sabato 15 agosto 2026

COSÌ LA TV MASSACRA L'AGRICOLTURA REALE: FELTRI DERIDE, TELESE CITA LA BIODINAMICA, MERCALLI ELUDE LA REALTÀ

 di FRANCESCO MARINO


Un fermo immagine della puntata dell’11 agosto del programma "In Onda" su La7.

C'è un limite oltre il quale il dibattito televisivo smette di fare informazione per diventare pura superficialità. È quello che si è visto l'11 agosto nel salotto del programma In Onda su La7, quando il giornalista Stefano Feltri ha liquidato l'agricoltura italiana senza troppi complimenti, sentenziando che "non serve a niente" e deridendo i produttori come "quei quattro agricoltori rimasti" che camperebbero solo grazie ai sussidi europei per inquinare la terra. Un'uscita che si commenta da sé: il tipico riflesso di chi confonde la comodità del proprio salotto cittadino con la realtà produttiva del Paese.
Sui social e tra le associazioni di categoria si è scatenata la solita bufera d'indignazione. La quasi totalità dei commenti si è però concentrata sulle provocazioni di Feltri, lasciando passare sotto silenzio ciò che rivela davvero lo stato del dibattito: la reazione emersa nello studio televisivo. Se l'attacco del giornalista è la classica sparata di chi ignora la materia, la controrisposta del conduttore Luca Telese e la resa teorica del climatologo Luca Mercalli raccontano un cortocircuito culturale ben più profondo. Preso in contropiede, Telese ha cercato d'impeto una difesa del settore, trovando però come unico appiglio un'esclamazione rivelatrice: "Ma è pieno di agricoltori biodinamici!".
Una risposta che mostra quanta confusione regni nei media. Dal punto di vista scientifico, la biodinamica nasce nel 1924 dalle teorie esoteriche di Rudolf Steiner, tra preparati alchemici, corni di vacca e calendari astrologici. Ma soprattutto, i dati smentiscono la portata del fenomeno evocato in studio: a fronte di oltre 1,1 milioni di aziende agricole reali ,  che pure non bastano a garantire la totale autosufficienza alimentare del Paese, costringendoci a importare quote significative di materie prime , le realtà biodinamiche certificate sono appena poche centinaia (circa 400-500 aziende, pari ad appena lo 0,04%). Usare una nicchia così marginale per difendere l'intero settore primario significa ignorare le dimensioni e la complessità della produzione su larga scala.
Telese finisce per sventolare la biodinamica come unico scudo perché nei salotti mediatici si è consolidata l'idea distorta che l'agricoltura sia "nobile" e "accettabile" solo quando si fa racconto filosofico o alternativa esotica, mentre la produzione ordinaria viene vista con diffidenza. In questo immaginario si avverte l'impronta della narrazione maturata negli ultimi quattro decenni attorno alla figura di Carlo Petrini e alla sua creatura, Slow Food. C'è una parabola politica e storica tragica in questa evoluzione. Quando la seconda metà degli anni '80 vide la nascita dell'Arcigola,  costola della galassia ARCI fondata da Petrini e sostenuta da un'intellettualità di sinistra che vedeva tra i firmatari del manifesto di Parigi nel 1989 anche cantautori come Francesco Guccini, la premessa dichiarata muoveva da un'intenzione apparentemente popolare: riscattare la cultura contadina, democratizzare il piacere della tavola e restituire dignità al cibo del popolo.
Oggi che la scomparsa di Petrini viene accompagnata dalla consueta agiografia della sinistra di palazzo, intenta a santificarne la figura senza esercitare il minimo rigore critico, occorre avere il coraggio di analizzare le cose sul piano della realtà di classe. A distanza di decenni, quella promessa iniziale si è ribaltata nel suo esatto contrario. La prova definitiva di dove abbia condotto questa traiettoria è arrivata con la lettera inviata da Buckingham Palace da Re Carlo III a Chiara Petrini per la scomparsa del fratello, un messaggio in cui il sovrano definisce l'amicizia con il fondatore di Slow Food come "uno dei grandi privilegi" della sua vita. Nata nell'alveo dell'associazionismo di sinistra per far mangiare meglio i lavoratori, la narrazione eco-gastronomica ha finito per adagiarsi nei salotti dell'aristocrazia globale e della borghesia benestante, ammaliata dal fascino bucolico del presidio d'eccellenza.
Spostando il baricentro dalla scienza della produzione agricola alla promozione della cultura del cibo, questa impostazione ha provocato danni culturali enormi. Il cibo genuino è stato trasformato da diritto universale garantito a privilegio per chi se lo può permettere, sostituendo la tutela dei diritti con il consumo d'élite. Allo stesso tempo, si è finiti per marginalizzare il lavoro e la scienza agronomica: si celebra l'estetica del piatto o del presidio di nicchia, dimenticando la gestione dei suoli, le tecnologie di campo, i salari e le tutele operative dei lavoratori della terra. A questo si aggiunge l'assenza di una reale superiorità scientifica dimostrata, dato che prodotti venduti a carissimo prezzo sotto l'etichetta dell'etica o del biologico esclusivo spesso non presentano alcuna reale superiorità nutrizionale o organolettica rispetto a quelli dell'agricoltura convenzionale ben controllata, rispondendo più a una logica di status sociale che di sostanza. Invece di battersi affinché la ricerca scientifica e le politiche pubbliche garantissero cibo sano e sostenibile ad alti volumi e a prezzi accessibili per la classe lavoratrice, gran parte della sinistra si è accontentata di celebrare le nicchie di lusso, lasciando alle famiglie meno abbienti la colpevolizzazione per l'acquisto di prodotti da discount.
È in questo contesto che si inserisce l'intervento di Luca Mercalli. La sua replica meritava ben altro spessore: il climatologo si è limitato a obiettare a Feltri che "non esiste un solo modo di fare agricoltura" e che "l'agroecologia si va affermando come scienza di gestione della terra". Una risposta debole e profondamente ambigua. Mercalli rifugia il dibattito dietro la parola "agroecologia", un termine d'ordine che nei fatti è diventato il paravento semantico per sdoganare proprio la biodinamica e l'irrazionalismo antitecnologico, travestendo da scienza della terra quello che è solo un impianto ideologico privo di basi produttive.
Mercalli, che in diverse occasioni ha ricordato il proprio passaggio universitario presso la Facoltà di Agraria a Torino rivendicando persino un inesistente "indirizzo in agrometeorologia" mai previsto dai piani di studio dell'epoca, avrebbe dovuto e potuto usare ben altra competenza tecnica per smontare le tesi di Feltri. Avrebbe potuto ricordare con la forza dei dati che l'agricoltura italiana produce valore fondamentale, ha tagliato le proprie emissioni di oltre il 20% dal 1990 e che il grosso dei gas serra deriva dai settori energetico e dei trasporti, non dai campi, dove l'agricoltura incide per meno del 9%.
Invece di difendere con i numeri la realtà del lavoro agricolo, Mercalli ha preferito utilizzare l'agroecologia come grimaldello teorico per nascondere e giustificare la biodinamica evocata da Telese. Una fuga in avanti che finisce paradossalmente per convergere sullo stesso giudizio di Feltri: al netto delle diverse premesse, sia il cinismo del giornalista sia il catastrofismo dell'esperto finiscono per condividere la stessa svalutazione verso l'agricoltura reale e convenzionale, quella che riempie ogni mattina i banchi dei mercati e dei supermercati,  considerandola un modello irrimediabilmente "sbagliato" e da superare. È la deriva di un ambientalismo d'astrazione che ignora i bisogni materiali della popolazione, rinunciando alla funzione primaria dell'agronomia: applicare la scienza sul campo per aiutare gli agricoltori a produrre di più, meglio e a prezzi accessibili per tutti.
Uscendo dalla retorica televisiva, i dati ISTAT, ISMEA ed Eurostat demoliscono ogni cliché. L'agricoltura italiana è un motore economico e sociale indispensabile: la filiera agroalimentare estesa genera oltre 600 miliardi di euro di fatturato complessivo. Il Made in Italy agroalimentare rappresenta un perno delle nostre esportazioni, con oltre 60 miliardi di euro annui, e garantisce lavoro a più di 900.000 addetti diretti nelle campagne, che salgono a circa 3,5 milioni considerando l'intera filiera.
Ugualmente fuorviante è la narrazione sui fondi europei della Politica Agricola Comune (PAC), liquidati da Feltri come mero assistenzialismo. I contributi PAC servono prima di tutto a calmierare i prezzi al consumo, impedendo che le fluttuazioni dei costi di produzione si scarichino interamente sul carrello della spesa delle famiglie. Inoltre, compensano gli elevati standard ambientali e di sicurezza alimentare imposti dall'UE "tra i più severi al mondo" , tutelando la salute pubblica e proteggendo i nostri produttori dalla concorrenza sleale di paesi extra-UE in cui si impiegano fitofarmaci vietati in Europa da decenni.
A questo si aggiunge il ruolo insostituibile dell'agricoltore come presidio attivo del territorio. Vale la pena ricordarlo a chi parla di agricoltura con leggerezza: circa la metà della superficie dell'intera Italia è coltivata e presidiata dai contadini. Senza il lavoro quotidiano di chi cura questa immensa quota di Paese, le aree interne, collinari e montane scivolano inevitabilmente verso il dissesto idrogeologico, l'abbandono e gli incendi. Sono gli agricoltori a manutenere i canali di scolo, a conservare i terrazzamenti e a pulire i sottoboschi: funzioni operative di interesse pubblico che, se venissero a mancare, comporterebbero per la collettività costi ambientali ed economici enormemente superiori a qualsiasi fondo destinato al settore primario.
Il caso di In Onda dimostra come l'informazione televisiva finisca per smarrire il contatto con la realtà sociale e materiale del Paese. Ma se il dibattito si limiterà a sdegnarsi per le provocazioni di Feltri senza mettere in discussione la confusione di Telese, l'elitismo dell'eco-gastronomia e l'astrazione teorica di esperti come Mercalli, l'agricoltura continuerà a essere raccontata in modo distorto. Le battute da studio televisivo sfumano nello spazio di una serata; restituire dignità al settore primario richiede invece di abbandonare le ideologie di salotto, ripartendo dalla concretezza della scienza agronomica e dalla tutela di chi lavora la terra ogni giorno per sfamare il Paese.

Francesco Marino

Dott.Agronomo e Zootecnico (UniFI). Membro del Consiglio Direttivo - MULSA – Museo di Storia dell’Agricoltura, Sant’Angelo Lodigiano (LO). Diploma di maturità in Tecnico dell' Industria Enologica (Istituto Sperimentale Agrario, F. Todaro - Rende "Cs" ).Presidente dell'Associazione AgronomiperlaTerrA e già Presidente dell' UGC-CISL Firenze/Prato e di Copagri Toscana, organizzazione Sindacale che tutela gli interessi della aziende agricole già aderenti all'UGC Cisl, UIMEC-UIL, UCI, AIC e ACLI Terra. E'  Vicedirettore della Rivista "Spigolature Agronomiche", Responsabile del Blog Agrarian Sciences e del sito biblioteca di Agrarian Sciences. Attualmente è impegnato in progetti di sviluppo agricolo in Tanzania e Palestina.

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