giovedì 18 febbraio 2021

I CONTI SENZA L’OSTE DEL BIOLOGICO - Seconda Parte


 di ALBERTO GUIDORZI
Il concetto di resilienza in senso ecologico ha pervaso anche l’agricoltura e oggi per molti questa non è ritenuta durevole appunto per gli intrant (concimi di sintesi e fitofarmaci) che sono usati. Alla moderna agricoltura si assegna il termine di “convenzionale”; termine che a mio avviso è completamente inappropriato perché non ha più nulla di consuetudinario ed è piena di originalità. Per contro si inventano nuove terminologie per definire altre agricolture, come la biologica, la biodinamica o la rigenerativa, che invece hanno tutto di convenzionale, nel senso in cui lo abbiamo definito. Infatti, tutte queste agricolture alla moda sono un ritorno ai metodi consuetudinari antichi. Le si ammanta anche di “naturalezza” dimenticando che nell’uno e nell’altro caso esse sono artificiali perché inventate dall’uomo, che da sempre è stato animato dall’aspirazione (questa sì naturale!!!!) di disporre durevolmente di maggiori quantità di alimenti. Sotto questo aspetto è quindi più innaturale il coltivare biologico! Con tre compendi di altrettanti articoli di A. Mc Guire si dimostrerà, numeri alla mano, che il modo di coltivare biologico, prima di tutto non è sostenibile e soprattutto è parassitario per la collettività. Per farlo si sono analizzati i processi di produzione e utilizzazione del “LETAME" elevato a simbolo assoluto di naturalezza. Si comincia rispondendo alla seguente seconda domanda:

Il letame può mantenere il livello di Sostanza Organica (SO) dei suoli coltivati?

Per rispondere alla domanda si devono chiarire due aspetti:
  1. Quanto letame occorre per mantenere livelli consoni di SO?
  2. Quanto letame occorre, invece, per aumentare la SO nei terreni coltivati?

Evidentemente si deve partire ancora da quanto letame è prodotto per poterne defalcare le perdite di SO che avvengono nel terreno ogni anno.

1.1 Quante sono le perdite annuali di SO nel terreno?

La SO nei terreni subisce delle trasformazioni dovute all’attività biologica e all’alterazione chimica. Sono queste le cause delle perdite e che sono variabili in funzione dei livelli di temperatura, d’umidità e di ossigenazione dei suoli. Anche la tessitura del terreno è molto influente (terreni sciolti sono divoratori di SO e molto meno i terreni argillosi).
La bibliografia ci dice che la perdita di SO varia tra l’1 e il 5% annuo (Mogdoff e Well. 2004). Ad esempio un suolo argilloso arato può perdere fino ad un 2%/anno, mentre un suolo limoso-sabbioso anche un 4%. La tabella di McGuire riporta queste indicazioni:

TABELLA 1 – Ascisse = perdite annuali di SO del terreno in %. (i dati, arrotondati, sono in lb di sostanza secca per acro ed occorre moltiplicare per 1,12 per avere i kg/ha) - Ordinate: indicano i tenori di SO dei terreni. 1° Per uno spessore di 24 cm, ossia 2.240 t (2 milioni di lb/acro). 2° I tenori in SO dei terreni possono essere così bassi nelle sabbie o certe terre dell’Ovest arido.


1.2 Quanto del letame che si somministra si trasforma in SO del terreno?

La biomassa letamica non si trasforma tutta in SO del terreno, una buona parte è decomposta e usata dalla flora microbica; cioè una componente essenziale per la sanità dei terreni, ma per i nostri fini la dobbiamo considerare una perdita.
Dall’analisi di diversi studi scientifici solo tra l’8 ed il 21% del letame distribuito diviene SO del terreno

1.3 Quanto letame si deve distribuire allora?

Ammettendo che sia il 21% quello che diviene SO del terreno, per rispondere occorre applicare il coefficiente di 0,21 sulla quantità di letame che ho da spargere. Ebbene se lo facciamo sui dati della tabella 1 i risultati li troviamo nella tabella 2.

TABELLA 2: Quantità di letame da distribuire per rifare le perdite annuali di SO nel terreno, Dati espressi in t di sostanza secca/acro, per la conversione in t/ha occorre moltiplicare per 2,24.


 

Se invece si volessero le quantità reali di letame al 33% di umidità allora occorre guardare la tabella 3:

TABELLA 3  Quantità di letame al 33% di umidità da distribuire per rifare le perdite annuali di SO nel terreno, Dati espressi in t di sostanza secca/acro, per la conversione in t/ha occorre moltiplicare per 2,24.



E’ evidente che con queste quantità di apporti noi manteniamo solo i livelli di SO e quindi se li vogliamo aumentare dovremmo distribuirne quantità maggiori. La tabella ci dice anche che con più abbiamo suoli organici più letame dobbiamo dare per mantenere la SO. Evidentemente influisce anche il tipo di letame disponibile ed in letteratura si trovano anche i coefficienti di correzione in funzione all’allevamento animale che produce il letame. Qui si riproduce ancora il link che informa sulle qualità dei tipi di letame 

1.4 Quanti ettari di coltivazioni occorrono per produrre il letame sufficiente al mantenimento della SO del terreno?

Si tratta ora di comparare gli apporti suddetti con i tassi di produzione di letame o con la disponibilità praticamente utilizzabile di letame

Per fare ciò occorre dividere le quantità di letame necessarie per mantenere la SO di una unità di superficie per la quantità di letame prodotto per unità di superficie di coltivazione foraggera (si utilizza come divisore la media delle produzioni dedotte precedentemente ossia 8 t/ha). Il quoziente è quindi il numero di ettari da destinare all’alimentazione del bestiame per ottenere il letame necessario al mantenimento della SO del terreno.

TABELLA 4: Acri (o ettari) destinati alla produzione di foraggio necessario per produrre il letame necessario al mantenimento della SO di un acro (o di un ettaro) dei vari terreni a tassi diversi di SO . Le cifre in rosso ci dicono che ci occorre più di un acro (o di un ettaro) di produzione di foraggio e/o mangimi al fine di avere disponibile il letame per compensare la perdita di SO di un acro (o di un ettaro). I dati così calcolati sono stati confrontati con altri della bibliografia esistente in proposito e sono risultati similari.


Giunti a questo punto però non possiamo ancora dire che il letame disponibile assicura la sanità dei suoli perché dobbiamo sapere in quale terreno noi vogliamo mantenere la SO.

1.5 Il letame può mantenere lo stato di sanità in SO della superficie che lo ha prodotto?

La situazione ideale sarebbe quella dove il letame è riciclato nel campo che lo ha prodotto, come avviene per il bestiame che pascola allo stato brado. È bene precisare anche che nel contesto considerato il letame diviene un residuo di raccolto trasformato. I residui di coltivazione non raccolti sono da considerarsi la principale fonte di SO del terreno. Questa situazione ideale è qui ben raffigurata da McGuire:

 

Solo che la tabella 4 ci mostra che la cosa è possibile solo dove i livelli di SO del terreno sono già bassi (1/2%) oppure allorché vi sono tassi elevati di SO e vi sono perdite limitate all’1%. Purtroppo tutta la bibliografia ci dice, però, che o sono suoli che comunque sono a rischio di sanità oppure che per limitare le perdite non si devono arare (ndt: mentre in biologico oltre a non disporre di letame sufficiente si è obbligati anche ad arare i terreni per difendersi in qualche modo dalle malerbe).
Invece per tutte le combinazioni di tenori in SO e di perdite della zona rossa della Tab. 4 il solo letame non può mantenere immutata la quantità di sostanza organica presente inizialmente nel terreno. Si dice anche che il letame è una fonte rinnovabile perché possiamo seminare foraggere, allevare del bestiame e produrre indefinitamente il letame, ma in realtà abbiamo visto che si deve distribuire letame oltre il suo tasso di produzione e di conseguenza la filiera letame lascia qualcuno senza. Pertanto la realtà ci dice che il letame non è una fonte rinnovabile! (ndt: Gli agricoltori biologici, visto l’imposizione che si sono dati, dovrebbero agire nella condizione di rinnovabilità del letame, ma si limitano a gettare fumo negli occhi a dei consumatori solo fideistici, cioè che si fidano della certificazione fornita da una lobby che pur di mantenere in vita “la vacca che dà loro il latte” si guardano bene dall’obbligare chi vuole produrre biologicamente di detenere in azienda un allevamento animale adeguato al loro fabbisogno di letame. Se poi una politica cieca vuole aumentare la superficie a biologico a dei tassi troppo elevati la contraddizione aumenta ed il produrre biologicamente va a farsi friggere… a meno che gli aumenti di superficie siano solo nominali nel senso che dichiarano biologici delle superfici agrarie praticamente incoltivate e/o improduttive). McGuire riassume questa realtà con quest’altra vignetta riportata sotto, dove 8 appezzamenti producono alimenti zootecnici trasportabili economicamente (cereali secchi e soia) a lunga distanza per alimentare allevamenti che produrranno letame accessibile economicamente solo a 3 appezzamenti uguali, mentre gli altri 5 non riceveranno di ritorno il letame che hanno concorso a produrre e non potranno sostenere il tasso di SO iniziale. Non si pensi che la situazione di impasse possa essere risolta con biomasse non agricole (Ndt: tra l’altro quando uso il letame apporto flora microbica supplementare al terreno, mentre quando uso biomasse non agricole queste hanno un rendimento, perché soggette a perdite superiori al letame, molto minore. Infatti molta SO deve essere utilizzata per creare ex-novo una flora microbica capace di attaccare la biomassa non agricola).

 



CONCLUSIONE: Già oggi le superfici dichiarate ufficialmente essere biologiche comprendono almeno un 60% si terreni improduttivi e quindi non necessitanti di ripristino della fertilità e tanto meno da doversi letamare, pertanto il progetto di aumentare in Europa al 25% generalizzato la superficie biologica entro il 2030, e se avviene con le caratteristiche denunciate sopra, rappresenta solo un vero e proprio imbroglio per i consumatori bio e per tutta la collettività che si deve sobbarcare tasse e sovrapprezzi per sovvenzionare gli operatori del biologico, senza però riceverne beneficio sotto forma di cibo. Se per contro avviene veramente con un aumento di un 20% di superfici produttive (attualmente in Europa le superfici che producono derrate biologiche non vanno oltre il 5% della superficie dichiarata biologica, ciò ad essere ottimisti!) che obbligatoriamente per durare hanno bisogno di vedersi ripristinata la fertilità con il solo letame o compost vari, vi saranno molti che resteranno con il “cerino in mano”, vale a dire che oltre a partire con produzioni minori queste nel tempo continueranno a calare. DA QUI SE NE DEDUCE LA DEMENZIALITA’ DI CHI DICE CHE IL 100% DI AGRICOLTURA BIOLOGICA PUO’ SFAMARE UN PIANETA DI 8-10 MILIARDI DI PERSONE.



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Testo da cui è stato tratto il presente compendio

http://csanr.wsu.edu/can-manure-sustain-soils/

Bibliografia


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Gregorich, E. G., B. C. Liang, B. H. Ellert, and C. F. Drury. 1996. “Fertilization Effects on Soil Organic Matter Turnover and Corn Residue C Storage.” Soil Science Society of America Journal 60 (2): 472–76. doi:10.2136/sssaj1996.03615995006000020019x.

Loveland, P., and J. Webb. 2003. “Is There a Critical Level of Organic Matter in the Agricultural Soils of Temperate Regions: A Review.” Soil & Tillage Research 70 (1): 1–18.

Magdoff, F. R., and J. F. Amadon. 1980. “Yield Trends and Soil Chemical Changes Resulting from N and Manure Application to Continuous Corn.” Agronomy Journal 72 (1): 161–64. doi:10.2134/agronj1980.00021962007200010031x.

Magdoff, F., and R. Weil. 2004. “Soil Organic Matter Management Strategies.” In Soil Organic Matter in Sustainable Agriculture. Advances in Agroecology. CRC Press.

Schlesinger, William H. 2000. “Carbon Sequestration in Soils: Some Cautions amidst Optimism.” Agriculture, Ecosystems & Environment 82 (1–3): 121–27. doi:10.1016/S0167-8809(00)00221-8.

Triberti, L., A. Nastri, G. Giordani, F. Comellini, G. Baldoni, and G. Toderi. 2008. Can mineral and organic fertilization help sequestrate carbon dioxide in cropland? Eur. J. Agron. 29:13–20. doi:10.1016/j.eja.2008.01.009

Wuest, Stewart B., and Catherine L. Reardon. 2016. “Surface and Root Inputs Produce Different Carbon/Phosphorus Ratios in Soil.” Soil Science Society of America Journal 80 (2): 463. doi:10.2136/sssaj2015.09.0334.

 

ALBERTO GUIDORZI                                                                                                              Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

 

2 commenti:

  1. Alberto Guidorzi18 febbraio 2021 16:40

    La prima puntata si trova cliccando su questo link: https://agrariansciences.blogspot.com/2020/08/i-conti-senza-l-oste-del-biologico.html

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  2. C'è poco da commentare, solo da condividere.Sarebbe bello poter quantificare le KCal disponibili quotidianamente ad ogni abitante del pianeta tutto bio!

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