell'intervento, anche quello di Alberto

    purtroppo siamo su una strada dove propaganda ed ignoranza incalzano

    Antonio

    RispondiElimina
  3. Alessandro Cantarelli24 novembre 2018 15:07

    Ben detto. L'articolo di oggi su La Repubblica di Michele Serra in risposta alla sen. Elena Cattaneo (articolo di ieri), ne e' prova eloquente. Si aggiunga anche un esercizio di arrogante retorica, da parte degli stessi che poi si stupiscono per certi deprimenti risultati elettorali.

    RispondiElimina
  4. Buongiorno,sono un agricoltore biologico da cinque anni coltivo riso e leguminose in rotazione.Voglio lasciare un commento a quest'articolo che infondo cerca di avvicinare il metodo di coltivazione biologica a quella integrata denigrando però il primo, ma rispetto a quello che leggo e sento sul bio ultimamente sono complimenti.
    Non voglio pubblicizzare il mio metodo di coltivazione anche se l'etica mi spingerebbe a farlo, ma come dice lei giustamente il mercato si saturerebbe a mio svantaggio, però vorrei fare delle precisazioni per quanto riguarda il metodo di coltivazione non proprio così insostenibile ed impattante sull'ambiente come descrive nell'articolo.
    Punto primo emissioni
    È vero che nel bio si fanno più lavorazioni per contenere le infestanti ma sono lavorazioni leggere come sarchiature,strigliature, rincalzature che richiedono mezzi con poca potenza bastano 40/50 Cv, quelle di preparazione del terreno sono pari a quello integrato.Si fanno più passaggi per quanto le colture d'asciutta, ma ad esempio nel caso del riso pensi che i passaggi per fertilizzare e diserbare nel chimico sono almeno sei, contro i miei zero con il metodo della pacciamatura verde, tecnica di cui forse non ha mai sentito parlare. Nessuno ha mai pensato di calcolarne la quantità di emissioni della coltivazione integrata a partire dalla miniera?Se non sbaglio gran parte dei prodotti chimici derivano dagli idrocarburi quindi la filiera inizia con l'estrazione a cui segue il trasporto alle industrie, la trasformazione,il trasporto ai rivenditori e agli agricoltori che a loro volta lo distribuiscono tutto questo viene effettuato con l'uso del petrolio compresa materia prima e perché non metterci anche la la gomma sulla quale i prodotti viaggiano!
    Punto secondo basse produzioni
    Da fonti della FAO la popolazione mondiale sottoalimentata è di circa 800.000 persone, causata soprattutto dalle guerre che la restante parte del mondo neanche sa che esistono o non lo vogliono far sapere, mentre nei paesi sviluppati invece la piaga sta diventando l'obesità con uno spreco di 1/4 dei prodotti alimentari.La restante parte che conduce una vita dignitosa come li vogliamo considerare " sottosviluppati " ma nei confronti di chi del nostro tenore di vita?
    Giusta affermazione che se l'agricoltura biologica venisse praticata a livello mondiale bisognerebbe coltivare più superficie sottraendola alle zone con biodiversità, ma questo tipo di agricoltura crea biodiversità allora è come dire che il Central Park di New York risolvesse tutti i problemi d'inquinamento della città.
    Punto terzo sfruttamento del suolo
    Sono un semplice contadino, ma penso che una risaia che viene coltivata in rotazione con una leguminosa ed un sovescio intercalare non possa essere peggiore di una chimica a monocoltura da 40 anni.
    Voglio concludere dicendo che ognuno è libero di fare la propria scelta ma nel rispetto di tutti, io ho scelto questa e non voglio assolutamente giudicare chi non la pensa come me, ma ultimamente mi sento giudicato male ed addirittura " accusato "....comunquemi raccomando non fate bio non è conveniente.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ALBERTO GUIDORZI26 novembre 2018 01:13

      Unknown
      Scusami ma mi sa che sei tu che denigri l’agricoltura convenzionale. Sai perché? Per il semplice fatto che paragoni il tuo fare riso e leguminose con 40 anni di risicoltura ininterrotta. Ma ti pare che sia un paragone da fare? Chi fa 40 anni di risicoltura continua non rientra in nessuna agricoltura, essa rientra semplicemente nelle CATTIVISSIMA AGRICOLTURA, CHE IN UN BLOG CHE SI CHIAMA AGRARIAN SCIENCES NON C’ENTRA PER NULLA.
      Riprendo un mio libro di coltivazioni erbacee (pubblicato nel 1949) dove si dice che chi fa risicoltura e non la avvicenda con altre piante dopo un certo periodo finisce per esaurirla. La rotazione del mantovano era: riso, grano, prato, nel milanese era: mais,grano prato,prato riso riso, mentre nel vercellese e novarese si faceva riso per tre anni e poi seguiva grano e prato di ladino. La regola aurea è che il riso non debba durare più di tre anni sullo stesso terreno. CONCLUSIONE: QUESTA è BUONA AGRICOLTURA E LO ERA NEL 1949 E LO è NEL 2018 E LO SARà NEL 2050.
      Scusami sai ma il dire che tu controlli le malerbe solo con lavorazioni superficiali volendo far credere che hai abolito l’aratura non ci sta proprio perché non è vero che tu ce la possa fare. Come fai ad eliminare la pacciamatura verde che dici di fare se non ari? Qui però sorge una domanda (anzi saresti stato tu a doverlo dire autonomamente e quindi non avendolo fatto ora da te pretendo una risposta) hai una stalla aziendale che alimenti e tieni con foraggi e lettimi autoprfodotti?
      Ma ti pare che sia logico e tecnicamente accettabile che il protocollo del biologico non obblighi le aziende aderenti a tenere tassativamente un allevamento aziendale quando rifuggite i concimi di sintesi e raccontate che concimate solo con letame o compost (ti faccio notare che non si fa compost valido senza che sia composto da almeno la metà o 2/3 di letame)?
      Ti faccio altresì notare che zolfo e rame che sono i pilastri dell’agricoltura biologica per proteggere le piante coltivate, anche se tu non ne hai bisogno, si ottengono dalla petrolchimica e dal recupero nei materiali non ferrosi. Pertanto il ragionamento di critica che fai tu ti si ritorcono contro.
      Scusa ma con le rotazioni che ti ho indicato sopra non si mantiene la biodiversità? Eppure si tratta di agricoltura convenzionale buona. Credimi quando si fa cattiva agricoltura la soluzione è cambiare gli agricoltori e non reinventare l’agricoltura. Ti esorto ancora fai sempre buona agricoltura e lascia andare le fisime ideologiche del no alla chimica di sintesi.

      Elimina
    2. Non so come funzioni la risicoltura nel Mantovano ma io sono dell'alto Vercellese e ti assicuro che nelle zone storiche a vocazione risicola quindi provincie di Vercelli, Novara e Pavia si pratica CATTIVISSIMA AGRICOLTURA e quindi centra moltissimo con il blog in questione.I dati parlano chiaro e sono accessibili, basta guardare le denunce di superficie coltivata all'ENTERISI che come tu saprai sono obbligatorie per chi coltiva riso e confrontarle con la sau delle provincie in questione, secondo me ti renderai conto se quello che dico è veritiero o meno.Non so come coltivavano nel 1949 e coltiveranno fino al 2050 nel Mantovano o nel Milanese ma in Piemonte e nel Pavese le cose non funzionano più così almeno dai primi anni ottanta per questi semplici motivi, gli allevamenti zootecnici sono stati abbandonati visto la particolare vocazione della zona alla coltivazione del riso, l'avvento di una chimica più efficace con conseguente aumento delle produzioni ed il prezzo alle stelle.Pensa che la regola dei tre anni consecutivi ora viene imposta agli agricoltori bio ed è redditizia solo se sei "FALSO"e qui abbiamo concluso il discorso rotazioni.
      Nel commento se leggi bene ho scritto che le lavorazioni della preparazione del terreno sono come nell'integrato, era sottinteso che faccio un'aratura e un'erpicatura dopo di che semino un erbaio autunno vernino con una miscela di loietto,veccia e pisello ed a maggio ecco pronta la mia pacciamatura verde.Ecco che qui casca il"disinformato" ma ti spiego volentieri come faccio anche se come ho detto non voglio promuovere il bio è a mio svantaggio!Non ho una stalla e l'ultimo dei miei problemi è distruggere l'erbaio con lavorazioni ma ci semino in mezzo il riso a spagio poi lo trincio, allago, lascio sommerso fino all'emissione del coleoptile della cariosside poi asciugo.La massa trinciata si attacca al terreno facendo effetto pacciamatura inibendo le infestanti mentre il riso radica, emerge dalla massa felice e contento il loietto ha anche una funzione allellopatica, mentre le leguminose come saprai apportano azoto, dopo circa dieci giorni dalla semina sommergo e a settembre taglio.
      Mi sembra ora di averti dato una risposta sul metodo di coltivazione, se non ti sembra esaustiva o veritiera cerca"Progetto Risobyosistem".
      Ora ti chiedo io una delucidazione sul fatto che dici di introdurre la zootecnia nel protocollo bio, ma lo sai che gli allevamenti intensivi sono causa d'inquinamento quali metano, urea,ecc...meglio il pascolo tanto criticato come terra persa e in più sai quanti cereali e foraggio ci vogliono per produrre un chilo di carne, se il bio dovrà sfamare il mondo è un controsenso, ma qui vado fuori tema dell'articolo meglio lasciar perdere.
      Un saluto Giuseppe

      Elimina
    3. ALBERTO GUIDORZI26 novembre 2018 20:08

      Dunque siamo d'accordo che si tratta di Cattivissima risicoltura e quindi non capisco perchè si va a Bruxelles a difendere una cattivissima risicoltura e si fa di tutto per promuovere il riso italiano ottenuto da cattivissima agricoltura.

      Mi piace la tua sincerità nel dire che in molti casi (e ti assicuro non solo nel riso) o fai FALSO BIOLOGICO e ti becchi i contributi oppure non si campa.

      Grazie anche per confermarmi che il tanto decantato letame non è autoprodotto nelle aziende biologiche in quanto allevare del bestiame per disporre di letame sufficiente non rimarrebbe disponibile un metro di terreno per produrre altro. Inoltre hai avvalorato la mia tesi che se il protocollo imponesse l'allevamento come sarebbe logico ed onesto verso la collettività ci sarebbe un fuggi fuggi generale dal biologico e quindi sparirebbe tutta quella "manomorta" che grava sulle vostre spalle. Essa è data dagli enticertificatori esattori, vessatori per eccessiva burocrazia ed in molti casi produttori di bio autocertificato. Poi vi è tutta quella caterva di parassiti che stanno dentro le federazioni del biologico o del biodinamico e che campano alle vostre spalle.

      Infinite grazie per avermi spiegato il tuo modo di fare la pacciamatura verde e che è veramente ingegnoso.

      Caro Giuseppe io non sono mai stato contrario alla produzione biologica in quanto un imprenditore (e tu sei tale) di fronte ad una domanda cerca di soddisfarla, non sono neppure contro il consumatore che in fin dei conti paga di propria tasca, ciò a cui sono visceralemente contrario è l'organizzazione parassitaria che sta tra voi ed il consumatore che, spalleggiato dalla politica racconta solo menzogne all'opinione pubblica.

      Un sincero grazie e di cuore ti auguro di sempre riuscire nella tua impresa.

      Elimina
    4. Se nonostante 40 anni di monocoltura si ottengono comunque risultati apprezzabili, bisogna riconoscere che l'uso dei mezzi tecnici che si vorrebbero vietare forse non è così deleterio e immotivato; in altre parole, non bastano 40 anni di agricoltura fatta male per azzerare il gap del biologico: direi il migliore spot per l'agricoltura razionale.

      Elimina
    5. Unknown,
      grazie del suo commento e della sua testimonianza su riso bio, molto interessante.
      Provo a darle un po' di risposte.
      1) Le emissioni. L'UE cerca da molti anni di promuovere l'agricoltura conservativa con lo scopo di salvaguardare la sostanza organica e ridurre le emissioni in atmosfera. Senza glifosate, erbicida il cui impatto ambientale è stato pesantemente attaccato anche dal mondo del bio, l'agricoltura conservativa è destinata al declino. Eppure il profilo tossicologico del glifosate è dimostrato essere molto basso, inutile riportare qui dati già ampiamente pubblicati su questo blog e che lo dimostrano. Cercherò invece le fonti che dimostrano l'impatto ambientale del bio in termini di emissioni, avevamo fatto un evento su questo insieme all'Università di Padova che confrontava polenta bio, convenzionale e ogm; l'ogm ne usciva vincente in termini di impatto ambientale. Quindi, al di là della sua esperienza personale limitatamente al caso del riso, in generale i dati sono abbastanza chiari. Inoltre l'agricoltura bio deve utilizzare anche concimi organici provenienti dall'agricoltura convenzionale, quindi prodotti con le emissioni di cui lei parla (si veda ad esmepio il protocollo firmato da Federbio con il Consorzio Italiano Biogas)
      2)Basse produzioni. I dati parlano di 30-50% (ma ho trovato anche dei 70%) in meno di produzione nel bio. Senza nulla togliere alla lotta agli sprechi e all'obesità (doverose entrambe), mi sembra che non ci possiamo permettere questi cali. Sulla biodiversità poi, non ho scritto che l'agricoltura convenzionale la sviluppa, ma evita che ne venga distrutta altra per deforestare e mettere nuovi terreni a coltura. faccio un eccezione per le coltivazioni Bt ogm: queste sì proteggono la biodiversità più del bio e più del convenzionale, che invece utilizzano entrambi insetticidi, naturali o di sintesi che siano poco importa visto che uccidono tutti gli insetti comunque, a differenza degli ogm Bt.
      3) Sulle rotazioni mi trova d'accordo: ben vengano, in qualunque tipo di agricoltura.
      Grazie ancora per aver trovato il tempo di leggere e commentare.
      Deborah

      Elimina
    6. Prego, ci mancherebbe è stato un piacere esprimere le mie opinioni ma vedo comunque con tutto il rispetto, che non la pensiamo allo stesso modo ma vorrei ancora dire ciò che penso.
      1)Le emissioni.L'UE"cerca" o cercherebbe di ridurre le emissioni,ma non si è ancora verificato nulla dal punto di vista concreto.Che il glifosato sia stato attaccato dal bio mi sembra una cosa scontata ma non per causare il declino dell'integrata invece proprio per la sua tossicità.Io non so i dati che avete pubblicato sul vostro blog ma ho delle analisi prima della conversione con glifosato mg/kg 0.102 su un massimo consentito dal bio di 0.010, così come con azoxisstrobina, oxadiazon, triciclazolo ecc ecc analisi effettuate dalla ditta di filiera per cui lavoro.Che la Monsanto iniziando a commercializzare il glifosato affermasse che non fosse tossico sul prodotto finale(per lo meno se non usato come essicante sulla granella nei paesi nordici!!!!)aveva pienamente ragione, tralasciando però gli effetti persistenza soprattutto dell'AMPA in acqua,aria e terreno.Mi interesserebbero le fonti dell'impatto del bio in termini di emissioni fatte sullo studio della polenta così da comunicale all'Università Statale di Milano con la quale faccio una ricerca partecipata, così sarebbe bello confrontare due tipi di coltivazioni così diverse.
      I concimi come lei dice sono organici: organico pellettato, cornunghia,sangue di bue,pollina non sono di sintesi derivanti dagli idrocarburi, quindi le voci delle emissioni di cui parlavo sopra si riducono drasticamente e si parla comunque di componenti naturali, anche se derivanti da allevamenti integrati(ma non solo).
      2)Basse produzioni.Su questo argomento vedo che ognuno la può pensare come vuole, giustamente è troppo presto per avere dati certi e trarre conclusioni.
      3)Biodiversità.Si forse è vero ho interpretato male io la sua affermazione però ho detto che l'agricoltura bio "è" biodiversità quindi ovunque si pratichi la crea, mentre l'integrata a differenza tende ad eliminarla facendo prevalere solo le specie desiderate.
      Mi fa piacere che per lo meno su due cose siamo d'accordo, le rotazioni e soprattutto il cercare la collaborazione fra tutti i tipi di coltivazione con l'obbiettivo di migliorare la qualità e la quantità del prodotto riducendo al minimo l'impatto ambientale, ma come iniziare a farlo se di continuo ci si attacca a vicenda?

      Grazie a lei è stato un piacere.
      Giuseppe

      Elimina
    7. alberto guidorzi6 dicembre 2018 12:57

      Purtroppo tra ideologia e scienza provata la differenza è molta, anzi siamo agli antipodi e quindi è nell'ordine delle cose che non si vada d'accordo. Tra tossicità del gliphosate e tossicità del rame vi è un abisso a favore del gliphosate. Se ci riesce lo smentisca con dati e fonti. La informo che EFSA ha detto che per il gliphosate nullaostava per la riomologazione, mentre per il rame si sarebbe dovuto procedere alla sostituzione. Dove sta l'ambientalismo? in biologico che usa il rame o in convenzionale che usa il gliphosate?

      Elimina
    8. inoltre, come noto, il Glyphosate non è l'unica fonte di AMPA, anzi, e non mi risulta (ma può darsi che non sia informato) che sia stato rilevato in aria

      Elimina
  5. Penso che una presenza diffusa sul territorio di aziende biologiche serie possa essere un'ottima palestra di agronomia, nel senso che adottano pratiche che anche un convenzionale potrebbe adottare (fatte le opportune valutazioni),ad esempio possono esserci situazioni in cui posso sostituire un diserbo con una strigliatura. Penso inoltre che il biologico andrebbe finanziato solo se accompagnato da un progetti Seri di filiere e vendita diretta (ma applicherei tale criterio a tutti i finanziamenti in agricoltura) perché il crearsi di grossi sistemi biologici con catene ecc mina buona parte dei valori che ne determinano il successo commerciale. Invece si è creata (per fortuna c'è ancora molto pragmatismo in giro) una situazione settaria, bisognerebbe dividere chi lavora bene e chi no, ma ormai sono le catene che fanno lobby e cercano di influenzate l'opinione pubblica... Detto questo trovo più scandaloso dare la PAC a chi ha il 100% di superfici ritirate dalla produzione ... Andrej

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ALBERTO GUIDORZI25 novembre 2018 23:47

      ANDREJ
      Questo che dici "Penso che una presenza diffusa sul territorio di aziende biologiche serie possa essere un'ottima palestra di agronomia, nel senso che adottano pratiche che anche un convenzionale potrebbe adottare" è sensatissimo perchè la ricerca agronomica non può finire. Solo che la realtà per ora, ma sono trascorsi 20 anni e le sovvenzioni non sono mancate, ti dà torto. Infatti le aziende agricole italiane da quanto ha detto la Coldiretti a Expo sono 1,6 milioni (le imprese agricole sono però molte meno) e quelle biologiche erano 45.000 quelle esclusive nel 2000 e sono 60,000 oggi, ma solo perché vi hanno aggiunto quelle dei produttori preparatori e qui bisogna stabilire quanto è il % della produzione sulla preparazione, nel senso che vi sono preparatori che producono solo il 10% di ciò che preparano per vendere. Pertanto le aziende biologiche non sono praticamente aumentate e sono una minima parte del totale delle aziende agricole italiane. Percentualmente sono aumentate solo perché le aziende agricole italiane dal 2000 al 2016 sono diminuite da 2,5 milioni a 1,6 milioni.
      Ma vi un altro aspetto che vorrei che valutassi ed è il seguente l’1,6 milioni hanno una superficie media di 8 ettari, mentre le aziende biologiche hanno una superficie media di 29 ettari. Spero ti renda conto che vi è qualcosa che non quadra. Infatti, un’azienda biologica non può prescindere da un certo numero di ore di lavoro manuale e pertanto gli otto ettari si adattano meglio di 29 ettari alla disponibilità attuale che abbiamo di gente che lavora nei campi. Cosa nasconde in realtà l’ampiezza dell’azienda agricola biologica media? Nasconde che gran parte della superficie agricola biologica certificata è fatta da foraggere, prati pascoli, pascoli magri, incolti produttivi e coltivazioni dismesse (oliveti vigneti e agrumeti). Ora di ricerca agronomica in queste superficie non se ne fa proprio. INSOMMA LA TUA AFFERMAZIONE DI CUI SOPRA IN 20 ANNI DI BIOLOGICO E GONFIATURA MEDIATICA DEL FENOMENO è RIMASTA SOLO TEORICA.

      Elimina

Printfriendly