sabato 2 maggio 2026

ALLA RICERCA DI UNA GUIDA VISIONARIA E PRAGMATICA PER IL SINDACALISMO AGRICOLO

di ERMANNO COMEGNA


Articolo uscito in originne su: www.spigolatureagronomiche.it

È in atto una transizione nel mondo della rappresentanza degli interessi agricoli in Italia. C’è stata un’evoluzione nel sistema delle imprese. Queste si sono specializzate e modernizzate; dipendono sempre più dal mercato dei fattori produttivi, dei prodotti finiti e della tecnologia; c’è stato un incremento della professionalità e delle conoscenze.
Le organizzazioni agricole assecondano con fatica tale dinamica. Queste strutture sono all’avanguardia nella fornitura di servizi tecnici, ma stentano ad offrire una rappresentanza degli interessi che sia incisiva e coerente rispetto ai fabbisogni.
Una prova eloquente del deficit di tutela sindacale ed economica è data dalla sempre più diffusa affermazione di strutture professionali esterne alle organizzazioni che attirano soprattutto le imprese dinamiche e più strutturate, di medie e di grandi dimensioni.
Circa il 30% dei fascicoli aziendali della PAC sono tenuti da centri di assistenza agricola diversi da quelli controllati dalle principali sigle del sindacalismo nazionale. Le imprese agricole che optano per tali soluzioni acquistano un servizio di assistenza economica, fiscale, tributaria, patrimoniale e finanziaria tagliata su misura rispetto alle proprie esigenze e rinunciano ad una rappresentanza sindacale che, evidentemente, giudicano insoddisfacente ed effimera.
Appare abbastanza curioso riflettere sul fatto che dal 2010 ad oggi il numero di imprese agricole attive in Italia si sia ridotto di oltre il 30%. Gli organismi professionali agricoli sono perfino aumentati nel numero, ma non nella consistenza della base sociale patrocinata.
Alla politica nazionale e regionale, così come alle imprese fornitrici di beni e servizi ed a quelle che acquistano prodotti agricoli fa gioco avere a che fare con interlocutori frammentati, perlopiù deboli, in sistematica contrapposizione e in genere portatrici di proposte di corto respiro.
La debolezza delle strutture di aggregazione degli interessi agricoli è apparsa evidente a tutti durante le diffuse e ampie proteste che ci sono state tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2024, le quali hanno letteralmente spaventato le istituzioni europee, costrette ad agire con risposte politiche concrete e reiterate. Da allora nei più importanti documenti ufficiali si fa riferimento al disagio espresso durante le manifestazioni, giustificando in tal modo alcune iniziative politiche intraprese, come gli interventi di semplificazione della PAC e le misure per depotenziare alcuni pilastri del Green Deal.
Ebbene, il movimentismo è nato ed è stato gestito al di fuori delle organizzazioni agricole ufficiali, da gruppi spontanei e da aggregazioni prive, in genere, di una solida storia sindacale.
Un altro peculiare fenomeno che si osserva diffusamente e conferma i giudizi espressi è dato dalla diminuzione del legame di appartenenza sindacale, con la migrazione da una struttura all’altra e il relativo cambio di casacca che diventano frequenti, ma l’insoddisfazione resta e il disincanto aumenta.

Che fare?

Ci sarebbe bisogno di una guida (non necessariamente un’unica figura, ma anche un gruppo coeso, con idee chiare e con un’adeguata credibilità) capace di suscitare il cambiamento, con una rottura rispetto alla situazione di partenza. Non è una sfida semplice e priva di rischi, ma vale la pena provarci per rilanciare e rivitalizzare organismi il cui ruolo è cruciale nel dare voce ad un sistema di imprese che si regge sulla capacità di innovare e stare sul mercato da protagonisti, ma non possono rinunciare all’interazione con la politica, con le istituzioni e con la società, oltre che con gli altri portatori di interesse del sistema agroindustriale.
Alcune prime suggestioni possono essere delineate in questa fase, per immaginare un modello alternativo e rinnovato rispetto a quelli attualmente disponibili. Sarebbe opportuno riservare meno attenzione all’offerta di servizi ed enfatizzare la tutela sindacale, tenendo conto che talvolta questi due elementi sono in contrapposizione. Infatti, non sono mancati in questi anni, esempi di timidezza nel contrastare interventi regolatori, talvolta inutili e ridondanti, che generano complessità per le imprese, con relativi costi di conformità e di transazione.
Allo stesso modo andrebbe ridimensionata l’enfasi sui progetti concepiti ed attuati direttamente dagli organismi di rappresentanza e accrescere la sensibilità verso le forme di organizzazione economica delle imprese agricole. Oggi in Italia, tranne qualche limitata eccezione, l’aggregazione è inadeguata e senza la massa critica necessaria per raggiungere un livello accettabile di potere contrattuale.
Per quanto riguarda l’interlocuzione con le istituzioni, si avverte la necessità di concentrare maggiormente le risorse nel seguire le riforme della politica agricola di ampio respiro, senza trascurare le incombenze congiunturali e le emergenze. In entrambi i casi è opportuno aumentare il grado di coinvolgimento e partecipazione della base associativa, assicurando un dialogo costante nella fase delle scelte politiche di fondo e in quella della messa a terra degli interventi.
Per quanto riguarda la semplificazione e la riduzione degli oneri burocratici a carico delle imprese, si avverte l’esigenza di un maggior attivismo da parte degli organismi di rappresentanza sindacale, anche perché tali temi rappresentano un imperativo a livello di Unione europea che ha innalzato al rango di obiettivo strategico di lungo periodo, lo snellimento degli oneri burocratici.
Per finire, non sarebbe male riservare meno risorse alla comunicazione istituzionale di tipo autoreferenziale e concentrare l’attività a favore dell’immagine dell’agricoltura, troppo spesso schernita, alla valorizzazione del ruolo dell’impresa e alla intensificazione del dialogo diretto con gli associati i quali spesso si sentono trascurati e oggetto di una relazione impersonale.

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