lunedì 15 novembre 2021

L’ORDINARIA STORIA DI UN FRUTTICOLTORE ROMAGNOLO

Giancarlo Fabbri, produttore di pesche e nettarine, racconta la sua esperienza di quarant’anni di imprenditore agricolo

 

 

di ERMANNO COMEGNA E FILIPPO DE GRAZIA


 

Impianto fruttifero in fiore. Foto, per gentile concessione, di Condifesa Ravenna.

 

 

Il settore ortofrutticolo italiano rimane forte e competitivo, ma innegabilmente mostra qualche segnale di affanno. Negli ultimi decenni in Italia si sta assistendo ad un cambio di mentalità imprenditoriale anche in campo agricolo, congiuntamente ad una modifica di alcuni paradigmi di tipo strutturale che stanno ridisegnando il settore, facendo emergere sia elementi critici che punti di forza.

In tale contesto generale, sarebbe ipocrita, però, negare che nello stesso tempo si verifica, almeno a livello complessivo, una perdita di vigore imprenditoriale, come dimostrano la riduzione strutturale della capacità produttiva di prodotti che un tempo vedevano l’Italia leader a livello globale e la riduzione del saldo positivo della bilancia commerciale settoriale.

Storicamente il nostro Paese è stato un emblema nella produzione ortofrutticola, con una forte capacità di conquistare i mercati internazionali, europei ed extra, attraverso una corrente di esportazione che ha alimentato la crescita economica di molte regioni italiane negli anni del boom economico.

Oggi non è più così e i dati lo dimostrano in modo impietoso, anche se esistono diffusi segnali di vivacità, con imprese innovative ed orientate al mercato, capaci di cogliere le opportunità che si presentano e modificare la gamma delle produzioni e le strategie di marketing in maniera confacente alle preferenze dei consumatori, superando in questo anche la più agguerrita concorrenza dei paesi forti.

Purtroppo però i casi di successo non sono la maggioranza. Ad esempio, il ridimensionamento del sistema produttivo emiliano-romagnolo, da sempre uno dei più forti poli settoriali a livello italiano, sta a dimostrare l’esistenza del problema e la necessità di interrogarsi su quali soluzioni possono essere messe in campo per arrestare il declino.

Tra il 2006 e il 2020 la superficie coltivata a pere in Emilia Romagna si è ridotta del 27% e quella destinata a pesche e nettarine ha subito un tracollo del 60%. L’ultimo censimento agricolo del 2010 contava in regione 18.355 aziende agricole dedite alla produzione di fruttiferi. Nel 2016 ne erano rimaste 13.863. Pertanto, in soli 6 anni, un quarto delle aziende ha deciso di abbandonare il settore.

Gianfranco Fabbri è uno di loro. Ha lavorato per circa 40 anni nell’azienda di famiglia, ma alla fine ha deciso di lasciar perdere e passare la mano. L’intervista che abbiamo realizzato mette in luce lo stato d’animo, le motivazioni e le valutazioni che hanno spinto un produttore specializzato in pesche e nettarine a prendere una decisione contraria ai propri sentimenti ed alle più radicate convinzioni

D. Giancarlo quali sono state le spinte che l’hanno portata a cessare l’attività d’impresa?

R. C’è stata una complessa valutazione. Ho preso in considerazione elementi di natura personale, economica, organizzativa, agronomica e tecnica. L’azienda aveva bisogno di ingenti investimenti, per l’ammodernamento e per migliorare la produttività. Inoltre erano necessari interventi per la messa a norma rispetto alle diverse normative che riguardano gli aspetti della sicurezza del lavoro, della tutela delle risorse naturali e delle normative sulla produzione. In particolare, sarebbe stato necessario eseguire investimenti in nuovi impianti che oggi hanno dei costi notevoli (per un dato indicativo si veda le tabelle, ndr). In tale contesto io ho considerato che in agricoltura i tempi di ritorno non sono immediati e un nuovo impianto per andare a regime necessita di almeno tre anni. In più ho riflettuto sul fatto che sono solo in azienda ed ho un’età non lontana dal pensionamento. L’insieme di queste ragioni mi hanno spinto ad assumere la sofferta decisione di cedere l’azienda. È subentrata una azienda confinante in cui è presente un giovane agricoltore.

D. Lei che conosce il settore, come è cambiata la frutticoltura nell’Emilia Romagna negli ultimi 20-30 anni? Quali sono state le dinamiche più importanti che hanno interessato il settore? In particolare quelle in termini di cambiamenti della dimensione aziendale, di numero di imprese attive, di tecnologie. Quali fattori hanno più inciso nel settore della frutticoltura? Lei, come agricoltore, in che modo ha vissuto le trasformazioni che hanno condizionato il settore?

R. La prima osservazione che mi viene in mente è la burocratizzazione del settore e le complessità sorte nella ordinaria gestione amministrativa delle aziende. Rispetto al passato oggi c’è molta più carta. Noi agricoltori siamo costretti a dedicare alcune ore della nostra giornata lavorativa alle incombenze di natura amministrativa. In passato non era così. Era tutto più semplice ed avevamo tutto il tempo a disposizione per lavorare in campagna e per curare le coltivazioni.

Un secondo cambiamento che ho notato è l’aumento della dimensione media delle aziende agricole. Prima l’impresa prevalente era di piccole dimensioni e a carattere familiare. Oggi prevale l’azienda specializzata, professionale, con il ricorso a lavoratori esterni al nucleo familiare.   

 

D. Quindi non si riesce più a stare sul mercato nel settore della frutticoltura con un’azienda di 8 ettari di superficie agricola utilizzata?

R. È così, purtroppo. Un’azienda agricola di dimensioni come quella che io ho gestito oggi è difficilmente sostenibile dal punto di vista economico e questo per effetto dell’aumento esponenziale dei costi fissi e degli oneri burocratici, i quali sono esplosi a partire dagli ’90. Tanti anni fa, ero in grado da solo di tenere i registri dell’IVA. Successivamente sono comparse delle complicazioni ed è stato inevitabile affidare all’esterno lo svolgimento di pratiche burocratiche complesse. Non solo le scritture contabili, ma anche le domande per la richiesta dei contributi pubblici. Le regole sono così complicate ed oggetto di modifiche così frequenti da indurre anche l’imprenditore agricolo più preparato a rivolgersi a tecnici ed intermediari specializzati o comunque organizzazioni professionali, economiche e sindacati. Il ricorso a tali organismi è necessario anche per accedere ai sostegni pubblici. Si pensi a titolo di esempio alla PAC e, nel nostro caso, all’ocm ortofrutta.  In realtà, il desiderio di molti agricoltori è quello di poter far reddito attraverso la remunerazione del prodotto e della sua qualità, piuttosto che attraverso i finanziamenti, ma è utopia.

Sono comunque ottimista, nella mia zona ci sono molte aziende con giovani, preparati e dinamici, che stanno prendendo le redini dell'azienda di famiglia e penso che potranno avere un futuro soprattutto se saranno considerati una risorsa e non un qualcosa da spremere.

D. Qual è oggi, e come è evoluto nel tempo, il ruolo della cooperazione e delle organizzazioni dei produttori in Emilia Romagna?

R. Nella mia regione questi organismi hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale nell’organizzazione e nel funzionamento del settore ortofrutticolo, anche se non mancano imprenditori agricoli indipendenti che si rivolgono direttamente ai clienti finali o ai mercati all’ingrosso per la commercializzazione della loro produzione. Di sicuro però le piccole aziende ortofrutticole non sono in grado e non hanno la convenienza ad affrontare in modo autonomo il mercato. La maggior parte dei miei colleghi aderiscono a cooperative e ad OP. I giudizi non sono sempre lusinghieri e c’è qualcuno che compie questa scelta per mancanza di valide alternative. Sicuramente il sostegno comunitario attraverso i programmi operativi delle OP induce molte imprese verso l’associazionismo. Gli incentivi economici sono tali da rendere conveniente la scelta. In qualche caso però, i vincoli da rispettare sono giudicati eccessivi. Malgrado le distorsioni penso che la scelta di associarsi sia l’unica possibile in mano agli agricoltori per affrontare con qualche efficacia il mercato e la GDO.

D. Secondo lei qual è il ruolo principale delle organizzazioni economiche dei produttori ortofrutticoli?

R. Oltre alla gestione dei programmi di attività finanziati tramite la PAC, indubbiamente l’attività caratterizzante delle OP e delle cooperative è la concentrazione dell’offerta, con la possibilità di acquisire forza contrattuale nei confronti delle fasi commerciali, sicuramente ad un livello superiore a quanto riesca a fare una singola impresa agricola, per quanto grande essa possa essere. Aggiungo, però che, soprattutto la grande distribuzione gioca un ruolo preponderante nella filiera ortofrutticola ed alla lunga riesce ad imporre le sue condizioni economiche e contrattuali. Ricordo che anni fa fu introdotto in Emilia Romagna il sistema della lotta integrata, con la riduzione dell’impiego dei prodotti fitosanitari. All’inizio gli acquirenti riconobbero prezzi più elevati, poi però iniziò la fase dell’allineamento verso il basso e la produzione integrata divenne uno standard comune, senza più la capacità di assicurare un premio di prezzo a favore dei produttori. Questa esperienza dimostra come le stesse associazioni dei produttori non riescono sempre a tutelare gli agricoltori, perché si confrontano con degli interlocutori commerciali che dispongono di un potere di mercato superiore. Spesso mi è capitato durante la mia lunga attività di imprenditore ortofrutticolo di sentirmi come “l’ultima ruota del carro” e l’anello più indifeso della catena produttiva. Una volta che la nostra produzione è collocata sul mercato, il ricavo ottenuto serve a remunerare tutti coloro che hanno contribuito al processo produttivo e da ultimo, quello che rimane, viene distribuito ai coltivatori. Se ci pensiamo bene, questo meccanismo suona come una beffa perché sono le imprese agricole che si assumono il rischio di mercato più elevato. E si badi bene che questo destino non tocca solo alle piccole aziende, come era la mia, ma anche a quelle più strutturate e all’avanguardia. Queste riescono ad ottenere un minimo reddito, ma il rischio di impresa rimane sempre sulle loro spalle. Quando ci sono delle annate negative per effetto di aumento dei costi, di basse produzioni per ettaro, di eccesso di offerta con cali generalizzati dei prezzi, le conseguenze economiche si scaricano inesorabilmente sull’anello agricolo della catena.

D. Come è cambiata la tecnica di produzione? Dove ci sono state le evoluzioni più importanti nella frutticoltura? Nella difesa delle colture? Nella meccanizzazione dei processi produttivi? Nel miglioramento genetico? Cosa ha visto in questo quarantennio cambiare di più?

R. In primo luogo direi che i più importanti cambiamenti si sono verificati nelle tecniche di difesa delle colture e, in particolare, nel settore dei fitofarmaci. Oltre alla già ricordata difesa integrata, che all’epoca ha rappresentato una sostanziale innovazione, ci sono stati dei cambiamenti negli agenti patogeni responsabili dei danni alle nostre colture. In passato avevamo il problema della cydia che è stato superato con l’utilizzo dei feromoni. Più di recente sono emersi nuovi parassiti che erano assolutamente sconosciuti nel nostro territorio. Si pensi, tanto per fare un esempio, agli attacchi di cimice asiatica che preoccupano molto i produttori di pesche e soprattutto di pere, per gli ingenti danni che quest’insetto provoca.

Altre radicali innovazioni sono state introdotte nel settore della meccanizzazione. Siamo passati da una frutticoltura eminentemente manuale, ad una caratterizzata da un elevato indice di meccanizzazione. Tuttavia, il lavoro manuale dell’operatore nel nostro settore è ancora determinante, soprattutto per operazioni fondamentali quali la potatura.

Il miglioramento genetico sicuramente è un elemento importante per l’evoluzione della frutticoltura. Ancora di più lo è l’avvento di nuove colture. Qui da noi in Romagna in poco tempo c’è stata l’esplosione del kiwi che può dare ottime soddisfazioni economiche ma richiede grandi capacità professionali e importanti investimenti economici ed oggi la nostra regione è tra i leader a livello nazionale ed internazionale.

D. Osservando il paesaggio romagnolo si nota la riduzione della estensione dei frutteti ed un incremento delle coltivazioni di seminativi. Come spiega questa evoluzione?

R. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo credo che influisca la riduzione della redditività della produzione frutticola. Poi ha inciso anche una certa carenza di manodopera a livello familiare. Inoltre è subentrato anche il fenomeno della stanchezza del terreno e l’avvento di nuove patologie che hanno colpito i frutteti. Oggi ci sono aziende agricole più grandi rispetto al passato, ma tendono a seguire un ordinamento produttivo misto, con frutteto e colture di seminativi. Nonostante che queste ultime garantiscano un valore aggiunto più basso.

D. Lei che ha lavorato tutta la vita in questo settore, se volesse fornire delle indicazioni prospettiche, guardando al futuro, quali ritiene siano le condizioni necessarie per rafforzare il settore ortofrutticolo in Emilia Romagna, per consolidare i punti di forza oggi vigenti e superare le debolezze?

R. La chiave di tutto sta nel raggiungere un reddito sufficiente, equo e stabile per il produttore ortofrutticolo. Ritengo che il vero imprenditore non abbia bisogno di sussidi, ma solo di ottenere una remunerazione giusta per il proprio prodotto e tale da coprire i costi sostenuti e garantire un margine di reddito sufficiente ad alimentare un adeguato flusso di investimenti in azienda ed assicurare alla propria famiglia un tenore di vita comparabile con quello che ricaverebbe dedicandosi ad altre attività economiche.

Ricordo negli anni ‘80 quando c’era l’AIMA che svolgeva le operazioni di ritiro del prodotto eccedente sul mercato. L’effetto era paradossale, molti frutticoltori non eseguivano correttamente le normali operazioni colturali perché comunque avevano uno sbocco garantito ed un prezzo tale da assicurare una minima redditività. A pensarci bene però, il nostro è un mercato spietato, soggetto a veloci cambiamenti ed anche le innovazioni di successo presto si tramutano in investimenti perdenti per l’agricoltore. Penso ad esempio al caso delle nettarine. Negli anni ’80 si iniziò ad introdurre la loro coltivazione. Il nuovo prodotto veniva collocato sul mercato ad un prezzo decisamente remunerativo, poi però col tempo le cose sono cambiate ed anche per questo prodotto i margini di reddito sono praticamente scomparsi.  La morale è che bisogna sempre rincorrere il mercato ed essere capaci di cogliere il cambiamento ed adattare i modelli di gestione aziendale e le pratiche commerciali. 

La mia personale esperienza mi ha convinto della necessità di prestare attenzione a tre requisiti: la professionalità dell’imprenditore, la propensione all’innovazione e l’incremento delle dimensioni dell’azienda. Sono queste le tre caratteristiche che a mio modo di vedere sono essenziali per rimanere competitivi ed operare con profitto sul mercato. Vorrei a questo punto trattare un ultimo argomento che mi sembra importante e spesso viene trascurato quando si parla di sostenibilità economica delle aziende agricole. Mi riferisco in particolare all’accesso al credito che risulta indispensabile, soprattutto quando è necessario realizzare degli investimenti. Spesso, molti agricoltori si indebitano eccessivamente e quindi vincolano la loro attività all’obbligo di restituire i finanziamenti ricevuti. Si entra così in un circolo vizioso che diventa pericoloso, specialmente quando si commette l’insano errore di sbagliare i conti e di fare il passo più lungo della gamba.  

 

 L'articolo è tratto da "I TEMPI DELLA TERRA" |n° 9 |

 

 

ERMANNO COMEGNA

E’ consulente e libero professionista, attivo nel campo agro-alimentare ed è giornalista pubblicista. E’ stato assistente universitario e professore a contratto presso l’Università Cattolica di Piacenza e Cremona, l’Università del Molise, l’Università di Udine. E’ presidente dell’Associazione Nazionale dei Dirigenti di Aziende Agricole (ANDAA) e vice presidente della Federazione Nazionale dei Dirigenti e Alte Professionalità dell’Agricoltura e dell’Ambiente (FENDA).

 

 

Filippo De Grazia

E’ laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Ha vissuto e lavorato in Italia, Etiopia e Palestina e Israele. Tra il 2018 e il 2020 ha curato la comunicazione in italiano per l'ufficio stampa del Patriarcato latino di Gerusalemme. Collabora come freelance con varie testate italiane e internazionali e da sei mesi si occupa di politiche agricole. 

 

 

1 commento:

  1. Prima era un dubbio ed ora è quasi una certezza. Mi speiego. Ma il continuo aumento di burocratizzazione è un fattore dal quale non ci si può esimere dal sottostare o invece è uno strumento che permette di mantenere in vita e fa prosperare le strutture sindacali che che così acquisiscono sempre in maggior grado amministrazione delle aziende agricole. Ossie per essere più chiari: è forse un'azione di lobby che i sindati agricoli esercitano sui decisori politici sia a livello comunitario che nazionale e soprattutto regionale per far crescere la carta che si deve mostrae?
    Altro aspetto è la tanto pubblicizzata corsa alla terra dei giovani, ma come è possibile che ciò avvenga se un'azienda di otto ettari è inglobata in un'azienda che si ingrandisce? Oppure se tante aziende di 8 ettari gestite da tanti poi vengono gestite da uno o da pochi? Se tanti anziani abbandonano e pochi giovani li sostituiscono dove sta questa corsa alla terra? Insomma mi sa tanto che si raccontino balle ad uso e consumo del "popolo bue" ossia l'opinione pubblica. Altra considerazione che traspare dall'intervista è che la difesa fitosanitaria ha fatto progressi enormi rispetto al passato in fatto di tpossicità dei prodotti e di salguarda dell'ambiente e quindi non è vero ciò che si racconta, cioè che oggi ci avvelenano mentre una volta molto meno, anzi è esattamente l'inverso, solo che il messaggio che è passato è l'avvelenamento aumentato. I sibdacti dovrebbero essere chiamti a dire le verità sull'agricoltura e non lasciare che si diffondano le fandonie. Se non fanno quet'opera di verità che cosa ci stanno a fare?

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