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venerdì 16 ottobre 2026

FAO E GIORNATA MONDIALE DELL'ALIMENTAZIONE: LA SFIDA DEL 16 OTTOBRE TRA RETORICA E RIGORE SCIENTIFICO

 di FRANCESCO MARINO



Tra il richiamo del motto "Fiat Panis" ("Sia fatto il pane") e la realtà dei campi serve un passo deciso: per nutrire un pianeta che cresce di 200.000 anime al giorno, le istituzioni globali devono rimettere al centro l'agronomia applicata, la difesa delle colture e l'innovazione biotecnologica.


La Giornata Mondiale dell’Alimentazione si celebra ogni anno per ricordare la nascita dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l'Agricoltura (FAO), istituita ufficialmente nella città di Québec, in Canada, il 16 ottobre 1945. Per comprendere la reale portata politica, scientifica e storica di questa ricorrenza non ci si può limitare al racconto consolidato della diplomazia multilaterale, sorta dalle ceneri e dalle macerie materiali e morali della seconda guerra mondiale. 
Occorre compiere un indispensabile passo indietro ed esplorare le radici profonde del primo Novecento, quando Roma divenne, quasi per una scommessa visionaria e contro il parere delle grandi potenze dell'epoca, il baricentro originario della cooperazione e della statistica agraria internazionale.

All'inizio del XX secolo, la produzione, la distribuzione e il commercio globale dei prodotti agricoli fondamentali — a partire dal grano e dalle grandi derrate cerealicole che sfamavano i continenti — si svolgevano in un contesto caratterizzato da una grave incertezza informativa e da un totale isolamento tra paesi produttori e consumatori. Mancavano rilevazioni statistiche uniformi, periodiche, omogenee e certificate sulle superfici effettivamente coltivate nei vari angoli del pianeta, sulle giacenze reali stoccate nei magazzini o sulle stime dei raccolti stagionali. 
In questa permanente penombra informativa, le principali borse merci dell'epoca, a partire da quelle di Chicago e Liverpool, agivano in un regime di sfrenata speculazione finanziaria. L'improvvisa impennata o il crollo vertiginoso dei prezzi non rispondevano soltanto alle dinamiche naturali dei campi, ma finivano per stritolare ciclicamente sia i contadini sia i consumatori urbani.

In questo scenario di deregolamentazione mercantile prese corpo la straordinaria intuizione di David Lubin, coltivatore e mercante statunitense di origini polacche. Lubin individuò con spietata chiarezza la matrice economica del problema: le crisi periodiche dei produttori agricoli e la crescente instabilità dei mercati alimentari non derivavano unicamente dalle avversità meteorologiche, ma trovavano la loro causa primaria nell'assenza di dati trasparenti, pubblici e comparabili sui volumi effettivi delle produzioni e sui reali flussi di merce a livello globale. Senza una rigorosa statistica agraria internazionale, chi produceva cibo lavorava letteralmente al buio, esposto alle manovre dei grandi intermediari speculativi.

Animato dalla volontà di fondare una sorta di "Camera di Commercio o Osservatorio Agricolo Mondiale", Lubin cercò per anni l'appoggio delle principali cancellerie occidentali. La sua proposta si scontrò tuttavia con la fredda ed esplicita opposizione delle burocrazie di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, le quali valutarono il progetto come un'indebita e pericolosa ingerenza statale nelle rispettive politiche commerciali d'oltremare. A cogliere con uno straordinario intuito politico la rilevanza strategica dell'idea fu invece l'Italia. Nel 1905, il governo guidato da Alessandro Fortis, sotto la sapiente regia di Giovanni Giolitti e con il convinto sostegno personale di Re Vittorio Emanuele III, garantì la copertura politica e finanziaria decisiva per trasformare quell'utopia in una realtà di diritto internazionale.

Superando le diffidenze delle grandi potenze industriali, nacque così a Roma l’Istituto Internazionale d’Agricoltura (IIA). Per ospitarne gli uffici centrali e la ricchissima biblioteca, lo Stato italiano promosse l'edificazione di un imponente complesso architettonico all'interno del parco monumentale di Villa Borghese, progettato dall'architetto Armando Brasini e dall'ingegner Edmondo Sanjust di Teulada — una struttura inaugurata nel 1908 che solo in un secondo momento avrebbe preso la denominazione di Palazzo Lubin. Con l'avvio delle attività dell'IIA, l'Italia assumeva così la guida della prima organizzazione intergovernativa della storia interamente dedicata alla raccolta scientifica dei dati agrari, alla pubblicazione di bollettini statistici comparati e alla tutela economica del lavoro rurale su scala planetaria.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e la caduta del regime fascista, l'operatività dell'IIA dovette inevitabilmente arrestarsi. Nondimeno, la sua eredità informativa e documentale non andò dispersa: nel 1945 venne formalmente ereditata dalla neonata FAO. Stabilitasi provvisoriamente a Washington per rimanere vicina ai centri finanziari della ricostruzione post-bellica, l'organizzazione maturò presto la consapevolezza di dover stabilire una propria sede permanente. Nel 1951, dopo un intenso dibattito multilaterale che mobilitò le diplomazie di ogni continente, si decise di trasferire la sede centrale proprio a Roma, ricongiungendosi così con le radici della statistica agraria globale tracciate da Lubin. Quel passaggio fu il frutto di una serrata trattativa diplomatica conclusasi al fotofinish dopo cinque votazioni assembleari: la candidatura di Roma prevalse su quella di Washington per appena due voti di scarto (30 a 28).

La FAO insediò le proprie strutture nel grande complesso edilizio situato in viale Aventino, progettato originariamente negli anni Trenta per ospitare il Ministero dell'Africa Italiana. Lo Stato italiano concesse il palazzo stipulando un celebre Accordo di Sede al canone simbolico di una sola lira all'anno. Percorrere gli ampi corridoi di quell'edificio significa ancora oggi attraversare una vera e propria mappa viva della diplomazia rurale del Novecento: le sale conferenze non recano codici numerici, ma i nomi dei singoli Paesi membri che si occuparono direttamente di allestirle con le proprie essenze lignee e i marmi tipici nazionali. Oggi la FAO è un colosso multilaterale che conta 194 Stati membri, impiega oltre 3.200 dipendenti nella sede centrale e opera capillarmente attraverso 5 uffici regionali, 9 subregionali e circa 80 sedi di paese in oltre 130 nazioni.

Eppure, mappare statisticamente i fabbisogni ed esibire targhe di rappresentanza nei palazzi della diplomazia non costituisce, di per sé, una risposta agronomica alla fame. La diplomazia e i bilanci dell'agricoltura forniscono l'indispensabile misura quantitativa del problema, ma la soluzione materiale e la sicurezza nutrizionale possono arrivare soltanto dalla produzione reale, dalla tecnica applicata e dalla scienza di campo, non dai protocolli burocratici.

A ben vedere, persino quando i vertici della FAO sono stati guidati da figure provenienti dal mondo accademico e tecnico — si pensi a direzioni affidate ad agronomi e profili di solida estrazione tecnica come il senegalese Jacques Diouf, o successivamente al brasiliano José Graziano da Silva, fino alla guida affidata al cinese Qu Dongyu — la gestione interna della tecnostruttura non ha certo avuto vita facile nell'ancorare l'organizzazione al rigore della scienza applicata. Sebbene queste impostazioni non abbiano trovato un'accoglienza unanime tra i funzionari tecnici della FAO, sotto la spinta di quadri burocratici e l'influenza di apparati vicini a figure come Maria Helena Semedo o alla storica area riconducibile a Nadia El-Hage Scialabba, la tecnostruttura di viale Aventino ha finito nel tempo per sdoganare e istituzionalizzare l'agroecologia non come semplice disciplina agronomica di studio, ma come un vero e proprio manifesto politico. Un'impostazione che ha progressivamente aperto le porte a concetti privi di validità empirica, ammiccando persino alle correnti esoteriche dell'agricoltura biodinamica e alle narrazioni della decrescita.

Questa deriva ideologica non ha purtroppo risparmiato l'Italia, dove tentativi normativi e pressioni politiche hanno cercato a lungo di equiparare la biodinamica alla ricerca scientifica ufficiale, tentando persino di introdurne gli insegnamenti nelle università: una minaccia sventata solo grazie alla ferma mobilitazione della comunità scientifica nazionale. Questa profonda contraddizione si riflette oggi nella composizione stessa dei vertici di viale Aventino, dove figure di estrazione politica come l'ex Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina — esponente di primo piano del Partito Democratico ed ex segretario dem, oggi Direttore Generale aggiunto e ufficialmente candidato dal governo italiano di centrodestra alla guida della FAO in vista delle elezioni per il mandato in scadenza nel luglio 2027 — affiancano la Direzione Generale in un contesto istituzionale che continua a faticare nel riaffermare il primato netto del metodo scientifico sperimentale sulle logiche della mediazione trasversale.

Mentre la tecnostruttura si avvita in queste mediazioni, la realtà demografica ed ecologica globale viaggia a velocità raddoppiata. Una popolazione mondiale che cresce al ritmo imponente di oltre 200.000 persone al giorno non può essere sfamata dalle suggestioni bucoliche della decrescita. La letteratura scientifica internazionale è spietata nel quantificare i costi di queste utopie regressive: i più estesi meta-studi globali dimostrano che il passaggio generalizzato a pratiche biologiche o agroecologiche non integrate dalla chimica e dalla tecnologia comporta un crollo sistematico delle rese compreso tra il 20% e il 40% a seconda delle colture. Nel caso dei cereali — la spina dorsale della sicurezza alimentare umana — rinunciare alla protezione sintetica delle colture e al miglioramento genetico significa dover espandere la superficie agricola mondiale di milioni di ettari a discapito delle ultime foreste tropicali del pianeta. Una catastrofe ecologica travestita da ambientalismo.

Celebrare il 16 ottobre dalle pagine di Agrarian Sciences significa dunque restituire alla Giornata Mondiale dell'Alimentazione il suo senso originario, liberandola una volta per tutte dai convegni autoreferenziali, dalle passerelle istituzionali e dalle facili scorciatoie della retorica. Nata per mobilitare concretamente l'opinione pubblica globale contro la piaga della malnutrizione e per promuovere la reale sicurezza alimentare in ogni angolo del pianeta, questa fondamentale ricorrenza non può ridursi a un palcoscenico per slogan consolatori o a un manifesto per utopie nostalgiche.

Di fronte alla necessità stringente di gestire le risorse naturali, il suolo e l'acqua con crescente efficienza e razionalità, la missione originaria della Giornata e delle istituzioni internazionali può essere assolta solo rifiutando senza timidezze l'esoterismo rurale e l'ideologia della decrescita. La sicurezza alimentare globale si regge su un unico, fondamentale pilastro non negoziabile: restituire centralità assoluta alla scienza agraria, ottimizzare le risorse idriche e nutrizionali attraverso l'agricoltura di precisione, difendere le colture dalle avversità biotiche e abiotiche, e superare finalmente i tabù ideologici sull'innovazione biotecnologica — sbloccando le nuove tecniche di evoluzione assistita (TEA) e smascherando l'ipocrisia di un'Italia che vieta la coltivazione degli OGM nei propri campi salvo poi continuarne a importare tonnellate dall'estero per la propria filiera zootecnica e industriale. La conoscenza agronomica rigorosa e l'evidenza empirica restano gli unici strumenti razionali ed efficaci per governare la terra, garantire la produzione e nutrire con dignità il futuro dell'umanità.



Francesco Marino

Dott.Agronomo e Zootecnico (UniFI). Membro del Consiglio Direttivo - MULSA – Museo di Storia dell’Agricoltura, Sant’Angelo Lodigiano (LO). Diploma di maturità in Tecnico dell' Industria Enologica (Istituto Sperimentale Agrario, F. Todaro - Rende "Cs" ).Presidente dell'Associazione AgronomiperlaTerrA e già Presidente dell' UGC-CISL Firenze/Prato e di Copagri Toscana, organizzazione Sindacale che tutela gli interessi della aziende agricole già aderenti all'UGC Cisl, UIMEC-UIL, UCI, AIC e ACLI Terra. E' Vicedirettore della Rivista "Spigolature Agronomiche", Responsabile del Blog Agrarian Sciences e del sito biblioteca di Agrarian Sciences. Attualmente è impegnato in progetti di sviluppo agricolo in Tanzania e Palestina.

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