venerdì 9 gennaio 2026

TRATTORI IN PIAZZA: GESTIONE DEL CAMBIAMENTO MERCOSUR

Trattori tornano a “bollire”: accordo UE- MERCOSUR, l’Europa dopo 25 anni di scontri si appresta a partorire un nuovo mostro? Quando il cambiamento non è un obbligo.


di ROBERTO FRANCHINI



“Qualsiasi obbiettivo che mira al cambiamento e che non tiene di conto del contesto e delle conseguenze connesse, trasforma rapidamente la soluzione nel problema” 


Un qualsiasi problema, se c’è, o accertato che esiste davvero, lo si comprende fino in fondo solo quando si prova a risolverlo. Senza considerare il contesto, le soluzioni ipotizzate possono trasformarsi in nuovi problemi, allora ciò che inizialmente appariva come la via da seguire, può portare a problemi ancora più profondi di quelli di partenza.
Detto con le parole dello statunitense Richard T. Pascale (1938 – 2024), studioso di cambiamento organizzativo: “Le conseguenze non intenzionali arrivano al cuore del motivo per cui non si comprende davvero un problema adattivo fino a quando non si è risolto. I problemi si trasformano e le soluzioni spesso portano a problemi più profondi.
Il tema della gestione del cambiamento ha radici più lontane. Il francese Alexis de Tocqueville (1805‑1859), storico e filosofo politico, descrive fenomeni sociali in cui riforme e interventi possono avere effetti opposti a quelli desiderati, se non si considera il contesto sociale: “La salute di una società democratica può essere misurata dalla qualità delle funzioni svolte dai cittadini privati; eppure le misure volte a promuovere il benessere pubblico possono spesso diminuirlo se trascurano le sottili interconnessioni della società.
Ecco perché è di nuovo fibrillazione fra le mura dei casali, delle cascine, nelle malghe e nei poderi. Stavolta però la fibrillazione ha caratterizzato anche le mura delle sedi confederali nazionali delle organizzazioni professionali agricole.
È vietato mettere mano a quell’equilibrio edificato con cura negli anni con enorme sacrificio determinando quella intoccabile identità agricola non riscontrabile in altri paesi neppure europei, caratterizzata da tipicità, sicurezza alimentare, identità territoriale, etica sociale lungo tutta la filiera.
Ma ogni tanto compare un nuovo spettro perché qualcuno, da una delle infinite finestre di vetro dei palazzi di Bruxelles, agita un nuovo spauracchio, questa volta si chiama MERCOSUR. Ovvero il desiderio di barattare il tesoro dell’Italia e dell’Europa rurale con qualche decimale di PIL a favore soprattutto dell’industria automobilistica. Quell’industria automobilistica messa già in ginocchio dall’altro spauracchio dalle annunciate e improvvise misure legate alla transizione ecologica voluta dall’UE e sulle quali ha dovuto fare un passo indietro quando il danno però era già fatto ed il vaso ormai si era già rotto.

Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Europea. Fonte: sociologicamente.it.


Così, dopo la rintronata sull’ideologico Green Deal, la matrigna Europa adesso si prepara a commettere un altro sfregio verso una decisione da molto tempo ragionata (circa 25 anni), forse però non ancora abbastanza. Il MERCOSUR (Mercato Comune del Sud), è un accordo fra i paesi del Sudamerica per stabilire fra loro un mercato unico, al fine di ricevere vantaggi reciproci ma allo stesso tempo adottare misure protezionistiche verso i paesi terzi compresi quindi i paesi UE.
L’accordo si trova già in una fase avanzata ma la firma è stata rinviata e prevista per il 12 gennaio 2026. Se ratificato, determinerebbe l’arrivo verso l’Europa di grandi quantità di prodotti agricoli in particolare: carne bovina, pollame, zucchero, a costi estremamente più bassi rispetto a quelli europei. L’analisi a prima vista è positiva perché significherebbe meno costi per la spesa dei cittadini europei. Ma il problema è più profondo. La domanda è: perché sono più bassi?
I costi di produzione, non solo in agricoltura ma anche negli altri settori economici, sono più bassi in questi paesi perché c’è meno regolamentazione, meno tutele per i lavoratori, più discriminazione sociale, mancato rispetto per l’ambiente. La scelta di utilizzare questi mercati è politicamente ipocrita. L’Europa vorrebbe prima imporre il Green Deal internamente in modo da “indossare il candido velo della purezza” e poi compra dove tali principi, non solo non vengono osservati ma dove c’è addirittura difficoltà nel percepirli. Siamo di fronte pertanto anche ad un ulteriore ostacolo: l’ampio e incolmabile, almeno nel breve, divario culturale.
Tutte le organizzazioni professionali agricole, sia europee, sia italiane sono fortemente contrarie a questo accordo o comunque da rivedere integralmente e vede la Coldiretti in prima fila: “Le lacune contenute nell’attuale versione dell’accordo Mercosur non vengono sanate neppure dagli emendamenti approvati… Non parlano a nome di Coldiretti… […] alcuni sembrano affascinati dall’idea di importare prodotti realizzati in violazione delle norme sulla deforestazione, con sfruttamento del lavoro minorile e standard sanitari e ambientali che non sarebbero mai consentiti in Europa, mettendo a rischio la salute dei cittadini … Coldiretti manifesterà… per chiedere a gran voce un’Europa diversa…
Sulla tavola dei cittadini europei non serve né proteina animale né zucchero! In Europa circa il 30% della popolazione over 50 ha alti livelli di colesterolo, circa il 20% soffre di diabete e circa il 60% dei sui cittadini è obeso o comunque in sovrappeso. In Europa si spendono cifre considerevoli per diete, fitness e palestra se paragonato a quanto si spende semplicemente per nutrirsi. Il carrello alimentare rappresenta circa il 20% della spesa media in Europa; diete fitness e palestra circa il 10% del budget totale: non sembra affatto un luogo del mondo dove ci si preoccupa cosa mangiare il giorno dopo.
Alla fine l’accordo sarà firmato? Sembra proprio di sì. Sono stati bruciati migliaia di litri di gasolio agricolo nelle piazze in questi 25 anni, con proteste anche violente soprattutto a Bruxelles, in Francia e in Polonia. La logica impone di sospettare che se tale accordo fosse stato anche solo minimamente vantaggioso per gli agricoltori europei, non avrebbero aspettato 25 anni per portarlo a termine, non avrebbero bruciato inutilmente tutto questo gasolio, non avrebbero rinunciato e numerose giornate di lavoro nelle loro aziende.


Scontri e proteste a Bruxelles. Fonte foto: www.adnkronos.com


Ciò che sembra possa incontrare la pace di tutti è la possibilità che l’Europa metta a disposizione un supporto da 45 miliardi per gli agricoltori. Attenzione non si tratta di nuove risorse o risorse aggiuntive alla Politica Agricola Comunitaria, si tratta di somme facilmente disponibili per gli stati che decidono di intervenire a sostegno degli agricoltori. Si va alla firma ma l’Europa non spende un euro in più rispetto alla programmazione già prevista nel periodo 2028-2034.






Roberto Franchini
Dottore in "Scienze Agrarie" abilitato all'esercizio della professione, dottore in "scienza della Politica e dei Processi Decisionale", master universitario di II° livello in "leadership ed Analisi Strategica", presso l'Università degli Studi di Firenze. Ha svolto la sua attività prevalentemente nei settori dell'orticoltura, floricoltura, viticoltura, enologia, cerealicoltura, progettazione del verde, distribuzione alimentare. Per numerosi anni ha svolto incarichi organizzativi, di coordinamento e dirigenziali presso la Coldiretti e presso il Consorzio Agrario di Firenze, assumendo incarichi di direzione di federazioni, responsabile del credito e della finanza di impresa e di responsabile di stabilimento per la realizzazione dei mangimi per uso zootecnico. Attualmente svolge l'attività di dirigente e consulente, impegnato nell'attività di ricerca sul miglioramento genetico del grano, svolge l'attività di imprenditore agricolo. Insegna materie agronomiche presso istituti tecnici agrari.

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