Recensione di OSVALDO FAILLA
L'ARTICOLO USCITO IN ORIGINE SU: www.spigolatureagronomiche.it
Mariani ne sottolinea la straordinaria vitalità intellettuale: fino agli ultimi mesi di vita continuò a studiare, scrivere e a seguire attivamente le vicende sociali. Viene ricordato come uno dei maggiori studiosi italiani di storia dell’agricoltura, honorary member dell’AIMA dell’UNESCO e Accademico Emerito dei Georgofili. La sua attività univa agronomia, archeologia, etnografia, antropologia e museologia in una visione interdisciplinare estremamente originale. Uno dei nuclei centrali dell’articolo riguarda il Museo di Storia dell’Agricoltura (MULSA) sito a Sant’Angelo Lodigiano, considerato la principale eredità culturale lasciata da Forni.
L’idea del museo nacque nel 1971 durante le celebrazioni per il centenario della Facoltà di Agraria di Milano, anche grazie alle sollecitazioni dello studioso cecoslovacco František Šach, stupito che l’Italia, patria di grandi tradizioni agronomiche fin dall’età romana, non disponesse ancora di un museo dedicato alla storia dell’agricoltura. Forni con altri padri fondatori del Museo visitò negli anni Settanta molti musei agricoli ed etnografici europei, traendo ispirazione da queste esperienze per la progettazione del MULSA. Il museo, ospitato nel castello di Sant’Angelo Lodigiano presso la Fondazione Morando Bolognini, venne concepito non come luogo nostalgico o celebrativo, ma come strumento per comprendere il passato agricolo al fine di interpretare il presente e progettare il futuro. Forni e la moglie Francesca Pisani dedicarono enormi energie alla costruzione e gestione del museo, spesso raggiungendolo con i mezzi pubblici da Milano e mantenendolo aperto con una continuità oggi irripetibile. L’impostazione museologica elaborata da Forni era fortemente innovativa.
Il museo veniva organizzato secondo criteri etno-storico-archeologici e raccontava l’evoluzione dell’agricoltura attraverso le grandi rivoluzioni tecnologiche e culturali della storia umana. Particolare importanza assumeva lo studio degli strumenti agricoli, interpretati non solo come oggetti tecnici ma come testimonianze dell’evoluzione della civiltà. Emblematico è il caso della sezione dedicata all’aratro, in cui aratri contemporanei ormai obsoleti sono utilizzati per illustrare l’evoluzione plurimillenaria dello strumento, dal Neolitico all’età moderna. Un altro aspetto significativo del museo era l’attenzione alla comparazione etnografica. Grazie alla collaborazione con il Museo Pigorini di Roma, il MULSA acquisì oggetti provenienti da Asia, Africa, Oceania e America Latina: zappe, asce, aratri simbolici e recipienti che testimoniavano la comune matrice culturale e tecnologica delle agricolture del mondo. Per Forni, infatti, l’agricoltura doveva essere studiata come fenomeno universale della civiltà umana.
L’articolo ricorda anche il forte legame di Forni con la “Rivista di storia dell’agricoltura”, di cui fu prima condirettore e poi membro del comitato scientifico per oltre quarant’anni. Fin dagli anni Sessanta egli pubblicò saggi sulle origini dell’agricoltura, sulla tecnologia agraria antica e sulla paleoagronomia. La sua influenza fu decisiva anche nella monumentale “Storia dell’agricoltura italiana” promossa dai Georgofili, soprattutto per i volumi dedicati alla preistoria e all’età antica. La sezione autobiografica del testo offre informazioni preziose sulla formazione di Forni.
Nato a Milano nel 1926 da una famiglia originaria della Valbrona, trascorse molta parte dell’adolescenza in Val di Non, a Vervò, località cui resterà sempre profondamente legato. La montagna trentina rappresentò per lui un luogo fondamentale di osservazione della natura, dell’agricoltura e della geologia. Durante la guerra frequentò il liceo classico a Coredo (TN) dopo lo sfollamento della famiglia da Milano. Nel 1945 si iscrisse alla Facoltà di Agraria dell’Università di Milano, pur nutrendo una forte attrazione per la filosofia. La scelta dell’agronomia venne incoraggiata dal padre, convinto dell’importanza strategica dell’agricoltura e della sicurezza alimentare nel dopoguerra. Durante gli studi universitari Forni affrontò ricerche molto varie: entomologia agraria, genetica del frumento, microbiologia del suolo, cooperazione agricola e fitopatologia. Importante fu anche il suo impegno culturale e civile.
Partecipò al movimento studentesco cattolico e conobbe da vicino il dibattito sul Lysenkoismo, che giudicava una pseudoscienza ideologicamente imposta. Nel 1948 partecipò ai lavori di ricostruzione del villaggio cecoslovacco di Lidice, distrutto dai nazisti. In quegli anni conobbe Francesca Pisani, chimica industriale e collaboratrice del futuro premio Nobel Giulio Natta, che sarebbe diventata sua moglie e la principale compagna di lavoro intellettuale. Dopo la laurea intraprese la carriera nell’insegnamento scolastico, prima in istituti agrari e poi come preside di scuole medie milanesi. L’articolo dedica ampio spazio alla sua attività pedagogica, caratterizzata da una forte attenzione all’innovazione didattica e all’educazione scientifica. Forni promosse sperimentazioni avanzate: doppie lingue straniere, corsi per adulti, collaborazioni internazionali e progetti di inclusione sociale per ragazzi provenienti da situazioni difficili. Ex colleghi e insegnanti ricordano la sua concezione della scuola come “abito su misura”, capace di adattarsi alle esigenze di ogni studente. Parallelamente sviluppò, insieme alla moglie, un’attività di ricerca privata sulla nutrizione fogliare delle piante e sui fertilizzanti, fondando la rivista “Epigeica” dedicata all’assorbimento fogliare di nutrienti e fitofarmaci, e contribuendo allo sviluppo di fertilizzanti fogliari innovativi.
Questa attività testimonia come Forni non fosse soltanto storico o museologo, ma anche agronomo sperimentale interessato all’innovazione scientifica contemporanea. Molto intenso fu anche il suo impegno nell’editoria scolastica. Con la moglie Francesca Pisani pubblicò manuali di scienze per la scuola media ispirati a una didattica sperimentale e laboratoriale. Tuttavia uno di questi testi fu travolto da una polemica nazionale per l’utilizzo, a fini didattici, di piccoli animali già destinati alla soppressione. Il libro venne ritirato dal mercato nonostante fosse scientificamente corretto, causando gravissime difficoltà economiche famigliari e segnando profondamente la sua vita. La parte finale dell’articolo è dedicata all’analisi del pensiero di Forni.
Mariani sottolinea anzitutto la matrice cattolica della sua visione del mondo. Per Forni la natura rappresentava un dono affidato all’umanità, e l’agricoltura era una forma elevata di collaborazione tra uomo e ambiente. Da qui nasceva il suo interesse per il ciclo del carbonio, la fotosintesi, la fertilità del suolo e la nutrizione vegetale. Forni viene definito un “genio eclettico”, vicino per certi aspetti alla tradizione della scuola storica francese delle Annales. Egli riteneva impossibile comprendere la storia dell’agricoltura senza integrare agronomia, climatologia, antropologia, archeologia, linguistica e geografia. Centrale era inoltre la ricerca delle origini: delle tecniche agricole, degli strumenti, delle forme di allevamento e persino dei comportamenti proto-agricoli osservabili negli animali. Grande rilievo assumeva nella sua riflessione il tema del fuoco e delle proto-agricolture mesolitiche, nonché l’idea che l’agricoltura costituisse una prosecuzione evoluta di processi naturali già presenti negli ecosistemi. L’agricoltore, secondo Forni, non si oppone alla natura ma ne amplifica alcuni meccanismi.
L’irrigazione imita i corsi d’acqua, il letame replica gli effetti degli escrementi animali, la selezione genetica accelera processi biologici spontanei. Particolarmente originale era anche la sua concezione dell’agricoltura come gestione del ciclo del carbonio. Forni attribuiva enorme importanza alla scoperta di Nicolas Théodore de Saussure sul ruolo della CO2 atmosferica nella nutrizione vegetale e vedeva nell’agricoltura un fondamentale regolatore ecologico del pianeta. In questo quadro criticava molte forme di ambientalismo contemporaneo e l’idealizzazione delle agricolture “naturali”, ritenendo antiscientifico il rifiuto delle innovazioni tecnologiche e chimiche. Un’altra caratteristica del suo metodo era l’attenzione all’etimologia e all’iconografia. Forni studiava i significati storici delle parole agricole e interpretava immagini, reperti e strumenti come documenti culturali di primaria importanza.
Da qui derivavano le sue celebri ricerche sull’aratro, sul carro, sui trattati agronomici antichi e sulla tecnologia rurale mediterranea. Nelle conclusioni Mariani ribadisce che la lunga storia dell’agricoltura coincide con una parte essenziale della storia umana. L’opera di Forni viene presentata come un tentativo continuo di comprendere questa relazione millenaria tra uomo e ambiente attraverso uno straordinario intreccio di discipline diverse. In tal senso il lascito culturale di Gaetano Forni non consiste soltanto nelle pubblicazioni e nel museo, ma soprattutto in un metodo di studio libero, interdisciplinare e profondamente curioso, che invita a guardare all’agricoltura non come semplice attività economica ma come fondamento stesso della civiltà. In appendice all’articolo, Tommaso Maggiore, Presidente onorario del Museo di Storia dell’Agricoltura, traccia una breve e appassionante storia dell’origine del Museo e del relativo ruolo di Gaetano Forni.
L’articolo integrale è consultabile e scaricabile al link:
Gaetano Forni/storiaagricoltura
(1) Mariani L. (2026) Biografia di Gaetano Forni, in Rivista di Storia dell'Agricoltura, 66, 1: 1-24.
Osvaldo Failla
Professore Ordinario di Arboricoltura all’Università di Milano e Presidente del MULSA.

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