venerdì 18 dicembre 2020

LE SFIDE DEL CONTROLLO STRUTTURALE DELLA MALATTIA E DEL RILANCIO PRODUTTIVO

 

Parola ai protagonisti della scienza, della tecnica e della imprenditoria olivicola, intervista a Donato Boscia del CNR, a Vittorio Filì rappresentante dei tecnici agricoli (ARPTRA) ed a Giovanni Melcarne agronomo ed imprenditore olivicolo salentino 

  


di ERMANNO COMEGNA 

 

Tratte da "I TEMPI DELLA TERRA" |n° 7|


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Oltre ai contributi di scienziati, opinionisti ed analisti, il dossier dedicato alla Xylella fastidiosa ed ai relativi disastri provocati nel cuore olivicolo italiano, prevede anche la raccolta di testimonianze di chi in questi anni è stato in prima linea sul territorio e sta lavorando per debellare la malattia e dare speranza a coloro che credono nel futuro del settore. -Abbiamo scelto tre interlocutori, attivi su ambiti differenti: la scienza, la tecnica e l’imprenditoria, ponendo ad ognuno di loro alcune domande che hanno l’ambizione di inquadrare i vari aspetti del fenomeno xylella e verificare in che modo il territorio ha reagito.

 

 

Donato Boscia è dirigente di ricerca dell’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR, con una solida esperienza nel campo della identificazione e della lotta alla Xylella fastidiosa.

Vittorio Filì è il presidente dell’Associazione Regionale Pugliese dei Tecnici e Ricercatori in Agricoltura (ARPTRA) che persegue un’idea di agricoltura ecosostenibile, tale da coniugare le esigenze del mercato, il reddito del produttore, la sicurezza alimentare ed il rispetto dell’ambiente.

Giovanni Melcarne è un agronomo e imprenditore olivicolo, presidente del Consorzio tutela dell'olio DOP Terra d'Otranto, assiduamente impegnato nelle attività sperimentali finalizzate a trovare varietà e rilanciare il sistema produttivo olivicolo salentino.

Intervista a Donato Boscia

Qual è la situazione oggi per quanto riguarda la diffusione del batterio in Puglia? Siamo in una fase di allarme o la situazione può essere tenuta sotto controllo?

“I focolai ufficializzati a Monopoli non sono certo una buona notizia, soprattutto se osserviamo come stanno evolvendo nel tempo i risultati del monitoraggio. E’ evidente che, sia pur più lentamente rispetto a qualche anno fa, il batterio continua ad avanzare. Adesso è entrato in provincia di Bari, a Locorotondo e Monopoli; nel primo caso seguendo la direttrice che, partita da Oria, sta percorrendo le colline dell’altopiano murgiano; nel secondo caso seguendo la direttrice orientale che dal leccese sta risalendo la fascia costiera del brindisino fino alle prime comparse a Monopoli. Dell’avanzata nel tarantino sappiamo meno visto che nella zona di contenimento di quell’area il monitoraggio è ancora indietro e sarà fatto probabilmente nelle prossime settimane. Attualmente la distanza in linea d’aria tra Santa Maria di Leuca ed il focolaio più settentrionale di Monopoli è di circa 140 chilometri, un’enormità. Di questi i primi 100, da Leuca a Brindisi, attraversano un territorio letteralmente disastrato, con la situazione, già compromessa, che quest’anno è diventata molto più pesante anche in aree che fino allo scorso anno erano ancora in discrete condizioni; penso ad Otranto e comuni limitrofi del versante adriatico, o a zone come Avetrana, Sava, Manduria ecc. nel tarantino. Nei 40 chilometri più settentrionali, a nord di Brindisi, il viaggiatore poco attento non nota nulla di eclatante, ma l’osservazione accurata o una visita guidata evidenziano chiaramente il degrado crescente, e la cosa è particolarmente grave visto che comprende un’area olivicola di altissimo pregio, la piana degli ulivi monumentali che da Carovigno attraversando Ostuni e Fasano si estende fino a Monopoli. Ormai Carovigno è gravemente ferita, ad Ostuni il monitoraggio mostra una situazione simile a quella di Carovigno di un anno fa, a Fasano un quadro simile a quello di Ostuni 1-2 anni fa, a Monopoli quello di Fasano dello scorso anno. Un quadro indubbiamente allarmante, se non si riuscirà a modificare il trend il destino di quell’area è nefasto. Ma cosa si può fare per migliorare le cose? C’è un piano di contenimento in vigore, ma l’arrivo a Monopoli significa che è stato un fallimento?

Se cerchiamo “contenimento” sul dizionario leggiamo “L’azione di frenare, soprattutto nel senso di limitare, ridurre”, che nel caso delle epidemie dobbiamo intendere come “frenare, limitare, ridurre la ulteriore diffusione”. Se per Covid-19 il contenimento si può fare con l’isolamento delle persone infette, il distanziamento sociale, l’uso delle mascherine e l’igiene, nel caso della Xylella si basa su lotta al vettore, riduzione del serbatoio d’inoculo, “igiene” dei campi intesa come ricorso a pratiche agronomiche, quali pulizia dei terreni e potature periodiche. Per Covid-19 nessuno pretende che le misure di contenimento possano fermare completamente la pandemia. L’obiettivo dichiarato è quello di rallentarla abbattendo il più possibile la curva dei contagi, anche per evitare il collasso delle strutture sanitarie. Analogamente per Xylella, si può discutere se le misure adottate dalla Commissione Europea siano le migliori o meno, si può discutere sul livello di efficienza della loro applicazione (quanto efficiente è il monitoraggio? Quanto tempestivi sono gli abbattimenti? Che percentuale di superficie è lavorata nel bimestre marzo-aprile? Che percentuale di oliveti è trattata nel bimestre maggio-giugno?), tutti elementi che condizionano il maggiore o minor rallentamento della diffusione, ma non si puo’ pretendere che la semplice esistenza di un piano di contenimento possa fermare totalmente la diffusione. Xylella a Monopoli certamente non è una bella notizia, ma di per sé non è sorprendente e sicuramente non significa che il piano di contenimento abbia fallito; credo sia evidente che negli ultimi anni la velocità di espansione della zona infetta si sia ridotta; se non viaggia più a “2 chilometri al mese” il merito sarà anche del piano di contenimento, anche se siamo lontani dalla sua ottimale esecuzione. Sicuramente per un olivicoltore di Andria o di Bitonto vedersi arrivare Xylella tra 15, 10 o 7 anni (a seconda di come e quanto siano applicate le misure del piano) piuttosto che tra 3-4 anni è una differenza non da poco, sia per allontanare i problemi nel tempo che per dare alla ricerca più tempo per trovare soluzioni. E’ vero che con il contenimento non si può bloccare completamente l’avanzata, ma si può fare molto per rallentarla il più possibile, sia 1) effettuando la lotta al vettore (lavorazioni del suolo a marzo-aprile e due trattamenti insetticidi a maggio e giugno) sia nelle zone contenimento e cuscinetto, dove è obbligatoria, che nella adiacente zona indenne, dove è raccomandata che incrementando l’efficienza del monitoraggio, che 2) migliorando sia l’efficacia del monitoraggio che la tempestività degli abbattimenti delle piante infette dove obbligatori”.

 

Nei giorni scorsi ci sono stati articoli di stampa che hanno parlato dei primi raccolti in Salento di una varietà resistente, la quale peraltro è stata brevettata dal CNR. Si comincia a vedere uno spiraglio di luce alla fine del tunnel?

“La ricerca di germoplasma resistente è una delle strade maggiormente perseguite per trovare una soluzione a lungo termine per questa piaga, ma purtroppo è una strada in salita e dai tempi lunghi. Al momento sono state individuate due cultivar, Leccino e Favolosa, con caratteri di resistenza, in cui la popolazione batterica è significativamente più contenuta rispetto alle cultivar altamente suscettibili di Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, il che porta allo sviluppo di sintomi più lievi e confinati ad un limitato numero di branche. Si tratta tuttavia di piante non immuni per le quali non si dispone ancora di osservazioni di lungo periodo che confermino la tenuta della resistenza nel tempo, come pure mancano dati comparativi di produttività tra piante sane ed infette di Leccino e Favolosa e restano da investigare e comprendere i meccanismi che regolano la risposta alle infezioni delle diverse varietà e quindi i determinanti genetici della resistenza in olivo. Si tratta tuttavia di una incoraggiante base di partenza a seguito della quale sono stati avviati programmi di ricerca sia per valutare il grado di suscettibilità o resistenza al batterio di un’ampia gamma di varietà che per ricercare germoplasma resistente sia tra semenzali spontanei presenti nella zona infetta che tra semenzali ottenuti nell’ambito di programmi di miglioramento genetico. Il nostro Istituto sta conducendo un progetto cofinanziato dalla Regione Puglia, Resixo, con cui si stanno valutando oltre 400 cultivar diverse e una trentina di semenzali promettenti selezionati nelle zone più disastrate del salento, e programmi simili sono attivi anche presso altri centri di ricerca, sia universitari (Bari e Lecce) che del CREA. Come dicevo, è una ricerca non facile e dai tempi lunghi; la moltiplicazione degli sforzi con l’attivazione di più progetti di ricerca ad opera di diverse istituzioni va vista con particolare favore per la speranza di ottenere la disponibilità di un numero significativo di selezioni o cultivar resistenti o tolleranti e ridurre i rischi che un programma di reimpianti fondato su un numero esiguo di cultivar potrebbe comportare”.

Intervista a Pasquale Saldarelli

Il CNR è partner di un ambizioso progetto europeo di contenimento della diffusione della Xylella denominato BIOVEXO. Quali sono le finalità, i contenuti e quali i risultati cui ambisce arrivare?

“BIOVEXO ha l’intento di validare sperimentalmente e attraverso l’applicazione in pieno campo l’attività di prodotti a basso impatto ambientale nei confronti del batterio Xylella fastidiosa il suo vettore, Philaenus spumarius. Il Progetto ha una grossa parte di attività che si svolgeranno in pieno campo con prove dirette dei formulati in studio sulle piante di olivo.

Ad oggi, non esiste sul mercato alcun preparato biologico in grado di contrastare efficacemente la Xylella, da questo deriva l'urgente necessità di sviluppare prodotti sostenibili per contenere la diffusione del patogeno. Qui l’intento è duplice, da una parte verificare l’efficacia dei formulati nel contrastare la Xylella in pianta e controllarne le popolazioni del vettore, dall’altra di adoperare dei formulati che rispondano a requisiti di sostenibilità ed impiego in agricoltura biologica.
In risposta alla crescente minaccia di nuovi focolai di Xylella in Europa, il progetto BIOVEXO mira a ridurre la malattia dal territorio nel lungo periodo e a introdurre, al contempo, misure di gestione che siano praticabili sia a livello economico, che ambientale. Soprattutto, si intende preservare alcune delle regioni più colpite, che hanno anche un notevole valore dal punto di vista del patrimonio culturale. Ulteriore obiettivo è quello di integrare l’uso di tali formulati in protocolli di gestione dell’epidemia.
BIOVEXO svilupperà una serie di sostanze naturali ed antagonisti microbici che, usati in maniera integrata, saranno diretti al controllo del batterio e del suo insetto vettore. Diversi innovativi composti biologici saranno testati prima dell'introduzione sul mercato, al fine di misurarne l’efficacia sia in applicazioni preventive che curative. I formulati in fase di studio hanno una origine naturale oppure sono dei batteri o funghi in grado di esercitare una azione sulla Xylella o sul vettore.
Nel corso del progetto, è prevista la validazione preliminare in campo su piccola scala di formulazioni sviluppate ad hoc di sei diversi prodotti nei confronti di X. fastidiosa. Una volta completati questi studi preliminari, le molecole che si saranno dimostrate più efficaci, saranno selezionate per un progetto pilota su larga scala e una valutazione in condizioni di normale gestione agricola in Puglia (Italia) e a Maiorca (Spagna), le due regioni maggiormente colpite dall’epidemia di Xylella in Europa.
Il Progetto si sviluppa in una prima fase di due anni in cui i prodotti saranno adoperati su piccola scala in campo e contemporaneamente studiati nelle formulazioni. Ed una seconda fase di tre anni in cui i prodotti più promettenti saranno ulteriormente validati in campo su larga scala ed integrati in una strategia di gestione dell’epidemia.
Saranno applicate misure integrate di gestione delle infezioni da Xylella in impianti già presenti (gestione curativa) o di nuova realizzazione (gestione preventiva), facendo di BIOVEXO uno degli sforzi più importanti nel settore agricolo europeo nella ricerca di pratiche sostenibili per combattere il batterio. Per queste attività effettueremo la validazione di prodotti su giovani piante, al fine di valutare l’efficacia dei formulati nel prevenire l’infezione. Oppure valuteremo l’efficacia di alcuni dei prodotti naturali o antagonisti microbici nel contrastare la malattia in pianta (curativa).
I due bioprodotti rivelatisi più promettenti nella prima fase del progetto, saranno ulteriormente sviluppati, e valutati in test di tossicità e sostenibilità, per conseguire, a fine progetto un livello di preparazione tecnica (TRL) 7-8, tale cioè, da predisporli ad un pronto impiego sul mercato. Inoltre, i prodotti saranno valutati in relazione al loro potenziale economico, alla loro conformità normativa e idoneità per la produzione su scala industriale. Come sopra detto questi prodotti, passati al vaglio della prima fase del Progetto, saranno poi sviluppati per essere successivamente immessi sul mercato. All’uopo attività del Progetto riguardano anche la valutazione della tossicità dei prodotti e lo studio del loro ciclo di vita, svolto da alcuni dei partner.
L’esecuzione è affidata ad un consorzio formato da 11 partner, che riflettono la natura multidisciplinare del progetto. I partner del progetto BIOVEXO sono: RTDS Group (Austria), Austrian Institute of Technology (Austria), CNR – Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (Italia), Centro di Ricerca, Sperimentazione e Formazione in Agricoltura “Basile Caramia” (Italia), Universidad de Sevilla (Spagna) , Universiteit Antwerpen (Belgio), Globachem NV (Belgio), Domca SA (Spagna), Acies Bio Biotehnološke Raziskave a Razvoj Doo (Slovenia), Aimerit SL (Spagna) e Asociación Agraria De Jóvenes Agricultores (Spagna). Nel dettaglio partecipano Partner accademici, privati ed associazioni di categoria. La durata del progetto BIOVEXO è di 5 anni, dal primo maggio 2020 al 30 aprile 2025”.

Intervista a Vittorio Filì

Domanda: Ci descrive come è avvenuta la diffusione del batterio nel territorio pugliese?

“Il batterio xylematico Xylella fastidiosa è stato introdotto in Italia, attraverso gli ormai globali commerci di piante ornamentali e non, dal continente americano. Le ricerche condotte hanno dimostrato come il ceppo presente nel Salento appartenga a Xylella fastidiosa, sottospecie pauca, in grado di attaccare agrumi, olivo, caffè e numerose altre piante. Alla sottospecie pauca appartiene il ceppo ST53, denominato CoDiRO, che attacca gli olivi nel Salento, ma fortunatamente non gli agrumi e la vite. Questo ceppo è stato ritrovato in Costa Rica, su piante di Oleandro, Mango e Noce Macadamia. L’importazione di piante a scopo ornamentale ha consentito la diffusione del batterio che ha trovato subito due condizioni favorevoli per lo sviluppo. La prima è la presenza in grandi quantità di un formidabile insetto vettore, Philaenus spumarius, meglio nota come "Sputacchina" per la schiumetta bianca, simile alla saliva, in cui vivono protette le forme giovanili dell'insetto. Meno diffuse risultano le trasmissioni ad opera di altre due cicaline Neophilaenus campestris e del Philaenus italosignus.  Questi insetti, che normalmente non producono danni alle colture, ma che sono insetti colonizzatori dell’habitat, sono così numerosi che le popolazioni sono state stimate in diverse centinaia di migliaia per ogni ettaro di terreno nelle aree colpite.

La seconda condizione favorevole è la quasi monocoltura di olivo in Salento, con le varietà suscettibili a Xylella fastidiosa, Ogliarola e Cellina di Nardò, piante predilette da questi insetti vettori. 

A tali condizioni predisponenti, si è aggiunta una certa difficoltà a capire e individuare subito la causa del disseccamento. C’è voluta l’intuizione del compianto scienziato professore Giovanni Martelli per indirizzare verso Xylella fastidiosa le cause del disseccamento, e dare il via ai progetti di ricerca degli scienziati baresi che hanno portato, in pochi anni, ed in maniera brillante e superlativa, ad acquisire le giuste conoscenze. Anche alla luce delle recenti pandemie che hanno interessato gli animali e l’uomo, è necessario riflettere sul ruolo della globalizzazione e del grande intensificarsi del commercio mondiale e degli spostamenti di persone e cose, che favoriscono l’introduzione di nuovi parassiti che magari sono tenuti sotto controllo nelle aree di origine, ma quando arrivano in un nuovo territorio esprimono una capacità infettiva devastante, come è capitato nell’area del Salento in Puglia”.  

Domanda: Ci saranno state altre condizioni che hanno posto fuori controllo la situazione?

“Per prima cosa c’è da dire che contro il batterio Xylella fastidiosa non ci sono mezzi di controllo specifici. Si consideri che il batterio si localizza nei vasi xilematici interni della pianta, quindi irraggiungibili. Se fosse un batterio che si localizzasse sulle foglie, basterebbero interventi mirati con prodotti rameici. La strategia migliore, imposta dalle regole europee, per contenere questo organismo da quarantena è l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie in grado di contribuire ad eradicare la malattia ed evitare la diffusione del batterio, principalmente con l’abbattimento delle piante infette nelle aree dei primi focolai. Ma questo non è stato possibile e ve lo racconto in estrema sintesi! Il commissario straordinario designato, il generale del Corpo Forestale Giuseppe Silletti, nominato a marzo del 2015, aveva predisposto un piano di interventi per bloccare il contagio, e ne avviò l’attuazione nelle zone definite operando l’abbattimento delle piante infette.

Ma la protesta dei proprietari degli olivi da abbattere, gli appelli di attori, cantanti e giornalisti televisivi, di comitati popolari, di associazioni di categoria, e l’iniziativa sbagliata e incauta della Procura della Repubblica di Lecce di sequestrare gli ulivi e di inquisire gli scienziati, insieme al direttore dell’Osservatorio Fitosanitario della Regione Puglia e allo stesso commissario Silletti, interruppe di fatto l’eradicazione.

Così si raggiunse il peggior momento che mai si sarebbe potuto immaginare: l’UMILIAZIONE della Scienza!

Gli scienziati furono accusati dalla procura di Lecce di essere manovrati dalle multinazionali per un complotto contro il Salento e di essere gli ”untori” della diffusione della malattia. Due anni dopo, sull’autorevole rivista “Scientific reports” del gruppo “Nature” fu pubblicato un loro articolato studio che dimostrava in maniera inequivocabile che la Xylella fastidiosa era la causa dei disseccamenti degli ulivi. Fu una grande vittoria della scienza, riconosciuta a livello internazionale, ma anche di una rivincita sugli incauti magistrati, che però dovette attendere il 2019 per vedere il proscioglimento degli indagati.

Questi fatti “surreali” hanno impedito e bloccato l’eradicazione del batterio, che è avanzato e diffuso totalmente nelle province di Lecce e Brindisi, ed oggi l’unica strategia possibile è quella di convivere con il batterio e limitarne l’avanzamento, verso nord in direzione provincia di Bari ...vettore permettendo, perché la sputacchina è molto abile a fare il suo lavoro di veicolazione del batterio”                                   

Domanda: Quali sono i capisaldi della tecnica di difesa oggi attuata in Puglia?

“Direi che gli aspetti fondamentali sono tre: lavorazioni del terreno contro le forme giovanili del vettore, trattamenti fitosanitari contro le forme adulte del vettore e regole di abbattimento rapide delle piante infette dei nuovi focolai indicati dai monitoraggi, nella zona cuscinetto.

 L’aratura del terreno primaverile serve a distruggere le larve dell’insetto vettore. Bisogna ricordare che vettori hanno un ciclo di vita stagionale, per cui appena nati sono privi dell’infezione dovuta al batterio, successivamente, succhiando la linfa grezza presente nei vasi xilematici di piante infette, acquisiscono il batterio e da quel momento possono trasmettere. Per questo peculiare aspetto biologico risulta importante adottare la misura fitosanitaria delle lavorazioni al terreno all’inizio della primavera, prima del passaggio delle neanidi allo stadio di adulti. Questa misura obbligatoria rappresenta uno strumento efficace e a basso impatto ambientale per abbassare la popolazione del vettore. I trattamenti fitosanitari sono finalizzati a tenere sotto controllo gli insetti che migrano verso gli ulivi. L’abbattimento tempestivo delle nuove piante infette, ritrovate grazie al monitoraggio, riduce le possibilità di contagio.

Purtroppo, non è semplice attuare tali interventi per via delle tante intrusioni che continuano ad esserci da parte di chi propone soluzioni “farlocche”, prive di basi scientifiche, e di ciarlatani che influenzano le decisioni. Questa incontrollata “comunicazione irrazionale” continua ad avere il sopravvento sulle giuste scelte basate sulla scienza, con il risultato che un attacco che poteva rimanere circoscritto, e magari essere del tutto eradicato, si è trasformato in pandemia, con oltre 21 milioni di piante di olive disseccate e fuori produzione. Oggi, i focolai sono arrivati nella provincia di Bari. C’è stato un avanzamento di quasi 200 chilometri in 7 anni, dalla individuazione dei primi focolai in agro di Gallipoli, e credo non sia finita qui, perché ormai l’avanzamento è inarrestabile verso nord, nel cuore qualitativo dell’olivicoltura pugliese.

Un altro mezzo di sicura validità per convivere con il patogeno è utilizzare varietà di olivi tolleranti al batterio, ed è quello che si sta cercando di fare con nuovi impianti delle varietà Leccino e F17 (Favolosa). Si è accertato, inoltre, che alcuni sovrainnesti di Leccino, su tronchi di Ogliarola, sopravvivono e tollerano bene la malattia, riuscendo a produrre, continuando a mantenere la funzionalità vascolare. Quello dei sovrainnesti è l’unica via per cercare di salvare gli ulivi monumentali, millenari, dell’agro di Ostuni, Fasano e Monopoli…forse la zona paesaggistica più bella della Puglia. Ma bisogna fare in fretta.

Domanda: E per il futuro cosa possiamo attenderci? Riprenderà vigore il sistema produttivo olivicolo ed oleario del Salento?

“Personalmente sono fiducioso, perché vedo vivacità nel territorio e voglia di superare la crisi e reagire. Diversi imprenditori hanno ripreso ad investire impiantando le varietà F17 e Leccino. Ma la grande speranza di una rigenerazione del sistema olivicolo salentino, la sta creando l’agronomo e imprenditore olivicolo Giovanni Melcarne, il quale partendo dalla osservazione della realtà territoriale, e con sue personali risorse, percorrendo in lungo e in largo il Salento, ha raccolto materiale vegetale proveniente da centinaia di varietà spontanee, i cosiddetti “semenzali”, ossia gli olivi nati naturalmente da seme, tra muretti a secco e rocce calcaree. Queste piante individuate da Melcarne, e passate allo studio del CNR, hanno l’impronta genetica della “resistenza” al batterio e risultano molto promettenti perché sono sopravvissute nella zona infetta, senza manifestazioni di sintomi di disseccamento.  Bisogna avere pazienza nell’attendere i tempi di cui gli scienziati hanno bisogno per selezionare le varietà e verificarne la produttività, ma ci sono concrete speranze di individuare piante “autoctone” resistenti. Ora è necessario una interazione proficua tra gli scienziati addetti alla selezione, l’apparato della Regione Puglia, i moltiplicatori e gli agricoltori, che poi dovranno realizzare nuovi impianti.

Quella dell’agronomo Melcarne è una “storia” bellissima, che mi auguro sarà raccontata alle future generazioni quando, l’olivicoltura e il paesaggio salentino saranno rigenerati… è la mia speranza.”

Intervista a Giovanni Melcarne

Domanda: Lei è impegnato in ambiziosi progetti di miglioramento genetico finalizzati ad ottenere cultivar e piante resistenti. Ci descrive le iniziative in corso?

“Un primo programma riguarda la salvaguardia degli ulivi monumentali e millenari. Stiamo lavorando con il CNR di Bari, direttore scientifico Piefederico La Notte, per l’innesto di cultivar resistenti e tentare in tal modo che piante secolari caratterizzanti il paesaggio del nostro territorio possano essere distrutte dalla malattia. L’innesto ha la finalità di salvare il tronco degli ulivi secolari e di sostituire la chioma con quella proveniente da varietà resistenti. La sperimentazione è in corso e abbiamo l’ambizione di contribuire a salvare una parte del nostro antico e prezioso patrimonio di olivi.

Una seconda ricerca ha la finalità di fornire una risposta soprattutto dal punto di vista produttivo, per contribuire al rilancio del sistema olivicolo salentino, da sempre caratterizzato da una forte specializzazione verso questo tipo di coltivazione. Il progetto parte dalla individuazione sul territorio di piante spontanee che siano produttive e non risultino attaccate dal batterio della Xylella fastidiosa. Da qui si procede ad implementare un processo che è prima di tipo scientifico e sperimentale e poi, se ci sono le condizioni di idoneità, si passa alla costituzione di cultivar resistenti.

Il percorso può essere convenzionalmente distinto in tre fasi: la selezione della pianta produttiva senza sintomi; la riproduzione in serra con l’esecuzione di test di patogenicità, tesi ad accertare la presenza di caratteristiche di resistenza e la terza di prove sulle piante e sulle olive prodotte. Sono presi in considerazione diversi parametri, come l’idoneità della pianta ad essere sottoposta alla raccolta meccanica, le caratteristiche fisiche e chimiche delle drupe e, infine, la qualità dell’olio prodotto. Non è facile passare questo processo selettivo, perché magari l’olio ottenuto può essere privo delle caratteristiche che consentono di classificarlo come extra vergine di oliva”.

 

Domanda: Quali sono i vantaggi di un procedimento di miglioramento genetico così impostato?

“Intanto, ci tengo a precisare che pure questo secondo progetto è eseguito sotto l’egida del CNR di Bari. Ed entrami (ulivi monumentali e ricerca di varietà da piante spontanee del territorio – ndr) sono stati avviati dalla mia azienda, ma poi è intervenuta la Regione Puglia con il finanziamento pubblico. Detto questo vorrei evidenziare almeno due tangibili vantaggi. Il primo è la riduzione dei tempi per portare a termine il processo di miglioramento genetico ed arrivare ad ottenere nuove varietà resistenti. In media cinque anni dovrebbero essere sufficienti, contro i 10-15 anni necessari con il percorso classico. Il secondo vantaggio è di utilizzare varietà provenienti dal territorio ed ottenere così cultivar autoctone. Insomma, c’è un valore aggiunto in termini di marketing e di valorizzazione delle risorse genetiche presenti a livello locale. Credo molto nella ricerca genetica, attività che in Italia è stata a dir poco trascurata da molti anni a questa parte. Soprattutto, quando si può contare su un patrimonio di varietà e su cultivar legate ai nostri ambienti e tradizioni. Ritengo che per il futuro del sistema olivicolo italiano sia errato puntare sulle cultivar globali, selezionate e moltiplicate in altri contesti ambientali, culturali e produttivi. Oggi è necessario differenziarsi sul mercato e puntare sulle specificità e tradizioni territoriali”. 

 

Domanda: Ci sono le condizioni per una piena rivitalizzazione dell’olivicoltura salentina?

“Ci sono diversi problemi che non sono facili da superare ed il danno inferto dalla fitopatia agli oliveti è stato di una violenza inaudita. In provincia di Lecce ci sono 85.000 ettari di oliveti, quasi del tutto distrutti. Una parte degli impianti sono in aree marginali, dove è arduo ipotizzare un rilancio. Poi non bisogna ignorare che tutta l’area soffre di una scarsità idrica strutturale e la moderna olivicoltura non può fare a meno di questa risorsa. Inoltre c’è un elemento strutturale da considerare ed è l’eccessivo invecchiamento della classe imprenditoriale agricola. Molti agricoltori hanno superato la soglia dei 50 anni e difficilmente avranno intenzione di rimettersi in gioco, anche considerando la mole degli investimenti necessari per fare fronte ai danni subiti dai loro oliveti. Si deve inoltre tenere presente che la scelta di varietà resistenti ad oggi è limitata. In pratica sono disponibili solo due soluzioni che hanno dei pregi, ma non manca qualche difetto e punto di debolezza. Poi il sostegno pubblico non è così accessibile. I bandi del PSR sono poco frequenti e le condizioni di partecipazione costituiscono spesso un ostacolo. Insomma, intravedo un insieme di fattori critici che renderà difficile la ricostruzione del potenziale produttivo del territorio. Credo che saranno necessari 60-70 anni per ricostruire 1/3 del patrimonio olivicolo perduto in questi anni”.    

 

Domanda: Si riuscirà ad arrestare la diffusione della malattia verso il nord della Puglia?

“Personalmente non sono fiducioso, ritengo che il contenimento dell’infezione sia difficile da ottenere. Il rischio di sconfinare verso altri territori è concreto. Gli agricoltori non hanno maturato la necessaria consapevolezza sulle caratteristiche e la forza letale della malattia e tendono a negare l’esistenza del problema e ritardare così di mettere in atto gli interventi che la scienza, la tecnica e le Istituzioni hanno individuato per fermare il batterio. Poi sono certo che anche nei nuovi territori che potrebbero essere interessati dall’infestazione si ripeta quanto accaduto in Salento, con l’intervento dei negazionisti, dei complottisti, di pseudo ricercatori che propongono cure farlocche, dei politici che si fanno guidare dalle emozioni e non dalla razionalità e dalla cattiva informazione che mortifica la competenza.” 

 

 

 

 

ERMANNO COMEGNA

E’ consulente e libero professionista, attivo nel campo agro-alimentare ed è giornalista pubblicista. E’ stato assistente universitario e professore a contratto presso l’Università Cattolica di Piacenza e Cremona, l’Università del Molise, l’Università di Udine. 

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