mercoledì 8 agosto 2018

IL FICO D'INDIA: UNA PIANTA DA RIVALUTARE


di FRANCESCO MARINO



Il fico d'India (Opuntia ficus-indica) è una pianta dei deserti e degli ambienti aridi che prospera in terreni rocciosi non molto fertili difficilmente utilizzabili per altre colture. In Italia è diffusa principalmente in Sicilia e Calabria ma si trova anche in alcune aree a temperatura mite del Centro-Sud (Basilicata, Puglia e Sardegna). Nel massiccio etneo “Sicilia” è di norma la prima pianta coltivata per intaccare e disgregare le lave, in seguito farà posto ad altre colture come la vite. Le varietà coltivate sono: la Sanguigna con frutti di colore rosso violetto, mediamente vigorosa e resistente alle basse temperature, la Sulfarina di notevole vigore con frutti di colore giallastro e con grandi pale e la Muscaredda molto produttiva con frutti bianco paglierino.

Le Opuntia assumono generalmente un aspetto cespuglioso, ma il portamento può variare, difatti in ambienti favorevoli può presentarsi con una struttura arborescente. La parte aerea è caratterizzata da un sistema di rami, cladodi o pale, che oltre a sorreggere e mantenere il portamento svolgono al posto delle foglioline, in corrispondenza delle quali emergono gli aculei “spine”, la fotosintesi clorofilliana. Essendo questa una pianta tipica dei deserti sono presenti nel fusto strutture adatte ad immagazzinare acqua che verrà in seguito utilizzata gradualmente nei periodi di siccità. L' apparato radicale è di tipo espanso, ma superficiale. I fiori che a seconda della varietà presentano colorazione verde, rosso e giallo, giallo e arancione, sono ermafroditi cioè muniti sia organi di maschili (stami) che di organi femminili (pistilli). La fioritura inizia nel mese di maggio e si protrae fino alla prima quindicina di giugno, ogni singolo fiore può rimanere aperto per 10-15 giorni anche se il periodo utile della fecondazione è limitato a un paio di giorni. L'impollinazione è per la maggior parte autogama “il polline feconda il pistillo del medesimo fiore”, tuttavia la presenza di insetti pronubi, in particolare le api, favorisce l'eterogamia “fecondazione tramite polline proveniente da un'altra pianta” , che ne assicura un'allegagione vicina al 100%. Il frutto è una bacca nella cui polpa sono contenuti numerosi semi che presentano un rivestimento molto resistente persino all'azione dei succhi gastrici, per cui vengono espulsi integri dagli animali che se ne nutrono, ciò spiega come piante di fico d' India crescano anche nelle zone più impervie. La pianta si riproduce per semi o per pale di 2 anni. Con la moltiplicazione attraverso il seme “gamica” non si ottengono piante uguali a quelle da cui derivano, per questo motivo la moltiplicazione per parte di pianta “agamica” è la più praticata, a tal fine la pale si tagliano al punto di inserzione con la pianta madre in primavera, periodo in cui le ferite sono facilmente cicatrizzabili, si lasciano esposte al sole per qualche giorno e si interrano per metà, dopo un’accurata preparazione e concimazione organico - minerale del terreno.
Il normale ciclo biologico del fico d' India è caratterizzato dalla produzione e raccolta dei frutti nei mesi di agosto e settembre. Le caratteristiche qualitative dei frutti estivi tuttavia per l'elevato numero di semi e la scarsa succulenza non sono eccelse. Per questo motivo con la tecnica della scozzolatura, operazione che consiste nell'asportare manualmente i primi fiori formati nel periodo “maggio-giugno”, si stimola una nuova fioritura più tardiva che consente di raccogliere i frutti detti bastardoni a ottobre-dicembre , i quali sono di qualità decisamente superiore, con polpa più succulenta, pezzatura più grande e minor numero di semi nella polpa. A tal riguardo racconta la leggenda che un uomo infuriato per un amore finito , una notte recise tutti i fiori del ficodindieto, unica fonte di reddito della sua amata, ma questi come d’incanto rifiorirono e da allora i frutti migliori si gustano in inverno. Poco dopo la scozzolatura o contemporaneamente ad essa, quanto si verificano piogge continue in primavera, si consiglia di asportare una parte delle numerose pale neo-formate, infatti la notevole produzione di queste inciderebbe negativamente sulla produzione e qualità dei bastardoni.
Concludo considerando la raccolta e l'utilizzo dei frutti. Dopo aver valutato l'avvenuta maturazione del frutto tramite il colore della buccia, che deve essere quello tipico della varietà, oppure effettuando assaggi a campione da piante diverse, si procede con la raccolta. Essa si svolge a mano nelle prime ore del mattino con l'ausilio di spessi guanti, dato che dopo l'umidità notturna le spine sono meno rigide. Il taglio deve essere netto e interessare anche 1 cm circa di appendice di pala per evitare processi di marcescenza nei frutti. La maggiore destinazione del frutto è quella allo stato fresco per l'alimentazione umana, ma può essere anche adoperato per preparare gelati, frittelle o confetture, se ne può anche ricavare una gustosa “acquavite di fico d'India”. Il processo fermentativo può essere accelerato aggiungendo una certa quantità di vinaccia d' uva, all'atto della pigiatura del frutto. Anche se la destinazione del fico d'India è mirata soprattutto alla produzione di frutti e dei suoi derivati, non è da trascurare un suo impiego “ alternativo” come alimento integrativo per le diete dei ruminanti nelle piccole aziende , in quanto bovini ed ovini gradiscono molto i cladodi più giovani, sia per la tenerezza, sia perché presentano spine meno dure.
Il fico d' India è quindi una pianta decisamente da rivalutare, sia per le sue caratteristiche organolettiche e compositive, sia perché si adatta bene ai terreni poveri e marginali dove il suo metodo di coltivazione troverebbe uno sbocco naturale, anche come metodo conservativo dei suoli.

Francesco Marino
Dott. Agronomo e Zootecnico (UniFI). Presidente dell'Associazione AgronomiperlaTerrA e di Copagri Toscana, organizzazione Sindacale che tutela gli interessi della aziende agricole aderanti all' UGC Cisl, UIMEC Uil e UCI. E' responsabile del Blog Agrarian Sciences 

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