giovedì 23 novembre 2017

GLYPHOSATE = AMIANTO? Certamente NO!

di Alberto Guidorzi e Luigi Mariani

 

Riassunto
I risultati di un recentissimo studio epidemiologico (Andreotti et al., 2017) pubblicato negli Usa dall’autorevole rivista scientifica Journal of the National Cancer Institute evidenziano l’esposizione al glyphosate degli operatori agricoli non causa un incremento significativo del rischio di tumori ma viceversa comporta una lieve riduzione dello stesso, anche se statisticamente non significativa. Nell’articolo viene altresì presentato il confronto con i ben diversi risultati di uno studio epidemiologico su Amianto condotto nel 2001 da Yano et al.


Abstract
The results of a recent epidemiologic study (Andreotti et al., 2017) published in the U.S. by the authoritative Journal of the National Cancer Institute highlight the exposure to the glyphosate of the agricultural operators does not cause a significant increase in the risk of cancers, but vice versa leads to a slight but statistically not significant reduction of the same. This paper also presents a comparison with the very different results of the epidemiological study of Yano et al. (2001) performed on Asbestos.

A sentire chi ha fatto dell’interdizione del glyphosate una “battaglia di civiltà” parrebbe di dedurre che il glyphosate sia “sicuramente” cancerogeno come l’amianto. L’aggettivo “probabile” è stato usato solo inizialmente mentre poi è completamente scomparso dai media. All’opinione pubblica e ai consumatori è arrivato il messaggio che “ il glyphosate è cancerogeno”. Ecco perché si è titolato in questo modo, cercando di attirare l’attenzione del pubblico su un’operazione mediatica oltremodo discutibile sul piano etico.
Per chiarire come la verità sia stata distorta si deve anzitutto sapere che per stabilire la pericolosità di una sostanza vi sono due metodi. Il primo consiste nell’effettuare studi il laboratorio in vitro oppure in vivo su animali da laboratorio e poi di interpretare i risultati, mentre il secondo consiste nell’effettuare indagini epidemiologiche sulla popolazione umana. Spesso poi il secondo metodo viene abbinato al primo.
Qui di seguito proveremo allora a confrontare i risultati di due studi epidemiologici fatti sul glyphosate e sull’amianto.

Amianto
Per l’amianto esiste lo studio in vivo del 1974 sugli effetti dell’inalazione di amianto su ratto (Wagner et al., 1974) e lo studio epidemiologico sulla mortalità da cacncro di lavoratori esposti ad amianto (Yano et al., 2001). Questo ultimo studio ha seguito per 25 anni (1972/1996) un gruppo, in gergo indicato come “coorte”, di 1165 operai di cui 515 lavoravano in una fabbrica che trattava amianto (gruppo A) e 650 in una fabbrica vicina simile in fatto di condizioni di lavoro e pure simile in fatto di condizioni socioeconomiche degli operai, ma che non lavorava amianto (gruppo B). Questo secondo gruppo è stato usato come gruppo di controllo per poter verificare l’eccesso di mortalità da amianto. Su 515 lavoratori del gruppo A, 132 sono deceduti durante il periodo di controllo, ossia il 25% di mortalità mentre nel gruppo B ne sono morti solo 42, ossia il 6%. Deduzione logica: l’esposizione all’amianto ha moltiplicato per 4 la mortalità. Se poi si dettagliano le cause di mortalità l’andamento è ancora più chiaro.



Gruppo A
Lavoratori in fabbrica che tratta amianto
Gruppo B
Lavoratori in altra fabbrica
Lavoratori totali morti (e % sul totale)
 132 (25,6%)
 42 (6,5%)
Tasso di mortalità annuo per 1000 persone
 11,4
 2,8
Tumori totali (% sui decessi totali)
 50 (37,9%)
 11 (26,1%)
Tumori ai polmoni (% sui tumori totali)
 22 (44%)
 3 (27%)
Affezioni respiratorie non maligne 
 38
 9
Casi di mesotelioma
 2
 0
Tabella 1: Casi di tumore nel gruppo di operai esposto all’amianto (gruppo A) e in quello non esposto (gruppo B).

Possiamo infatti notare che nel gruppo A (operai che lavorano in fabbrica che tratta amianto):
  • vi sono stati 50 casi di cancro al polmone contro gli 11 del gruppo B di controllo (rapporto di 6 a 1)
  • 38 operai si sono ammalati di malattie respiratorie non maligne nel gruppo amianto contro i 9 nel gruppo di controllo (rapporto di 4 a 1)
  • Si sono registrati 2 casi di mesotelioma nel grippo amianto contro gli 0 del gruppo di controllo. Questa sospetta dipendenza tra tumore e fibra di amianto è stata prefigurata anche in uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità.
I rapporti delineati sopra danno il “rischio relativo”. Dato poi che gli studi sull’amianto sono ormai molti e indicano gli stessi rapporti di rischio relativo, se ne può dedurre che le conclusioni dello studio sono veritiere e non frutto di un artificio statistico.

Glyphosate

Nessuno studio epidemiologico precedente era stato fatto, ma solo prove in vitro o in vivo. Ora invece è apparso uno studio condotto su una coorte di agricoltori. Tra gli studi in vitro o in vivo su animali e gli studi epidemiologici vi è una grande differenza perché i primi rispecchiano le condizioni reali di esposizione, mentre le prove in laboratorio sono eseguite in condizioni che hanno sempre un certo tasso di artificialità. Lo studio, dal titolo “Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study” è uscito sul Journal of the National Cancer Institute, rivista scientifica la cui autorevolezza è attestata dall’altissimo impact factor (12), vede come prima autrice Gabriella Andreotti e come ultima Laura Beane Freeman e può essere consultato al sito da cui è possibile scaricare la versione PDF del lavoro (qui).
Si noti che Laura Beane Freeman è una specialista di studi epidemiologici avendo condotto ricerche su vari fitofarmaci, su arsenico e su formaldeide.
Per finire chi ha finanziato lo studio sono organismi pubblici e senza conflitti d’interesse dichiarati. In sintesi si tratta di uno studio durato 20 anni su 54.251 agricoltori che hanno lavorato in Carolina del Nord e nello Iowa. Fra questi 9319 non hanno mai usato il glyphosate e quindi sono serviti da gruppo di controllo mentre 44932 sono invece stati esposti al glyphosate. Sono state verificate anche le condizioni socioeconomiche come: classe d’età, sesso, livello di educazione, tabagismo, consumo di alcol ecc. Ci si è anche preoccupati di vedere nel gruppo glyphosate il livello di eterogeneità di esposizione (numero di giorni di esposizione, di anni e intensità di utilizzo) e ciò ha permesso di segmentare il gruppo glyphosate in 4 sottogruppi di dimensione identica (Q1,Q2,Q3,Q4) ma con esposizione crescente (minima in Q1 e massima in Q4). Durante il periodo di raccolta dati si sono verificati 7920 casi di cancro sul totale, ossia 1511 nel gruppo di controllo e 5779 nel gruppo glyphosate ripartiti come indicato in tabella 2.
 

Gruppo
Individui
Casi di tumore
Rischio relativo
Controllo non esposto
9319
1511
1,00 (riferimento)
Q1 esposto
11233
1445
0,99 (da 0,91 a 1,07)*
Q2 esposto
11233
1443
0,99 (da 0,91 a 1,07)*
Q3 esposto
11233
1440
1,04 (da 0,96 a 1,13)*
Q4 esposto
11233
1451
0,99 (da 0,91 a 1,08)*
Tabella 2 - Casi di tumore nel gruppo di controllo e nei 4 gruppi esposti a Glyphosate.
(*) l’intervallo indicato (es: da 0,91 a 1,07) è quello per cui si l’assenza di differenze fra controllo non esposto e gruppi esposti può essere affermata con una confidenza del 95%.
 
Inoltre per ciascun gruppo gli autori dell’indagine hanno calcolato il rischio relativo (colonna di destra) ossia l’aumento della probabilità di avere un cancro rispetto al gruppo di controllo. Come si può constatare il rischio relativo è sempre intorno a 1 che in soldoni significa assenza di aumento di tumori dovuti al glyphosate qualsiasi sia il livello di esposizione.
Tuttavia dato che per l’amianto si è visto esservi collegato un tipo di tumore particolare (mesotelioma) si è voluto indagare se per caso il glyphosate conducesse a tipi di tumore specifici come i linfomi non Hodgkins (che colpiscono il sistema linfatico e che sono i più sospetti). Gli autori hanno dunque calcolato il rischio relativo associato a ben 22 tipi di tumore. Ecco i risultati: 


Gruppo
Individui
Casi di linfoma
Non-Hodgkin
Rischio relativo
Controllo non esposto
9319
135
1,00 (riferimento)
Q1 esposto
11233
113
0,83 (fra 0,59 e 1,18)*
Q2 esposto
11233
104
0,83 (fra 0,61 e 1,12)*
Q3 esposto
11233
112
0.88 (fra 0,65 e 1,19)*
Q4 esposto
11233
111
0,87 (fra 0,64 e 1,20)*
Tabella 3 – Rischio relativo per il linfoma Non-Hodgkin (per livelli di confidenza del 95%).
(*) l’intervallo indicato è quello per cui si l’assenza di differenze fra controllo non esposto e gruppi esposti può essere affermata con una confidenza del 95%. 


Come si può evincere dalla colonna di destra della tabella sopra riportata non vi è aumento d’incidenza dei linfomi non-Hodgkins negli agricoltori esposti al glyphosate in nessuno dei gruppi considerati. Viceversa il rischio è sempre inferiore a 1, il che può essere letto come se il glyphosate proteggesse seppure leggermente dal cancro (probabilmente si tratta di un artefatto statistico anche se ricordo che all’inizio degli anni 70 il glyphosate fu anche provato come anticancerogeno).
Si vuole anche specificare che il livello di confidenza del 95% sta ad indicare che la significatività è sufficientemente robusta perché i risultati siano pubblicati su una rivista scientifica (errore del test statistico inferiore al 5%). E qui occorre anche considerare che i lifomi non-Hodgkins sono solo uno del 22 tumori considerati e che anche per tutti gli altri tumori con confidenza del 95% si è evidenziata l’assenza di differenze significative fra il controllo e i 4 gruppi. A dire il vero vi è un valore che pur rientrando nell’intervallo di confidenza prestabilito è più prossimo al limite ed è quello per la leucemia mieloide acuta, per la quale gli autori dicono che il dato sarà da valutare ulteriormente in studi futuri.
Le sconfortanti conclusioni:

  1. questo studio era finito un anno prima che il CIRC si riunisse per deliberare sulla cancerogenicità del glyphosate ed era noto alla commissione giudicatrice del CIRC. Tuttavia non è stato preso in considerazione perché non ancora pubblicato, benché esso fosse già accettato dalla rivista che doveva pubblicarlo e non fosse ancora stato pubblicato solo per mancanza di spazio. Ora visto il conflitto d’interesse da parte dei alcuni componenti la commissione che poi è stato svelato, l’accantonamento risulta più che mai sospetto
  2. ora che lo studio è pubblicato e che in ambito UE si deve ancora decidere la sorte del glyphosate, la remora precedentemente detta è caduta e quindi si dovrebbe valutare questo studio. Il timore è che non lo si farà perché a prevalere sarà il “principio di precauzione 
  3. peraltro occorre rilevare che se il principio di precauzione che sarà con ogni probabilità adottato per il glyphosate diverrà prassi comune nulla potrà più essere approvato in futuro, ivi compreso il sale, l’aceto, l’aspirina, il caffè, il basilico e molto altro. In altri termini diverrà regola base un “principio di proibizione”, che condurrà al totale stravolgimento delle nostre abitudini
  4. si consideri infine che alla luce dei risultati dello studio in questione, la UE giungerà con ogni probabilità a proibire il glyphosate a fronte di un rischio di cancro inesistente per la categoria più esposta (Q4), trasferendo così un rischio inesistente ai consumatori che per giunta sono assi meno esposti al glyphosate rispetto agli operatori del settore agricolo.
Forse questa follia potrebbe avere termine se: 
  • si tornasse ad usare il termine fitofarmaco in luogo del volgare “pesticida”, vedendo così l’agricoltore come un normale utente di farmaci da usare secondo dosi e posologie adeguate a combattere le malattie dei vegetali 
  • si tornasse ad adottare la vecchia frase di Paracelso secondo cui nei farmaci è la dose che fa il veleno.

Bibliografia
Gabriella Andreotti, Stella Koutros, Jonathan N. Hofmann, Dale P. Sandler, Jay H. Lubin, Charles F. Lynch, Catherine C. Lerro, Anneclaire J. De Roos, Christine G. Parks, Michael C. Alavanja, Debra T. Silverman, Laura E. Beane Freeman, 2018. Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study, JNCI J Natl Cancer Inst (2018) 110(5): djx233Wagner, J. C., Berry, G.,
Skidmore, J. W., & Timbrell, V. (1974). The effects of the inhalation of asbestos in rats. British journal of cancer, 29(3), 252-269.


 

 
Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.


Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del
Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.


 

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2 commenti:

  1. Ringrazio il Dott. Alberto Guidorzi ed il Prof. Luigi Mariani per questo utile approfondimento che ci aiuta a meglio comprendere come l'emotività e la speculazione retorica possano portare a risultati del tutto fuorvianti.
    Per fortuna, grazie alla posizione espressa da una larga maggioranza dei Paesi Ue (mentre l'Italia ha votato contro!), l'uso del fitofarmaco Glyphosate non è stato dichiarato vietato in Europa.

    Mi pare di ricordare che in un precedente articolo che trattava sempre dell'argomento Glyphosate, fossero state indicate anche quali altre tecniche e/o prodotti gli agricoltori erano e sono costretti ad utilizzare per difendersi dalle malattie dei vegetali e quali conseguenze deriverebbero dal non utilizzo del Glyphosate per semplice pregiudizio. Riterrei quindi utile ricordarlo, a beneficio dei non esperti del settore e che comunque inevitabilmente influenzano le valutazioni sull'argomento.

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    Risposte
    1. Altri diserbanti molto più impattanti l'ambiente, in magiore quantità e con più passaggi, oppure Lavorazioni meccaniche, con tutte le conseguneze negative derivanti o il pirodiserbo.

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