mercoledì 24 novembre 2021

IL BIOLOGICO HA COMINCIATO A PIANGERE MISERIA



Uno scandalo venduto per virtù

 

di ALBERTO GUIDORZI

 


 



Il biologico ha cominciato a piangere miseria! Durante le discussioni ed i compromessi che si dovranno prendere per definire la nuova PAC, che tra l’altro dovrà tener conto della volontà di estendere a coltivazione biologica il 25% della superficie europea entro il 2030, si è cominciato ad intravvedere che gli aiuti destinati a questo tipo di agricoltura potrebbero diminuire. Infatti un conto è mettere in bilancio risorse per un 7,5% di agricoltura biologica ed un altro è stanziare soldi per un 25%.
Una tale evenienza però contrasterebbe con la promessa di instaurare un’agricoltura senza pesticidi (solo di sintesi però….), locale e autosufficiente. Infatti ben sappiamo che il volume di aiuti pubblici e crescita della superficie a bio sono direttamente proporzionali e molti tipi di coltivazioni in biologico sarebbero abbandonate se non avessero aiuti aggiuntivi. Questo è un trend constatato in tutti i paesi quando le sovvenzioni erano troppo basse, così è stato in Italia prima del 2000, in Gran Bretagna con il latte, in Danimarca e Finlandia tra il 2000 ed il 2008. Il bio ha cominciato a crescere quando la lobby del bio ha operato pressioni sui politici e questi le hanno ascoltate aprendo la borsa. Dunque non è la crescita della domanda dei consumatori di bio che fa crescere le coltivazioni bio; infatti questa ulteriore domanda è in gran parte soddisfatta da importazioni da paesi terzi a cui abbiamo assegnato la qualifica di paesi con protocolli di coltivazione biologici conformi, che però a ben analizzare non lo sono per nulla. Infatti ciò che cresce da noi sono le superfici improduttive che con la domanda di certificazione biologica accedono ad aiuti che sono una vera e propria manna.

La PAC ormai è strutturata in due pilastri: il 1° pilastro con aiuti non condizionati ed il 2° pilastro con aiuti che invece sono condizionati, Questi aiuti sono accessibili a tutte le imprese agricole sia biologiche che non, inoltre sono correlati alle superfici dell’azienda o al numero di animali allevati ma non alla produzione raccolta. In aggiunta a queste poi ci sono le sovvenzioni specifiche elargite alla sola agricoltura biologica ( e di riflesso anche a quella biodinamica) che sono invece negate all’agricoltura convenzionale. Per l’Italia vi è un po’ di nebbia su quanto viene elargito (sarebbe utile che tra le tante inchieste se ne facesse anche una sul mondo del biologico), mentre in tutti i paesi d’Europa dove il biologico cresce si constata un aumento continuo del tasso di sovvenzione. In Francia nel 2019 sono ammontate a 250 milioni di € solo quelle statali (aumentate del 170% rispetto al 2012), ma poi vi sono le regionali ed altri enti amministrativi periferici il cui ammontare è variabile e di difficile quantificazione (es. in Italia la Regione Emilia e Romagna è la più prodiga ed infatti può vantare la maggiore superficie a bio tra le regioni del Nord. I numeri più scandalosi sono però quelli delle regioni meridionali perché qui in maggioranza sono certificate superfici che non producono. Ma non è finita qui perché sempre in Francia vi è anche un altro fondo di 13 milioni di € ed un credito d’imposta di 3500 € per azienda bio. Eppure, nonostante tutta questa manna, i vari piani transalpini molto ben finanziati e messi in atto per promuovere il bio, non hanno mai raggiunto i traguardi prefigurati, l’ultimo scade nel 2022 e si prefiggeva un 15% di biologico, ma ad un anno dalla scadenza siamo ancora al 7%. È vero che cresce la domanda di bio, ma non con un trend tale da generare proporzionali aumenti di superfici bio nel paese, Come si diceva, molta della domanda è soddisfatta dalle importazioni: l’UE ha importato nel 2020 2,79 Mt di tonnellate di prodotti biologici. Ucraina e Turchia ci vendono rispettivamente il 70 ed il 54% dei cereali e oleaginose bio che importiamo. Alla luce di queste cifre, il tanto propagandato parallelo tra bio e locale o nazionale dove va a finire? Perché queste derrate non le autoproduciamo nell’UE? Perché i cerealicoltori bio non protestano come fanno i produttori di grano duro per le importazioni dal Canada? Non lo fanno perché, prima di tutto i produttori bio sono ancora una grande minoranza ed inoltre il produrre cereali bio significa ridurre la produzione del 50%. Non sarebbe la stessa cosa con le proteaginose ad esempio, ma ancora la loro produzione non è competitiva con quelle estere. Questo dato sulla produttività dei cereali è confermato ad esempio dalle risultanze appena pubblicate in Germania e dove in tre anni di controlli, al posto di 100 q di grano prodotti in convenzionale, in bio se ne sono prodotti 50, non solo, ma ne risente anche la qualità tecnologica perché il tasso proteico va da un 8% ad un 11% massimo, quando invece ormai in convenzionale si produce con 13% di proteine https://www.bauerwilli.com/oeko-weizen-2021/. Eppure un’azienda bio orticola, vitivinicola, zootencica e cerealicola riceve in proporzione alle unità prodotte aiuti molto maggiori rispetto alle aziende convenzionali, infatti se si produce 100 e si riceve “x” mentre se si produce 50 e si ricevo “x + y”, risulta evidente che l’unità bio prodotta è più sostenuta economicamente. Ad esempio il litro di latte bio è sovvenzionato il 50% in più del litro di latte convenzionale. La situazione è stata analizzata nei vari aspetti, almeno in Francia, e la sentenza emessa dalla Corte dei Conti è che le sovvenzioni bio hanno incitato gli agricoltori a convertire superfici pascolative a bio al punto che quel 7% è costituito da ben 2/3 di superfici da cui si può ricavare solo foraggio e la cui coltivazione non differisce da quella convenzionale. L’Italia non è un’eccezione e per rendersene conto basta guardare qual è la percentuale di prati pascoli, pascoli magri e incolti produttivi rispetto alla superficie certificata. In altri termini di fronte alla “manna” delle sovvenzioni con denaro pubblico, la grande maggioranza degli agricoltori che hanno aderito al bio hanno preferito incassarle destinando a bio superfici dove le differenze tra il coltivare bio e il coltivare convenzionale non esistono, anche grazie alla possibilità di dichiarare bio solo una parte dell’azienda. Insomma seppure l’etichetta bio abbia attirato tanto i consumatori che hanno il portafoglio gonfio e si sia instaurato l’obbligo da parte di molte amministrazioni pubbliche, di usare il 20% e più di derrate bio nelle mense publiche (scolastiche, d’azienda e caritatevoli) abbia drogato la domanda, l’offerta non ha raggiunto i traguardi programmati. Bisogna essere chiari su una cosa: l'etichetta biologica è unicamente uno strumento di marketing. Questa non è una dichiarazione di sicurezza alimentare e la parola " biologico " non costituisce un giudizio di valore sulla nutrizione o sulla qualità. Il biologico, poi, non è nemmeno una dichiarazione di benefici ambientali, anzi è vero il contrario, almeno se si è disposti a guardare la questione senza paraocchi. Probabilmente capiterà la stessa cosa su quel 25% di bio programmato da “farm to fork” entro il 2030..

Se poi, come si è detto prima, gli incentivi non resteranno allo stesso livello potrebbe capitare come negli USA; anche qui esiste la certificazione bio come nell’UE, ma le sovvenzioni sono molto meno generose, e di conseguenza la superficie a biologico non si scosta già da un decennio dall’1% totale invece del 7.5% dell’UE. Si ricorda che gli USA sono i maggiori consumatori di alimenti biologici. Questo dimostra anche che il bio europeo è su questi livelli solo perché vi è una grande profusione di denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti, senza che, però, i consumatori di bio ricevano i benefici sanitari tanto decantati (nessun dimostrazione scientifica valida è stata prodotta su maggiore sanità e miglior gusto). Quelli ambientali sono poi inesistenti, anzi, a causa della minore produttività del bio i benefici ambientali sono invertiti come si vedrà nelle due foto che mostriamo: didascalica la prima e basata su dati sperimentali la seconda.

 


 



Pertanto, su questa base, risulta evidente che se si vuole disporre sempre delle stesse quantità prodotte coltivando con metodo biologico, si deve aumentare la superficie da un 30% ad un 50%. Solo che per sfamare tutta la popolazione del globo nel 2100 la FAO ci dice che la produzione deve aumentare del 70%, ecco che quindi voler far coltivare biologicamente è solo velleitario.

È pure scandaloso il fatto che la certificazione bio, seppure demandata a privati pagati dal controllato, sia un’etichetta statale e che quindi in qualche modo fornisca una garanzia morale al prodotto, garanzia che però la scienza nega sulla base di risultanze sperimentali.

Ma la lobby del biologico, sostenuta da molte ONG come Greenpeace, WWF, ormai sta assumendo sempre più la funzione di un contropotere che condiziona L’UE e i singoli Stati Membri. La prova la troviamo nella guerra che essa sta facendo contro altre certificazioni ambientali che nel frattempo sono sorte. Una, istituita dal ministero dell’agricoltura francese, è particolarmente presa di mira. Si tratta della certificazione HVE (High Environmental Value) che si basa su tre livelli ed il terzo livello, detto anche di “Alto Valore Ambientale”, implica il rispetto di indicatori di risultato relativi a biodiversità, strategia fitosanitaria, gestione della fertilizzazione e dell'irrigazione. Si fa notare che qui si parla di “indicatori di risultato” che in biologico non esistono perché è molto più semplice mantenerla solo come certificazione di processo e non di risultato. In altri termini l’etichetta HVE rispetto a quella bio garantirebbe di più il consumatore sensibile alla sostenibilità dell’agricoltura.

In conclusione: Se il bio non da nessun vantaggio provato ed in più la domanda dei consumatori è fideistica e poco elastica, potendo quindi contare su vendite a prezzi molto maggiorati senza tema di diminuire troppo la domanda, ci si chiede: perché la produzione deve essere sovvenzionata con i soldi di tutti i consumatori, cioè anche della stragrande maggioranza di coloro che sono indifferenti o addirittura non ci credono? Perché si devono negare degli inventivi all’HVE che assicura risultati? In queste condizioni buon senso vorrebbe che si decidesse che gli incentivi supplementari specifici del bio sono da abolire e l’agricoltura biologica deve competere con tutte le altre varie forme di agricoltura, ma con le stesse regole di mercato, ed esse sono solo quelle della domanda e dell’offerta!
 
 



ALBERTO GUIDORZI
Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana. 
 
 
 
 

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