sabato 9 gennaio 2021

I TEMPI DELLA TERRA AFFRONTA IL TEMA DELLE MALGHE E PASCOLI DELL’ITALIA AGRICOLA


di ERMANNO COMEGNA


DOLOMITI
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L’edizione 2020 dell’Annuario statistico italiano dell’ISTAT ci informa che ci sono 3,7 milioni di ettari di prati e pascoli in Italia, dei quali 1,7 catalogati come pascoli poveri e cioè con una scarsa capacità di produrre foraggio per il bestiame, dove convivono le essenze vegetali utili, con tare di varia natura che rendono difficoltosa la fruizione a fini economici e produttivi.

Il trimestrale di storia, economia, tecnica e cultura agricola “I TEMPI DELLA TERRA” dedica a tale tema l’ultimo numero. I pascoli sono quasi del tutto ignorati dalla stampa nazionale, sconosciuti al pubblico, assolutamente trascurati, benché costituiscano un patrimonio paesaggistico, territoriale, ambientale, culturale ed economico che sarebbe opportuno salvaguardare e, a giudicare dal alcune esperienze virtuose, come quella del Trentino, da valorizzare. Non potevano mancare approfondimenti sul tema delle malghe alpine. Oltre metà dei cittadini italici non conoscono, verosimilmente, neppure il significato della parola. Si tratta delle distese di pascoli montani che prestarono un contributo determinante, all’affermazione di molti rinomati formaggi della tradizione casearia nazionale.
Gli autori del fascicolo affrontano il tema dei pascoli e delle malghe sotto molteplici punti di vista, analizzando gli aspetti agronomici, tecnologici, economici, sociali e storici.
Tomaso Maggiore raccomanda la razionale gestione dei pascoli per evitare danni ambientali, ricorrendo all’allevamento di bovini, ovini e caprini e rivendicando la necessità di una razionale politica di supporto che metta al centro l’impresa, “preferibilmente costituite da giovani”.
Adriano Dalpez con il suo saggio arricchito da fotografie storiche ed attuali ci dimostra che l’abbandono e la trascuratezza sono evitabili, come attesta l’interessante esperienza del Trentino dove “dopo secoli dall’inizio del loro utilizzo sistematico, le malghe si presentano come formidabili risorse ancora integre, quasi intatte”, essendo state sottoposte ad un percorso evolutivo che coniuga la tradizione, l’innovazione e la diversificazione, guardando anche alle opportunità del turismo sostenibile.
Alessandro Bozzini nel suo ampio saggio ci informa che un aspetto è incontrovertibile: “nella montagna e nella collina più impervia pascoli rimangono sovente l’unica risorsa continuativa del territorio”.
I saggi di Massimo Timini ed Alessandro Cantarelli arricchiscono l’analisi con un approfondimento sulle esperienze dei pascoli della Valtellina e dell’Alto Adige, dove l’attività zootecnica e lattiero-casearia, pur con orientamenti, declinazioni e solidità differenti, mantengono un ruolo determinante.
Il fascicolo contiene imperdibili saggi come l’articolato e commosso ricordo della figura indimenticabile di Giovanni Marcora, scritto da Antonio Saltini.
Alberto Guidorzi ci parla delle nuove tecniche di miglioramento genetico della bietola. Completano il numero, l’intervista al presidente della FIDAF Andrea Sonnino e le imperdibili rubriche fisse affidate a due Autori da considerarsi ormai colonne insostituibili, come Michele Lodigiani e Valeria Prat.
Il primo con rara eleganza e maestria mette a nudo le contraddizioni di chi ritiene che “il vecchio modo di coltivare sia il futuro dell’agricoltura”. Valeria Prat ci delizia con la poesia del gusto dedicato alla focaccia.   
 
 
 
ERMANNO COMEGNA
Già docente presso Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, Università degli Studi di Campobasso e Università degli Studi di Udine. Attualmente svolge attività di libero professionista e di consulente nel settore agricolo ed agro-alimentare. E' iscritto all'albo dei giornalisti elenco dei pubblicisti. E' Direttore della rivista I TEMPI DELLA TERRA.

1 commento:

  1. Alberto Guidorzi9 gennaio 2021 18:34

    La foto di copertina è emblematica perché quel prato che possiamo ascrivere nella categoria dei "pascoli magri" non lo si coltiva (non la si concima e tanto meno è oggetto di trattamenti fitofarmaceutici), ma lo si sfrutta semplicemente (quando lo si fa però, perché ormai queste superficisono sempre più abbandonate specialmente al al Centro E Su dell'Italia) e quindi che ragione c'è di distinguere una superficie del genere in "coltivata convenzionalmente" oppure "coltivata biologicamente"? Eppure è ciò che avviene quando si fa certificare una superficie del genere come soggetta a coltivazione biologica al fine che un privato (senza nulla rendere come servizio) si appropri di fondi pubblici stanziati a mo di prebende e che una manomorta come la lobby del biologico si appropri di una parte di questi fondi per ergersi a paladina dell'ecologismo. Non parlo di quisquiglie parlo del 50% delle superfici certificate biologiche in Italia ed in Europa.

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