giovedì 17 settembre 2020

LA CONVERSIONE AL BIOLOGICO DI UN GIOVANE AGRICOLTORE FRANCESE

Alcune riflessioni a partire dal servizio di un’emittente televisiva francese



di ALBERTO GUIDORZI e LUIGI MARIANI

 


 
Un video per riflettere

Segnaliamo ai lettori il link a cui si trova un video che si presta a molte riflessioni sul significato della transizione al biologico di una azienda agricola francese di medie dimensioni (qui).Purtroppo il filmato è in lingua francese, per cui immaginiamo che molti saranno in difficoltà a fruirne. Questo ci spinge a riassumerne i passi salienti: il giovane imprenditore agricolo che ne è il protagonista ha convertito i suoi 140 ettari di frumento a biologico ed è cosciente che:
  • un m² del suo frumento che si appresta a raccogliere produrrà un filone di pane (baguette) al posto di tre (il che è in perfetto accordo con i dati produttivi 2008-2015 che indicano 77 q/ha di media nazionale per il grano tenero francese convenzionale e 29 q/ha per quello biologico (fonte: Academie Nationale d’Agricolture, 2017 – elaborazioni su dati SCEES, ONIGC, Agreste et FranceAgriMer)
  • il campo accanto che ha seminato a favino da sovescio è andato completamente distrutto dagli afidi in assenza di un trattamento insetticida
  • ha dovuto spendere 60.000 € per dotarsi di due nuovi macchinari per il diserbo meccanico.
Alla fine poi fanno parlare il padre che, dopo aver coltivato quelle terre per 30 anni in convenzionale, dice che gli fa male al cuore vederne limitate a 1/3 le potenzialità produttive. L’espressione di questo padre dice più di molte parole. Si noti anche che un figlio afferma che il motivo vero che l’ha spinto a votarsi al biologico è il godimento di sapere che riesce a produrre senza usare prodotti di sintesi, il che a nostro modestissimo avviso denota qualche rotella fuori posto. D’accordo che Bertoldo gioiva se perdeva solo un occhio al posto di ambedue.. ma pensavamo che di Bertoldo ve ne fossero pochi in giro....
L'agricoltura di cui parla il figlio è un'agricoltura drogata da iniezioni esterne di denaro e che da settore primario si è mutata in settore finanziario che fonda la propria ragion d'essere su una rendita di tipo speculativo garantita dallo Stato che attinge con le tasse dalle tasche dei cittadini. Chi produrrà le altre due baguette che il figlio rinuncia volontariamente a produrre? Chi darà i soldi al consumatore che non naviga nell'oro per acquistare la baguette a prezzo triplo? L'unica speranza è che sia il mercato stesso a fare giustizia di questo coacervo di contraddizioni che peraltro toccheranno il proprio apice quando entrerà in vigore il cosiddetto Farm to fork, che mira a fondare sul biologico il futuro dell’agricoltura europea.

La deriva antitecnologica dell’agricoltura francese

Per avere idea di quanto è accaduto in Francia nel secondo dopoguerra basta osservare il diagramma in figura 1.
 
 

Figura 1 – Andamento della superficie agricola utilizzata e della popolazione ella Francia metropolitana dal 1950 al 2018.      
 
 
Vi si osserva che dal 1950 ad oggi la SAU è calata del 17% passando dal 62,6% della superficie totale al 52,2%. Al contempo la popolazione è cresciuta del 56%, il che significa che la Francia ha potuto mantenere la propria autosufficienza alimentare (di cui l’Italia non ha peraltro mai goduto) grazie a un imponente processo d’innovazione tecnologica nella genetica e nelle tecniche colturali che fa onore al mondo agronomico d’oltralpe. Si tratta del processo d’innovazione che l’attuale classe dirigente ha messo in discussione in nome del ritorno a tecnologie antiquate, il che ha indotto l’agronomo Jean de Kervasdoué, già consigliere agricolo di François Mitterrand, a scrivere il libro denuncia dal titolo “Ils ont perdu la raison”, di cui consigliamo vivamente la lettura. 
 
 

Figura 2 – Il libro di denuncia di Jean de Kervasdoué.


 
Epilogo

I due agricoltori francesi concludono l’intervista brindando con un tradizionale bicchiere di sidro. Ci associamo idealmente al loro brindisi augurando loro tanta fortuna ma augurandoci altresì che la classe politica torni a saper discernere fra gli interessi di alcune categorie economiche e l’interesse generale all’autosufficienza alimentare.





ALBERTO GUIDORZI
Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.


LUIGI MARIANI
Agronomo libero professionista, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura e vicepresidente della Società Agraria di Lombardia. Presso la Facoltà di Agraria di Milano insegna Storia dell’Agricoltura dopo essere stato docente a contratto di Agrometeorologia e Agronomia generale.

 


6 commenti:

  1. Alberto Guidorzi17 settembre 2020 16:22

    Come coautore non ho voluto infierire più di tanto, ma come commentatore lo posso fare. Due elementi balzano agli occhi e lasciano perplessi, che dico perplessi: non sono sicuramente veritieri!.

    1° Il campo di frumento che mostra il video, per l'esperienza maturata avendo visitato migliaia su migliaia di ettari di frumento nella mia vita, posso, con assoluta sicurezza, dire che in quel campo non si producono solo 25 q/ha di frumento, che è poi la quantità che si produrrebbe se dividessimo per tre (come dice capitare il bvbos che commenta) la produzione normale di un campo convenzionale; come minimo se ne producono 60 dei quintali!!!!

    2° in quel campo non si vede un filo d'erba avventizia, il che è una cosa impossibile se effettivamente quel campo è stato sarchiato manualmente o meccanicamente. Io c'ero quando si sarchiava il frumento a mano e si cominciava a fine febbraio a farlo, se non prima, e si continuava a mondarlo finchè l'interfila era visibile (2 0 3 volte come minimo). Tuttavia il lavoro non era risolutivo in quanto molte malerbe sviluppavano ancora e sulla fila non era possibile intervenire; queste man mano sormontavamo la pianta del frumento. Alcuni vorrebbero che si seminassero varietà di frumento alte 150-160 così la copertura impedirebbe il vegetare delle malerbe per effetto del soffocamento. Purtroppo è una sonora balla perchè il frumento non è che raggiunga l'altezza di un metro e mezzo subito, ma vi arriva in maggio e lo sviluppo inizia a fine inverno cioè quando molte infestanti sono già nate e quindi hanno il tempo di svilupparsi, certo non sovrasteranno una pianta di 150 cm, ma la concorrenza la esercitano ugualmente. Dicevo che il lavoro di sarchiatura non era risolutivo, infatti spesso capitava che con varietà alte 70 cm certe malerbe sovrastavano le spighe, se poi la primavera era piovosa ancora peggio. Ecco che allora occorreva entrare nel campo e provvedere all'estirpo manuale. Infatti vi erano erbe come il convolvolo ed il gallium aparine che stendevano con i loro steli lunghissimi una vera e propria rete imprigionante più e più metri quadrati di superficie al punto che con la mietitura con falce messoria e soprattutto fienaia il lavora diventava penbile. Insomma nel filmato vi è onestà nel raccontarci certe cose, ma vi è messaggio subliminale per i bobos nostrani tendente a far credere che con il metodo biologico si ottenga un frumento esattamente uguale a quello convenzionale in aspetto ed in produzione.

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  2. Bravo Alberto. L'esperienza permette di sgamare facilmente le frottole.

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  3. Condivido alcuni aspetti tenici dell'articolo, ma non il messaggio di fondo che si vuole passare.
    Premetto che sono agronomo, mi occupo da sempre di agricoltura convenzionale e vivo il fenomeno del biologico da osservatore esterno.
    E' vero: il biologico rende meno.
    E' vero: nel biologico ci sono molte frodi (anche nel convenzionale, ve lo garantisco)
    E' vero: un calo di resa generalizzato potrebbe un giorno diventare un grosso problema.
    E' vero: il biologico si regge (per ora) su contribuzione pubblica (anche il convenzionale, in misura minore).

    Tuttavia, l'articolo analizza una sola faccia della medaglia, ragion per cui appare fazioso.

    Dimenticate (casualmente?) di citare tutta una serie di punti a favore del bio (quello vero) quali:
    - Aumento di sostanza organica nel terreno: il calo generalizzato di sostanza organica nei suoli potrebbe avere un impatto paragonabile a quello della diminuzione delle rese
    - Riduzione, o annullamento, dell'utilizzo della chimica: nella maggior parte dei corsi d'acqua superficiali e in buona parte delle acque profonde si ritrovano agrofarmaci.
    - E' il consumatore (customer) a volere un prodotto biologico: il produttore può decidere di non fornirglielo, ma vi siete mai chiesti per quale motivo così tante aziende si stiano convertendo? Forse perchè la domanda di prodotti biologici è in costante crescita, così come la remunerazione per il produttore? Ai signori francesi del vostro articolo, sarà andata male, ma i numeri dimostrano un fenomeno totalmente opposto.
    - Questo fenomeno spinge anche l'industria agrochimica a sostenere importanti investimenti per lo sviluppo di prodotti a minore impatto ambiantale sia per le produzioni bio, sia per quelle convenzionali (le uniche novità degli ultimi anni vanno in questa direzione).
    - Il sistema convenzionale, spinge spesso le aziende a ricorrere alla chimica in modo scriteriato: costa poco quindi, nel dubbio, faccio più trattamenti; non posso trattare in fioritura, ma tanto chi mi vede??; ecc..
    Insomma, avete dimenticato completamente di menzionare i risvolti ambientali e di sostenibilità, che magari per voi non hanno alcuna importanza, ma per milioni di persone ne hanno eccome e guidano l’attenzione e gli investimenti verso pratiche di produzione più rispettose.
    Con questo commento non voglio sponsorizzare il bio; personalmente ritengo che entrambi i sistemi di produzione abbiano la loro ragione di esistere e credo che debbano coesistere, ma i fatti andrebbero analizzati ed esposti in modo completo.

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    1. Alberto Guidorzi22 settembre 2020 16:47

      Rispondo: Prima parte
      Punto 1 – aumento sostanza organica? A) Sarei d’accordo con lei solo se un’azienda biologica avesse l’obbligo di autoprodursi letame o compost equivalenti. Dato che nessuno detiene una stalla significa che è solo fumo negli occhi. Lei mi dirà ma il letame si compra ed io le rispondo che dipende dalla distanza dall’azienda! Inoltre io che coltivo convenzionale se trovassi letame da comprare le farei un’acerrima concorrenza e lo pagherei sempre più di lei. Quindi l’aumento della sostanza organica non è una caratteristica del bio ma deve essere una aspirazione di ogni forma di agricoltura. B) Parliamo di sovesci? Anche qui dovrebbero essere un’aspirazione di tutti, con una differenza però che io che posso usare il gliphosate posso non arare il terreno e fare agricoltura conservativa, mentre il biologico deve per forza arare per salvarsi dalle erbe infestanti e quindi non solo non aumenta la sostanza organica, ma la diminuisce a causa del rivoltamento del terreno.
      Punto 2 – perché secondo lei il rame che si usa in bio dove finisce?
      Punto 3 – Nessuno nega che la domanda ci sia, ma è una domanda fideistica in quanto la certificazione biologica è solo una certificazione di processo e non di qualità e guarda caso i 2/3 dei consumatori pagano credendo di ricevere qualità e se ne fregano dell’ambiente. Perciò il biologico li imbroglia perché non esiste nessun parametro obiettivo che assicuri una migliore qualità nel bio. I residui chimici ci sono nel bio come nel convenzionale prodotto con criterio. Non mi vorrà dire che l’agricoltore biologico produce con criterio, mentre il convenzionale è criminale vero, anche se lei si dimostra prevenuto? Ha dato un’occhiata alle statistiche del biologico? Se lo facesse si accorgerebbe che il 70% della superficie certificata biologica non produce nessuna derrata alimentare ed è dichiarata tale solo perché il metodo di coltivazione è sempre lo stesso però si lucrano contributi aggiuntivi. E’ vero è non è vero che l’agricoltore biologico incassa gli aiuti pari a quelli del convenzionale e poi altri in aggiunta? Se non ci fossero questi crede che i numeri del biologico sarebbero gli stessi? Ecco perché cresce la superficie dichiarata a biologico. Mi sa spiegare perché non esiste nessuna statistica che mostri quant’è la produttività del biologico? Non sarebbe da imporre la divulgazione di questo dato per far sì che la collettività, vale a dire il 96% di chi mangia cibi convenzionali e che è appunto quella che paga, sappia che beneficio il settore del biologico le arreca? Non dimentichi le derrate bio importate che sono in continua crescita e che sono prodotte con regolamentazioni che non sarebbero accettate da noi. Perché non dobbiamo conoscere anche questo dato?

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    2. Alberto Guidorzi22 settembre 2020 16:49

      Rispondo Seconda parte
      Punto 4 – Si vede che è molto giovane! La ricerca di prodotti di trattamento meno impattanti è cominciata molti decenni fa e lei che è agronomo dovrebbe sapere che i progressi sono stati continui e sono cominciati quando di biologico ancora non esisteva. Si faccia un escursus sulle molecole man mano usate e proibite in agricoltura. Secondo lei un agricoltore professionale (biologico o meno) che si trova di fronte ad una molecola meno impattante continua a preferire quella più impattante per l’ambiente? No, mi dispiace, ma l’agricoltore biologico non è più “vergine” di un altro agricoltore parimenti professionale.
      Punto 5 – Chimica usata in modo scriteriato? Mi meraviglio che lei abbia ricevuto una laurea per dire fessaggini del genere. Un agricoltore professionale ha un’etica e sa che deve salvaguardare la sua produzione, ma sa anche che poi la deve vendere e può subire controlli e pertanto prima di tutto non può aumentare i costi oltre misura e poi se gli rifiutano il prodotto per non rispondenza viene denunciato ed il prodotto sequestrato.
      Sono perfettamente d’accordo con lei che gli agricoltori, in quanto imprenditori, debbano essere liberi di scegliere cosa fare nella loro azienda, solo che regole devono essere le stesse. Deve essere il mercato che fa optare per il biologico e non gli incentivi pubblici. Vuole essere un agronomo che fa il suo dovere? Si prodighi a far si che l’agricoltura italiana diventi sempre più professionale e poi vedrà che non si parlerà più di tante agricolture, ma di una sola che è quelle definibile “buona agricoltura”.

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  4. Intervengo anch'io per rispondere alle civili considerazioni del collega agronomo che scrive accusandoci di aver offerto una visione parziale dell’agricoltura biologica. Certo, l’articolo è nato per commentare in modo stringato e leggibile da un lettore medio un servizio televisivo francese, per cui si limita ad analizzare solo alcuni dei tanti argomenti sottesi all’agricoltura bio, per analizzare la quale occorrerebbe un trattato di agronomia generale.
    Faccio tuttavia osservare al collega che gli argomenti di cui lamenta la mancanza nel nostro articolo non sono mai stati da noi elusi, tant’è vero che li abbiamo affrontati a più riprese in svariati interventi che trova in parte elencati nelle parte destra di questa pagina, e nello specifico:
    - Agrarian sciences - le 15 menzogne del biologico
    - lo speciale su biologico e biodinamico de "I tempi della terra"
    - il testo indirizzato ai Senatori con riferimento alla legge sul biologico in via di approvazione.

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