lunedì 13 febbraio 2017

La Costituzione e la Repubblica “Rifare gli Italiani”

di Antonio Saltini




Abbiamo ricordato, nelle pagine precedenti di queste riflessioni, l’incredibile indifferenza degli artefici del Risorgimento per l’unità civile, economica e culturale del paese che le armi piemontesi avevano unificato. Un ceto che incarnava secoli di cultura fondata su cognizioni letterarie e avvocatesche, indifferente alle scienze, ignaro di geografia e di politica internazionale, assolutamente disinteressato ai progressi economici in corso nei paesi europei più avanzati, nutriva l’ottuso convincimento che l’unica agricoltura possibile fosse quella praticata nelle regioni che si dispiegavano dalle Prealpi ai Monti Iblei. Un’agricoltura che sfruttava, con procedure primordiali, risorse alcune delle quali non prive di potenzialità ma che, utilizzate con pratiche millenarie, permettevano gli splendori aristocratici e il torpido benessere borghese solo grazie alla sottrazione, ai ceti contadini, di quella parte della produzione che sarebbe stata indispensabile per consentire loro condizioni di vita tali da potersi definire umane.

Che umane non erano, e che i “padri della patria” si impegnarono a rendere inesorabilmente disumane. Letterati ignari di economia e di storia economica dei decenni recenti, quegli uomini avevano abbracciato il credo giacobino con ignara sicumera, la sicumera che li sospingeva a detestare le istituzioni medievali non per congruenti argomentazioni storiche, ma per feroce fanatismo, il fondamento di tutte le leggi varate per annullare le istituzioni comunitarie ed ecclesiastiche che ai contadini avevano offerto gli infimi, ma sicuri diritti economici che permettevano, sui latifondi comunali o abbaziali, di raccogliere un poco di legna, frutti di bosco, di fare pascolare due pecore, di coltivare un “tommolo” di frumento: il valore di quanto ne ritraevano era, realmente, irrisorio, ma costituiva l’esigua barriera tra la povertà e la più abietta inopia.
Nella nostra breve rievocazione abbiamo ricordato l’opzione reazionaria della guerra, le promesse bandite, di fronte all’eventualità della sconfitta, di distribuzione di terra ai reduce, il mancato mantenimento dell’impegno dopo la vittoria, la rivolta popolare, la rinuncia, da parte della grande proprietà aristocratica e della possidenza borghese, di ogni velleità liberale per affidarsi, nella lotta contro i ceti operai che la menzogna stava rapidamente sospingendo al socialismo, ad un dittatore che al socialismo si opponesse libero dai condizionamenti del tanto declamato, nella patria della retorica, stato di diritto.

Coerentemente alle premesse la dittatura puntò le proprie carte su una nuova guerra, che si convertì, nel tragico finale, in guerra civile. Al termine della quale un paese dalle secolari, tragiche divisioni, si ritrovò diviso da trincee alquanto più munite e invalicabili, di quelle ancestrali.
Conquistata l’Italia dai g.men americani fu stilata e varata una costituzione di ammirevole equilibrio, un capolavoro giuridico che non costituì, nella sostanza, che una luminosa, inattingibile cometa. Una frazione degli Italiani non lontana dalla metà della popolazione ne magnificava il testo ma sognava di ripetere la Rivoluzione d’ottobre, di realizzare la dittatura del proletariato e l’alleanza con Mosca: l’”alleanza” che I carri rossi avevano imposto a Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, parte della Germania e, con concessioni di special benevolenza, alla Iugoslavia.

Sul fronte opposto abbiamo identificato gli uomini e le forze che, per conservare il dominio sul paese contro il nemico “rosso” avevano fatto propria la filosofia dell’occupazione americana, e che, con quella filosofia, fondata sull’impiego degli antichi apparati fascisti e l’alleanza con le mafie meridionali, intendevano fissare le basi “reali” del nuovo stato. Ogni nazione fonda la propria convivenza, hanno insegnato i maestri del costituzionalismo francese, innalzando la bandiera di una costituzione “formale”, ottemperando alle regole di una costituzione “materiale” Non è difficile identificare gli uomini che, al vertice della Democrazia Cristiana, avevano incluso la Mafia tra i pilastri dell’italica “costituzione materiale”.
Non può esistere stato democratico senza una sostanziale adesione della maggioranza dei cittadini alle regole capitali di una costituzione formalmente democratica che lo storia abbia rivestito degli attributi di costituzione “materiale”, non può esistere democrazia senza la sussistenza, cioè, nella coscienza collettiva, del convincimento che l’ossequio delle leggi che della costituzione sono la concretizzazione costituisca interesse comune, vantaggio di tutti e di ciascuno. Se, come ho annotato, al termine dell’ultima guerra le divisioni tra gli Italiani erano state esasperate e moltiplicate, quali forze, si impone la domanda, avrebbero dovuto, o potuto, contrarre, progressivamente, il vallo tra “costituzione formale” e “costituzione materiale”? Il quesito è, palesemente, arduo, non è impossibile, tuttavia, formulare ipotesi per dargli risposta.
La Democrazia Cristiana, sostanzialmente fondata sui canoni della Rerum novarum, un grande manifesto di civiltà immediatamente smentito dal successore dell’autore, si fondava sul presupposto che essendo l’Italia paese agricolo, la democrazia potesse fondarsi solo una maggioranza di piccolo proprietari, giuridicamente e moralmente liberi, fieri della propria libertà e consapevoli che essa dipendeva dalla libertà generale. Grandi spiriti, cito Alcide De Gasperi e Antonio Segni, fondarono le speranze del futuro del Paese su una “riforma fondiaria” che ripartisse feudi e grandi proprietà per dare corpo all’auspicata società nuova. L’economista più geniale non avrebbe previsto, nel 1945, la rapidità con cui l’Italia si sarebbe convertita in nazione industriale: alle origini il disegno non mancava, quindi, di razionalità storica e politica.
La realizzazione di quel disegno sarebbe stata affidata, peraltro, a Paolo Bonomi, focoso tribuno di educazione cattolico-fascista che si propose come autentico “duce contadino” radicando, nelle proprie falangi, la cui conduzioni affidò a una schiera di ex-funzionari dei sindacati fascisti, il convincimento che la Confederazione dei coltivatori diretti costituisse l’unica grande forza a difesa dei contadini, una difesa che si tradusse in formidabile macchina per la distribuzione di sovvenzioni ed elargizioni statali da ripagare con il voto dell’intera famiglia: una delle matrici più efficaci dei costumi clientelari che sarebbero divenuti peculiarità distintiva della società nazionale.
Il Partito comunista, formidabile macchina politica guidata da un maestro di doppiezza politica e di spregiudicato cinismo, Palmiro Togliatti, avrebbe continuato a proclamare, solennemente, l’adesione incondizionata allo stato di diritto disegnato dalla costituzione, al proprio interno impiegando ogni mezzo per mantenere vivi gli ideali della lotta di classe e della dittatura del proletariato, radicando negli adepti, con l’ipocrita adesione alla Costituzione, il convincimento che lo stato di diritto fosse finzione capitalistica e costume dell’odiata borghesia.
E’, quindi, assolutamente incerto che il PCI abbia prestato un contributo qualsiasi all’educazione democratica di una società che la democrazia non aveva mai conosciuta. Professori d’università e magistrati che aderivano al partito si sono sempre comportati, essenzialmente, come agenti comunisti, guardando con sufficienza chiunque non stesse “dalla parte giusta”. Lo provano le vicende del più colorito scandalo nazionale, la fatidica operazione “Mani pulite”, che un gruppo di magistrati milanesi di fede comunista intraprese per arrestare l’ondata di corruzione “sudamericana” promossa da Bettino Craxi: si racconta che nella riunione iniziale una coscienziosa partecipante (la dottoressa Parenti) avrebbe proclamato che se si voleva colpire la corruzione, si doveva, preliminarmente, riconoscere che quella praticata da partiti diversi era equivalente a quella socialista, un’asserzione che accese le focose reazioni dei colleghi, unanimi nel sentenziare che ricercare la corruzione nel Partito Comunista avrebbe costituito un tradimento: la prova che costoro non fossero i tutori di una legge uguale per tutti quali li proclamavano i rispettivi titoli, ma gli agenti di una forza politica eversiva.
Costituisce prova inequivocabile della profondità del convincimento radicato, fino ad anni recentissimi, negli adepti, il singolare numero di universitari, mancati o falliti, educati in famiglie rigidamente staliniste, che sognano l’azienda agricola o il ristorante “biodinamico”, la creatura più singolare del maestro di Hitler, il mago Steiner, il “filosofo” dei campi di sterminio. Date le comuni radici nelle farneticazioni di Hegel, matrici tanto del pensiero di Marx quanto di quello di Hitler, la conversione può considerarsi del tutto coerente. Questi adepti della stregoneria nazista conservano la ripugnanza dei genitori verso il pensiero “borghese” che si incarna nell’idea dello stato di diritto, saltano felici da Suslov a Goebbels, gestiscono ristoranti per nababbi odiando i principi della democrazia parlamentare siccome mostro “borghese”.
Rimane, per concludere il panorama, la necessità di una menzione al cattolicesimo dei ceti borghesi più evoluti. Presente “a macchia di leopardo” alle latitudini diverse della Penisola, il cattolicesimo acculturato vantava una tradizione augusta in Lombardia, il suo cuore pulsava a Milano, dove la sua storia era stata scritta da personalità insigni della cultura, delle scienze, della politica. Su quelle fondamenta un sacerdote di indiscutibile carisma, Luigi Giussani, fondò, a metà del Novecento, il movimento cattolico più scopiettante dell’età della Repubblica, ancora sussistente, seppure senza più aureola, all’alba del nuovo millennio.
Stabilendo legami sistematici con i vertici dello Stato, il Cattolicesimo avrebbe finalmente potuto, era convinto l’accorto reverendo, ne erano convinti i collaboratori, infiggere le radici nelle istituzioni pubbliche, imprimendo il marchio del Cristianesimo nella società italiana preda, ormai, dell’agnosticismo in versione edonistica. L’illusione è antica: dai tempi di Costantino è stata mille volte rinnovata, con eguale passione ed identici risultati. Per i grandi raduni del movimento fu scelto, quale interlocutore politico privilegiato, colui che aveva fondato la teoria e la prassi che vietava al mondo cattolico di governare prescindendo dalle istanze della Mafia, quale capitale alleato politico identificò l’erede più genuino di Craxi, del suo sublime cinismo, della sua disinvolta concezione dell’uso del denaro pubblico. Ad un paese privo, ormai, di ogni morale pubblica, il glorioso cattolicesimo lombardo si è proposto in inscindibile sodalizio con figuri che della legalità repubblicana costituivano, obiettivamente, i nemici più esiziali. L’illusione costantiniana in chiave di commedia in vernacolo (meneghino con accenti palermitani.
Non “fecero” gli Italiani i “padri della patria” liberali e massoni, dopo l’italianità posticcia del Duce il compito passò a mani totalmente diverse, che per educare alla democrazia un popolo che non l’aveva mai conosciuta non fecero nulla di diverso, a parte finzioni e menzogne, degli augusti predecessori.



Antonio Saltini 
Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.  www.itempidellaterra.com (qui)







Nessun commento:

Posta un commento

Printfriendly