sabato 6 aprile 2024

FRANCESCO PETRARCA E L’ALLORO - ALCUNE RIFLESSIONI NEL 650° DALLA MORTE


di LUIGI MARIANI



"Zephiro torna, e ’l bel tempo rimena
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia
et garrir Progne et pianger Philomena
et primavera candida et vermiglia
(sonetto dalle rime"In morte di Laura
"
del Canzoniere di Francesco Petrarca).

Cosimo I de' Medici desiderava fossero poste nelle nicchie che si aprono nel loggiato degli Uffizi a Firenze le statue dei “fiorentini che fussero stati chiari e illustri nelle armi, nelle lettere e nei governi civili”. Una delle 28 nicchie ospita la statua di Francesco Petrarca. Foto Agrarian Sciences.


Nel 2024 ricorre il 650° anniversario della morte di Francesco Petrarca, scrittore, poeta, filosofo e filologo ritenuto precursore dell'umanesimo e le cui opere sono fra i fondamenti della letteratura italiana. Nato ad Arezzo il 20 luglio 1304 e morto ad Arquà il 19 luglio 1374, Petrarca era figlio di un notaio proscritto fuoruscito fiorentino, condizione questa assai diffusa nella civiltà comunale, la quale ebbe negli acerrimi scontri fra fazioni uno dei elementi che ne determinarono il tramonto¹.
In questa sede ci limiteremo a evidenziare ai lettori due aspetti all'apparenza secondari della figura di Petrarca e cioè i suoi legami con l'agronomia (fu un appassionato orticoltore e frutti-viticoltore e mise per iscritto alcune sue esperienze coltivatorie) e il suo interesse per l’osservazione e la registrazione dei fenomeni naturali. Tali aspetti pongono a mio avviso in risalto l’eclettismo del Petrarca che pare preludere a grandi personaggi rinascimentali che saranno al contempo artisti e scienziati come Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci.

Petrarca cronista del maremoto di Napoli del 1343

Petrarca, che su incarico dal Papa Clemente VI si trovava in missione diplomatica a Napoli, ci ha lasciato un originale resoconto del disastroso maremoto che colpì Napoli Il 25 novembre 1343, festa di Santa Caterina. In proposito leggiamo quanto sull’argomento dice Giovanni Ricciardi, ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, intervistato da Francesca Pezzella (2020): il 25 novembre, poco dopo la mezzanotte, furono avvertiti per tutta Napoli un fortissimo boato e un terremoto che scosse dalle fondamenta il monastero di San Lorenzo ove era alloggiato Petrarca, che così racconta: “Serrata la finestra mi posi sopra il letto, ma dopo avere un buon pezzo vegliato, cominciando a dormire, mi risvegliò un rumore e un terremoto, il quale non solo aperse le finestre, e spense il lume ch’io soglio tenere la notte, ma commosse dai fondamenti la camera dov'io stava”. La situazione peggiorò quando un violento temporale e un maremoto devastarono l’intero golfo di Napoli e Salerno. Secondo Petrarca, i fenomeni interessarono l’intero Mediterraneo: “si dice che questa tempesta abbia infuriato lungo tutto l’Adriatico, il Tirreno e per ogni dove.” A conferma del resoconto petrarchesco le cronache maltesi del tempo indicano che la notte del 25 novembre del 1343 a Malta, nel villaggio di Misrah Tal-Maqluba, si formò un cratere di circa 50 metri di diametro e 15 metri di profondità, al causa del quale si generò un maremoto che distrusse l'intera flotta turca ancorata al largo dell’Isola.
La mattina Petrarca si recò sul grande molo di Napoli ormai distrutto e invaso dalle acque e di tale sopralluogo ci ha lasciato la seguente testimonianza: “Il terreno su cui ci trovavamo, eroso dalle acque che vi erano penetrate, franò velocemente; Noi, in terraferma, a stento ci siamo salvati, nessuna nave resse ai flutti né in alto mare e neppure nel porto. Una sola fra tante, carica di malfattori, si salvò. La loro nave, pesante, molto robusta e protetta da pelli di bove, dopo aver sostenuto sino al tramonto la forza del mare, alla fine cominciava anch’essa a cedere. E così, mentre lottavano e a poco a poco affondavano, avevano protratto il naufragio sino a sera; spossati alla fine, cedute le armi, si erano raccolti nella parte superiore della nave quand’ecco, al di là di ogni speranza, il volto del cielo rasserenarsi e calmarsi l’ira del mare ormai stanco.”
Interessante al riguardo del maremoto è anche la lettera che il Petrarca indirizzò al Cardinale Giovanni Colonna e in cui non fece mistero delle proprie paure e ansie, cominciate già qualche giorno prima allorché nella città corse voce che il Vescovo di Ischia Guglielmo, appassionato di Astronomia, avesse predetto per il giorno 25 un fortissimo terremoto. Questa previsione aveva riempito di terrore gran parte del popolo, che abbandonata ogni consueta occupazione, aveva affollato le chiese. “Io d’altra parte avevo visto ed udito in quei giorni minacciosi segni del cielo che, per quanto abituato ad abitare in gelide regioni … mi avevano gettato nello spavento e reso quasi superstizioso”. Dopo la mezzanotte un forte boato e un terremoto spalancò le finestre e fece tremare tutto il convento: ”Ci affrettiamo tutti verso la chiesa, e qui giunti, genuflessi, pernottiamo nel pianto, certi ormai che la fine fosse imminente e che ogni cosa attorno rovinasse”. E da questa terribile esperienza trasse la seguente morale: “Io ne trarrò solo questa conclusione: pregarti che tu non voglia più ordinarmi d’affidare la mia vita ai venti e alle onde. In questo non vorrei ubbidire né a te, né al Pontefice Romano e neppure a mio padre, se tornasse in vita. Lascio il cielo agli uccelli e il mare ai pesci; animale terrestre, scelgo un viaggio terrestre”.

Petrarca orticoltore

Quell’autodefinirsi “animale terrestre”ci introduce a un’altra prerogativa del sommo poeta e cioè la passione per l’orticoltura, la frutticoltura e la viticoltura, passione quest’ultima che lo accomuna ad esempio a Leonardo da Vinci, del quale ricordiamo la vigna donatagli da Ludovico il Moro e a Galileo Galilei, appassionato viticoltore². Al riguardo può essere interessante riproporre ai lettori alcune delle riflessioni che il prof. Gaetano Forni dedicò agli scritti agronomici del Petrarca e che in forma completa furono pubblicate sui numeri 15 (1994-95) e 16 (1996-97) dalla rivista AMIA (Acta Museorum Italicorum Agriculturae). A tali due numeri di AMIA, disponibili in rete sul sito della Rivista di storia dell’agricoltura, si rimanda il lettore per approfondimenti e per consultare le versioni originali in lingua latina degli appunti coltivatori del Petrarca, attinti dal codice Vat. 2193, f 156 r³, tradotti in italiano da Giulia Forni e che il lettori trovano in appendice.
Forni evidenzia anzitutto che il Petrarca era amante della natura e non tanto di quella selvatica quanto, come Virgilio, di quella domestica e cioè della campagna, per cui prende nota delle operazioni, in genere di piantagione o semina, da lui personalmente condotte o curate (Camporesi, 1993). In tale resoconto il Petrarca non si limita ad indicare la data, ma rileva le condizioni climatiche, il tipo di suolo, la luna, e soprattutto documenta i risultati. Diplomato ambasciatore, chierico (aveva acquisito attorno ai vent'anni gli ordini minori), godeva di una grande disponibilità di mezzi finanziari, il che gli permetteva di acquistare terreni e case nelle località ove aveva occasione di risiedere. Così nella sassosa Provenza, a Valchiusa (Vaucluse), presso la riva della Sorgue, acquistò un poderetto che fece prima ripulire dai massi sparsi in superfìcie (Marconi, 1893) e poi spietrare in profondità. Realizzò in tal modo un praticello, poi due piccoli orti, ove potè piantare personalmente viti, olivi e altri fruttiferi. Lo stesso fece in quel di Parma ove, svolgendo la funzione di canonico, possedeva un giardino e un vigneto-frutteto con viti allevate su sostegni vivi (peri, meli, susini). Il giardino era diviso in una parte centrale più intensamente curata e coltivata (ortulus cultior) e in due zone laterali (ortus citeriore, ortus ulterior) (De Nolhac 1887 e 1934). Le doti coltivatorie del Petrarca incuriosirono altri personaggi con cui era in relazione e tra questi il Signore di Milano, Luchino Visconti, che da poco aveva acquisito Parma dagli Estensi e che inviò a Petrarca marze di pregiate varietà di fruttiferi (Camporesi o.c., p. 62). Petrarca contraccambiò il dono inviando a Luchino Visconti un carme, alcune pianticelle e un cesto di pere ghiacciuole (glaciale pirum), varietà un tempo molto diffusa specie in Toscana (Marconi ibidem, nota 39). Spostandosi poi a Milano, ove risiedette una decina d'anni (Camporesi 1993 p. 54), Petrarca svolse le proprie attività coltivatorie in un ortulo che possedeva nei pressi di Sant'Ambrogio e in orto acquistato nelle vicinanze di via Santa Valeria. Negli ultimi anni della sua vita, ritiratosi ad Arquà, Petrarca prosegui le proprie attività di coltivatore con l'assistenza del genero (Checcus noster) e di alcuni amici, prendendosi cura dell'oliveto e del vigneto (Marconi, ibidem).
Sempre Forni pone l’accento sul fatto che per comprendere meglio perché Petrarca sentisse il bisogno di sperimentare nell’orto, è necessario conoscere i tratti psicologici fondamentali della sua personalità, già in parte emersi quando si è parlato della cronaca del maremoto di Napoli. Come sottolinea infatti il Camporesi (1993), Petrarca era di temperamento ansioso e melanconico ed era esposto alla depressione, per cui trovava sollievo nel lavoro indefesso e pluriforme e nel viaggiare continuo, impostogli anche dalla sua posizione di diplomatico e ambasciatore. Di gusti parchi e frugali, si nutriva soprattutto di erbe, frutti e pesci, evitando le spezie. Incalzato dall'ansia di una vita che temeva breve, limitava il sonno, levandosi prima dell'alba, per occuparsi dei suoi diletti studi. Di salute cagionevole, andava soggetto a febbri violente, forti dolori e perdite di coscienza: ad esempio nel 1370 fu colpito da una sincope che lo tenne quasi come morto per circa trenta ore.
L'orticoltura e la viti-frutticoltura rappresentavano dunque per lui una forma di contatto con l'ambiente naturale mentre Il provare metodi nuovi, non conformi a quelli illustrati dai georgici classici, gli dava il gusto d'innovare e di sperimentare. Al riguardo egli scrive: " Quae omnia (tutti questi modi d'operare) sunt contra doctrinam Maronis (non sono conformi alle Georgiche di Virgilio Marone). Sed placet experiri (…ma mi piace sperimentare)".
Le annotazioni che il Petrarca stendeva per uso strettamente personale sono riferite a come aveva operato nel piantare e seminare, a quali suggerimenti avesse accolto, alle condizioni climatiche e pedologiche e così via, sino al cenno sui risultati ottenuti. Tali annotazioni non costituivano tuttavia un vero e proprio registro di sperimentazione, analogo a quelli impiegati da un moderno ricercatore. Si trattava infatti di appunti alla buona, spesso incompleti, che il Petrarca stendeva per sé in un latino in complesso corretto (il che lascia supporre che pensasse in latino), in modo sincopato, stenografico, diremmo oggi, utilizzando abbreviazioni di ogni genere e sottintendendo di tanto in tanto delle parole. I risultati erano indicati successivamente in modo ancor più succinto e lacunoso. In complesso si tratta di note che documentano lo scopo delle ricerche del Petrarca che, anche se condotte in modo rudimentale e talora ingenuo (come quando semina in autunno spinaci, biete e altri ortaggi), erano tuttavia straordinarie in quanto di epoca medievale. Tali annotazioni, tredici in tutto, erano stese a guisa d'appendice all'opera agronomica latina che più frequentemente consultava e cioè l’Opus Agriculturae del Palladio ed avevano per titolo “Observationes quaedam sup. Agricultura”.

PETRARCA, L’ALLORO E LA SUA MORTE

Petrarca ebbe in vita un rapporto privilegiato con l’alloro, albero sacro al dio Apollo, protettore della poesia. L’alloro rinvia da un lato al nome della musa ispiratrice di Petrarca, madonna Laura, e dall’altro all’incoronazione a Poeta, avvenuta a Roma in Campidoglio nel 1340 con l’imposizione di un serto d’alloro.
Narra Leonardo Sciascia (1979, p. 170) che Petrarca morì nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374 e pertanto alla vigilia del suo settantesimo compleanno, essendo infatti nato all’alba del 20 luglio del 1304. Petrarca moriva dunque avendo quasi perfettamente concluso quello che per Dante era il “cammin di nostra vita”: stroncato da una sincope improvvisa, reclinò la testa sul libro che stava leggendo, forse l’amato Virgilio. Accorso a sollevarlo, il fedele discepolo Lombardo della Seta vide “come una nuvoletta in su salire” l’anima del maestro.
I cronisti del tempo evidenziano con dovizia di particolari che il 1374 fu denso di calamità: piogge eccessive, venti, geli, la peste da aprile a ottobre e la carestia come conseguenza del maltempo (Ciucciovino, 2016, pp. 1047 e 1049). Al riguardo Lombardo della Seta narra che quell’anno gelarono tutti gli allori e attribuisce l’evento funesto alla scomparsa del Poeta, che dell’alloro era stato uno dei più elevati cantori.

Bibliografia

Camporesi P., 1993. Le vie del latte, Garzanti, Milano
Ciucciovino C., 2016. La cronaca del trecento italiano, volume III, 1351-1375 Universitalia, 1229 pp.
De Nolhac P., 1887. Pétrarque et son jardin d'après ses notes inédites, Giornale storico della letteratura italiana, IX, Firenze: 404-414
De Nolhac P., 1934. Pétrarque dans son jardin de Parma, Archivio storico per le Province Parmensi: 37
Forni Gaetano e Giulia (a cura di), 1994. Un contributo d'eccezione per la documentazione museale dell'agricoltura medievale: le " Observationes quaedam sup. agricoltura”, appunti di ricerca sperimentale ortofrutticola di Francesco Petrarca, rivista AMIA, n. 14-15, 155-158 (disponibile sul sito del Mulsa - https://www.mulsa.it/amia-acta-museorum).
Forni Gaetano e Giulia (a cura di), 1996. “Observationes quaedam super agricultura”. Appunti di ricerca sperimentale ortofrutticola di Francesco Petrarca, rivista AMIA, n. 16-17, 158-160 (disponibile sul sito del Mulsa - https://www.mulsa.it/amia-acta-museorum).
Marconi F., 1893. Il Petrarca nella storia dell'agricoltura, Atti Reale Accademia economico-agrari Georgofìli di Firenze, IV serie, XVI, Firenze: 139-151
Pezzella F., 2020. l maremoto di Napoli del 1343: la testimonianza di Francesco Petrarca, https://www.ingv.it/newsletter-ingv-n-6-giugno-2020-anno-xiv/il-maremoto-di-napoli-del-1343-la-testimonianza-di-francesco-petrarca
Rico F., Marcozzi L., 2015. PETRARCA, Francesco, Dizionario biografico degli italiani, vol. 82, https://www.treccani.it/enciclopedia/francesco-petrarca_(Dizionario-Biografico)/
Sciascia E., 1978. Nero su Nero, Einaudi, 247 pp.
Vattasso M., 1908.I codici petrarcheschi della Biblioteca Vaticana, Tipografia Poliglotta Vaticana.


 APPENDICE - “OBSERVATIONES QUAEDAM SUPER AGRICULTURA
Nella traduzione di Giulia Forni (Forni, 1994 e 1996)

Il giorno 26 novembre 1348, verso sera, a meno di due ore prima del tramonto, ho fatto potare i tralci delle viti e ne ho fatto piantare subito una parte, il resto l'ho fatto sotterrare completamente, contro l'uso comune, ma l'ho fatto seguendo il suggerimento del mio nuovo amico di Cremona, un coltivatore straordinario. Infatti dice di aver piantato i tralci, sotterrati in questo modo e dissotterrati intorno al mese di maggio, non intenzionalmente, ma perché costretto a differire l'operazione da un imprevisto: il risultato era stato mirabile, tanto che ciò che era stato un esito casuale lo fece diventare una ragionata consuetudine. Da quella volta aveva continuato così, con successo. Perciò anch'io desiderai fare questa prova e verificare se fosse più proficua la piantagione in autunno o in primavera e anche se lo fosse il sotterramento dei tralci recisi o la loro piantagione senza interramento. Per non ignorare le eventuali influenze accidentali, bisogna prendere in considerazione tre fattori sfavorevoli: il clima già invernale di fine autunno, mentre per tali operazioni è preferibile la temperatura di inizio autunno; il vento di bora, che oggi sta soffiando e che rende difficile la lavorazione del terreno, quantunque sia controbilanciato dall'austro, che spira da 15 giorni con continue piogge, che impregnano la terra; infine la luna che, come indica l'aspetto, è al quinto giorno, anche se alcuni sostengono che sia al sesto giorno. Tutte cose contrarie ai principi di [Virgilio] Marone. Ma mi piace sperimentare. Non fui presente al momento di estrarre la parte sotterrata. La parte piantata crebbe con scarso vigore, ma meglio di quanto pensassi.
Il 26 Novembre mercoledì dell’anno 1348… (operazioni viticole riportate alle pp. 5-6 di AMIA n. 15). L’8 dicembre, se non sbaglio il XVI giorno della luna, col clima mite, alle 3, interrai pianticelle di issopo e rosmarino con i rami (caudicibus), nell’“orticello” più curato, con l’intenzione di sperimentare (experiendi animo). Ottenni buoni risultati.
Il 4 febbraio 1349, il XVI giorno della luna, dopo le 3, nel tardo pomeriggio, col tempo umido e nuvoloso ma mite, ho trapiantato un melo non molto vecchio, ma di alcuni anni, da un posto ombroso più lontano a uno vicino, ben illuminato caldo ed esposto al sole, con uno scavo piuttosto profondo, senza l’aggiunta di letame o altro concime, ma lavorando molto bene (ad unguem subacta) la terra nera e grassa. Voglio vedere come va a finire. Finora infelice. Alla fine (il melo) si è seccato.
Il 20 Febbraio, il terzo giorno della luna, come credo, hanno trapiantato un pesco inselvatichito (degenerem) dall’orto “lontano” a quello “vicino”, insieme a un pesco che si trovava lungo il confine di detto orto vicino; ma temo che non abbiano scavato buche abbastanza profonde, giacché non ero presente.
Si è seccato tutto. Negli stessi giorni interrai nell’orticello più curato una pianta di diversi anni, come sembra, di rosmarino, con la radice. Vive ed è rigogliosissima.
Il 2 marzo, il 12° giorno della luna, o meglio il 13°, con un clima mite ma nuvoloso e piovoso, feci piantare nell'orto vicino, in pergolato, le viti transmarine (3), trasportate il giorno prima verso sera da Valle Serena, senza rami, con la sola giuntura del vecchio tralcio - come dicono - con il nuovo. Le feci piantare ai piedi di alberi sia giovani sia vecchi: melo, pero, susino. Il giorno dopo, in mia assenza, con un tempo oltremodo umido e piovoso ma mite, i servi piantarono nell'orto vicino, sempre in pergolato, tralci di uva duracina (3) staccati da una vite ombrosa, insieme ai tralci precedenti, al piede di altri (quasi tutti) gli alberi.
Il 4 giugno, il XVIII giorno della luna, verso sera, in un periodo della stagione sfavorevole, ma col cielo nuvoloso e la terra profondamente e abbondantemente intrisa di pioggia di due giorni (del giorno precedente e di due giorni prima) e perfettamente rivoltata, feci trasferire le piante di salvia con tutte le radici e a volontà con un cumulo piuttosto abbondante di terra nera che vi era attaccata, presso il muro dell’orto “vicino”, per predisporre la parte centrale dell’orto a prato, che avevo deciso di fare lì. Feci subito praticare l’irrigazione dal ruscello più vicino.
L’ortolano confida in un esito assai favorevole, nonostante fosse d’estate. Le fosse erano molto profonde.
Si seguirono le medesime procedure, alla medesima ora, per il marrobio, in un angolo vicino all’ingresso.
Il medesimo giorno, di mattina, i servi avevano piantato altre pianticelle di salvia nell’“orticello” più curato, e nel medesimo luogo, sul far della notte, ho fatto piantare un’erba assai simile all’issopo, e l’ho fatta irrigare allo stesso modo. Vedremo presto il risultato. Il risultato fu buono, soprattutto per le piante di salvia: hanno attecchito tutte.
Il 25 giugno, dopo le 3 del pomeriggio, il settimo o l’ottavo giorno della luna, con un tempo umido e piovoso, nell’orto più vicino feci fare ciò che da tempo avevo stabilito, cioè spargere semente di fieno in quantità abbondante, sulla terra precedentemente ben lavorata e morbida e “cotta” dal sole estivo, ora anche ben irrigata; in seguito ho fatto erpicare; la mattina dopo ho fatto ripetere ciò con maggior cura e spianare perfettamente la superficie, una volta eliminate la radici nocive. Nel complesso non vi è nulla di sfavorevole, se non la stagione. Abbiamo deciso di spargere di nuovo della semente e concime scuro (cioè maturo) e sminuzzato e attendere il risultato. Il risultato fu lento, ma ottimo. Il medesimo giorno, sul tardi, abbiamo trapiantato dall’orto di Luca all’“orticello” più curato la ruta, parte già con i semi, parte più giovane, ma tutta con le radici. La prima ha attecchito subito, l’altra in un primo momento piuttosto lentamente e male, ma, appena irrigata con abbondanza, si è ripresa bene.
Anno 1350. Il 24 maggio ho fatto spargere la semente del fieno nella parte centrale dell’orto “più vicino”, appena comprato per ingrandire il prato dell’anno passato, il XXV giorno della luna o quasi, col tempo piovoso, il suolo umido. In complesso tutto era favorevole tranne forse il periodo dell’anno, ma forse ciò sarà controbilanciato dall’umidità, dall’ombra degli alberi e dalla primavera raramente tanto fredda. Risultati buoni e rapidi.
Nel 1353, ultimo giorno della luna di settembre e martedì 1 ottobre, nell’orto milanese di Sant’Ambrogio, abbondantemente bagnato dalla pioggia del giorno precedente e perfettamente lavorato, abbiamo seminato spinaci, bieta, finocchio, prezzemolo. La stagione tarda, il luogo poco soleggiato e la posizione della luna sembrano di ostacolo. Il risultato fu completamente negativo
Il 4 aprile 1357, al tramonto con la luna piena o quasi, il suolo umido, una temperatura oltremodo fredda per la stagione, nell’“orticello” milanese di Sant’Ambrogio abbiamo piantato in buche profonde sei piante di alloro e una di olivo, provenienti da Bergamo. Appaiono due ostacoli: il ritardo di alcuni giorni (tra l’estirpazione e il reimpianto) e la natura del terreno, particolarmente contraria alla coltura dell’olivo. D’altra parte le piante erano piuttosto giovani (recentes), alcune esili, altre più robuste; tutte fornite di rami. Si sono seccate tutte.
Nel 1359, sabato, intorno alle 3 del pomeriggio, il 16 marzo, ho voluto riprovare l’esito di questo esperimento. Pertanto abbiamo piantato nell’orto milanese di Santa Valeria, in fosse profonde, con la luna calante, 5 arbusti di alloro che il nostro Taddeo ha portato da Como: due giovani, tre più maturi. I giorni successivi furono nuvolosi, anzi addirittura oltremodo piovosi, con frequenti acquazzoni pomeridiani, tanto che l’orto era quasi un lago. Il sole non si fece vedere fino al 1 aprile e la stagione fu migliore che negli anni precedenti. Oltre al resto, avrebbe dovuto giovare molto al successo dei sacri arboscelli il fatto che fu presente alla piantagione l’illustre Sign. Giovanni Boccaccio di Certaldo, assai amico a loro e a me, giunto per caso in quel momento. Vedremo il risultato. Tutte le piante avevano le radici, alcune anche un po’ di terra d’origine; inoltre erano state trasportate di recente non solo con le radici, ma anche coi fusti avvolti con molta cura. Infine, tranne la natura del terreno, non mi sembra ci fosse alcun fattore contrario, dal momento che era stata presa in esame anche la qualità dell’ambiente (qualitate aeris) e che non molto tempo prima grandi quantità (montes) di neve e ghiaccio adamantino coprivano tutto, e si sono appena sciolti completamente. Già a metà di aprile le due piante più grandi sono rinsecchite; le altre in verità non promettono prosperi risultati. Credo con certezza che la natura di questo terreno sia inadatta a questa specie di piante.
Nell’anno 1369, in primavera, non ricordo il giorno, il nostro Lombardo sradicò dall’orto di San Giovanni presso Arquà due grosse piante di alloro con enormi radici e una grande zolla di terra; la mattina successiva, dopo che ebbe nevicato tutta notte, li piantò, seguendo scrupolosamente le consuete procedure, nel boschetto davanti. Non servì a nulla: entrambe rinsecchirono. Si pensa che abbiano nociuto le buche troppo profonde, contrarie alla natura di questa pianta.
Piantò anche altri otto alberi giovani, ma alti, che mi aveva regalato il mio Checco. Di questi tre rinsecchirono, mentre gli altri cinque promettono mirabili risultati. Piantò anche viti e altri arboscelli, che stanno tutti bene, se non per le parti che sono state danneggiate dai denti degli animali, perché nel frattempo, durante la costruzione della casa, là ci fu un gran viavai di essi. Nel medesimo anno, il 3 dicembre, cavò altre cinque bellissime piante - dono del medesimo Checco - di meli ecc. e una di alloro, più piccola delle altre, ma abbastanza grande, di Friderichino di Torre, e le piantò per quella notte nel mio orticello padovano. Nel frattempo moltissima neve, freddo, vento e tempo cattivo sotto tutti gli aspetti. Pertanto la mattina successiva, benché nessuno avrebbe osato, Lombardo si mise in cammino e portò le piante in una nave che, ostacolata dalla violenza dei venti, pervenne a fatica il terzo giorno ad Arquà e il giorno successivo, cioè il 7 o l’8 di dicembre, piantò tutto nelle buche scavate là venti giorni prima. Il tempo era assai ostile, la luna nuova. Invero non è stato omesso nulla nell’atto di piantare, ma fu lungo il ritardo (del reimpianto). Lo stesso coltivatore e i contadini (agrestes) nutrono buone speranze; io non so che aspettarmi. Attenderemo il risultato.
 
 
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¹ Per una biografia di Petrarca si rinvia a Rico e Marcozzi (2015)

² secondo il biografo Villani, Galileo mostrava un particolare diletto … “nel modo di custodire le viti, ch'egli stesso di propria mano le potava e legava nelli orti delle sue ville, con osservazione, diligenza et industria più che ordinaria; et in ogni tempo si dilettò grandemente dell'agricoltura., … “perché tale arte “gli serviva insieme di passatempo e di occasione di filosofare intorno al nutrirsi e al vegetar delle piante, sopra la virtù prolifica de' semi, e sopra l'altre ammirabili operazioni del Divino Artefice.”.  ).

³ L'interpretazione delle parti sincopate o sottintese è quella di M. Vattasso (1908) che perfeziona e talora rettifica la precedente interpretazione di De Nolhac (1887).

Sempre a Parma il Petrarca acquisì un nuovo appezzamento nel 1350.

Scrive Ciucciovino (2016) citando svariate fonti che l’inverno 1373-74 fu insolitamente – e dannosamente – caldo, “velut aestas”, come l’estate. Da Natale a Pasqua non piovve, poi, il 3 aprile iniziò a scendere l’acqua e per tutto giugno non smise di piovere, così che tutto il grano andò perduto e il fieno non si potè raccogliere. Grande pioggia: settimane e settimane. Impedì il raccolto. Carestia e, poi, peste che fece strage in tutta la Lombardia. Il grano rincarò e arrivò a 10 lire lo staio (1 fiorino vale 3 lire e 6 soldi), il vino costava tra 24 e 30 fiorini il moggio, la carne 3 soldi la libbra, l’olio 8 soldi lo staio; «era fame per tutto il mondo, scura». A Siena si dice che a Genova un moggio di grano venga pagato 150 fiorini d’oro! Il pane, un pane fatto in gran parte di erbe, viene distribuito pubblicamente. «A Lucca e in altri luoghi del mondo era fame grandissima e inestimabile». Ad Orvieto una soma di grano viene pagata 10 ducati. Tutti i cronisti sono concordi: «Non fu mai udita, né vista, sì crudele carestia, per la quale molti di fame morirono». La pioggia d’aprile ha ingrossato e fatto esondare anche il Bacchiglione, la Brenta e l’Adige. A maggio seguono «venti tanto impetuosi ed orribili che schiantarono alberi innumerabili ed abbatterono moltissime case» nel Padovano. Seguono poi freddi inconsueti per la stagione. A Piacenza il frumento arriva a costare un fiorino per staio, mentre negli altri luoghi di Lombardia non supera i 10 soldi. Ciò comporta che i commercianti facciano a gara per portare i cereali in città, causando penuria negli altri luoghi. Da giugno, si patisce la carestia nel Ferrarese e «quasi in tutte le parti del mondo (quasi in omnibus partibus Mundi)». A settembre, un sestario di frumento viene pagato 45 soldi e uno staio di fave 28. Dopo l’estate, grazie alla scarsità del raccolto, comincia a crescere il prezzo dei generi alimentari. La carestia è dovuta al tempo inclemente, alla pestilenza perdurante che ha impedito la semina in molti campi, alle continue guerre e devastazioni. Non è limitata all’Italia, «ma quasi per tutte le parti della Christianità». Comunque, a Perugia il rincaro del grano non è poi eccessivo, se una mina, che è la terza parte di una soma, costa 5 lire, cioè circa 1 fiorino e mezzo. Anche l’aggiunta al Cortusi registra che «El fo una grande fame per tutto». Notizia della carestia anche nella cronaca di Pistoia, che specifica che a Firenze un sestario di frumento si paga 5 lire e non se ne trova. A Fermo, a giugno, una salma di granocosta 8 fiorini d’oro, ma anche 9 o 10.



LUIGI MARIANI
 
Professore Associato di Agronomia presso l' Università degli Studi di Brescia. E' Direttore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura e vicepresidente della Società Agraria di Lombardia.
 

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