giovedì 6 settembre 2018

LA SCOMPARSA DI LUIGI CAVALLI SFORZA


di ANTONIO SALTINI

 

Luigi Luca Cavalli Sforza nella sua casa a Belluno, a sinistra Antonio Saltini.


Si è spento, nella propria villa tra i pascoli bellunesi, ricolma di cimeli dell'arte dei popoli primitivi, una delle sue grandi passioni, Luigi Luca Cavalli Sforza, lo scienziato italiano che concluse, costruendo una geniale teoria genetica, la luminosa stagione delle indagini dell'archeologia anglosassone alla ricerca dei tempi e delle circostanze, climatologiche, botaniche e zoologiche, che sospinsero la nascita dell'agricoltura nel primo dei poli in cui gruppi di cacciatori-raccoglitori mesolitici, quindi sfruttatori di risorse alimentari spontanee, si convertirono in agricoltori e allevatori, quindi in produttori di cibo.

Il fenomeno, dopo quasi centomila anni in cui l'Homo sapiens, un vivente assolutamente identico all'uomo attuale, era stato cacciatore di mammouth, di cervi,  cinghiali, uccelli, pesci e molluschi, raccoglitore di radici, bacche e frutti selvatici, ricevette l'impulso motore dal radicale mutamento del clima che seguì il termine delle glaciazioni tra le quali quell'uomo era sopravvissuto modificando i propri canoni di vita ad ognuna delle variazioni termiche che innalzavano o abbassavano il livello dei mari di centinaia di metri modificando tutti gli equilibri tra gli esseri viventi, quindi tra mammiferi, uccelli e pesci tra cui i nostri antenati erano obbligati, per sopravvivere, a scegliere la preda quotidiana.
Repentinamente, nella scala dei tempi geologici, i ghiacci si sciolgono, gli immensi altopiani anatolici, fino allora ricoperti di nevi, si rivestono di spighe selvatiche, contese, in cruda competizione, tra i gruppi umani che hanno immediatamente appreso a mietere, trebbiare, impastare e cuocere pani primordiali, e stuoli di concorrenti, pecore, capre e gazzelle, avidamente braccate dall'uomo in competizione a leoni, orsi e lupi, di cui l'uomo dirada, progressivamente l'entità, mutando, con una scelta capitale, anche i propri costumi di cacciatore per convertirsi in pastore.
Dopo centomila anni vissuti tra le nevi sfidando i mammouth, o su litorali desolati cacciando uccelli marini e raccogliendo molluschi, in cinquemila anni l'uomo crea un'economia fondata non più sul cibo offerto spontaneamente dalla natura, ma prodotto secondo una tecnologia che progressivamente perfeziona, nei successivi cinquemila anni convertendo le prime, rudimentali forme di produzione agricola nelle tecnologie della produzione di cereali irrigati che consentono, con rapidità, rispetto ai tempi anteriori, assolutamente prodigiosa, la creazione di immense distese irrigue che nel Delta del Tigri e dell'Eufrate, in Egitto, quindi sulle coste mediterranee alimentano le prime società civili.
Dopo centomila anni di insicuro sfruttamento di risorse aleatorie, la creazione, in soli cinquemila anni, dell'economia dell'agricoltura e dell'allevamento, nei cinquemila successivi la costruzione di società che contano milioni di uomini, è, senza dubbio, la più straordinaria delle vicende della storia umana, un evento le cui origini ed il cui sviluppo è stato oggetto di una successione di campagne di scavo condotte, tra l'Anatolia ed il Delta dei Due Fiumi, i cui risultati costituiranno vanto imperituro della scuola archeologica anglosassone, la scuola di Gordon Childe, Robert Braidwood, Hans Helbaeck (un associato danese), Charles Reed, Richard Harris, Kent Flannery, Jack Harlan, Gordon Hillman e Stytze Bottema (un adepto olandese)
Iniziata dopo la guerra, la prodigiosa successione di scavi avrebbe imposto l'incontro dei protagonisti, per confrontare i risultati ottenuti negli insediamenti disseminati in un'area, la "Mezzaluna fertile", costituente autentico subcontinente. L'incontro si sarebbe svolto, nel 1968, presso l'University College di Londra. Al fine di confrontare le prime conoscenze con i risultati di nuovi scavi, altri convegni si sarebbero svolti, con cadenza pressoché decennale, negli anni successivi, fino al nuovo incontro convocato, all'University College, nel 1993, nel cui corso Luigi Luca Cavalli Sforza avrebbe proposto la teoria che identifica in termini genetici modalità e conseguenze della nascita dell'agricoltura nel Vicino Oriente nella storia del genere umano.
Milanese, laureato a Pavia, una lunga stagione vissuta a Cambridge, il cuore della plurisecolare tradizione dell'epistemologia anglosassone, Cavalli Sforza ha realizzato la propria impresa capitale a Stanford, l'università californiana in grado, approvato il disegno dello scienziato italiano, di reperire gli astronomici fondi necessari. Sequenziare un genoma è, oggi, obiettivo che si realizza, quotidianamente, in centinaia di laboratori: negli anni '60, quando lo scienziato italiano concepì il proprio progetto, solo la ricerca, nei cromosomi di decine di popolazioni, di una serie di geni capitali, costituiva impresa equivalente ad una spedizione sulla luna, ma i geni scelti dal genetista italiano avevano valenza tale da caratterizzare inequivocabilmente la fisionomia genetica di intere popolazioni consentendone la più accurata comparazione.
Alla scoperta della nuova economia agropastorale gli scopritori avevano verificato indizi eloquenti di crescita della popolazione. All'ipotesi si erano opposti antropologi che, vedendo minacciate, dalla scoperta, le proprie elucubrazioni, la combatterono con nuove stravaganti supposizioni. La realtà si impose, impietosamente, sulle chimere, quando lo sviluppo delle ricerche impose il riconoscimento, dall'area di origine dell'agropastorizia, di tre correnti migratorie, una diretta ai passi che aprono la porta all'India, una che avrebbe seguito le coste mediterranee fino alla Spagna ed alle Isole britanniche, una che avrebbe seguito il Danubio penetrando nel cuore del continente europeo. I cultori di chimere avrebbero animato un nuovo, infuocato scontro sul dilemma se la migrazione fosse consistita nello spostamento di gruppi umani o delle semplici sementi e degli animali domesticati, una disputa aristotelica siccome, fondamentalmente, i due fenomeni non si escludono: quello che impone la scienza è la dimostrazione, sulla base di acquisizioni archeologiche inequivocabili, nel tragitto tra Anatolia e Isole Britanniche, del verificarsi, in ogni regione europea, dell'una o dell'altra circostanza.
Il problema sarebbe stato risolto, alla base, dalle indagini cromosomiche di Cavalli Sforza, che analizzando una serie di geni essenziali, i medesimi, in decine di popolazioni disposte lungo gli itinerari dell'agricoltura neolitica, percorsi, è stato dimostrato, superando, ogni anno, un chilometro lungo il Danubio, uno spazio un poco maggiore sul Mediterraneo, avrebbe prodotto quella che lo scienziato italiano ha definito genetic drift, "deriva genetica", la diluizione del patrimonio genetico dei protoagricoltori anatolici, che si sarebbe composto, nelle popolazioni originate dalla mescolanza con genti diverse, con geni estranei al pool primitivo. L'accurato studio statistico dei nuovi genomi avrebbe consentito al docente di Stanford di postulare, nella storia genetica europea, il sovrapporsi di quattro eventi migratori, di cui propongono la conferma la mitologia e un' ampio contesto di elementi archeologici.
La "rivoluzione neolitica", quindi la creazione dell'agricoltura, avrebbe prodotto, in conseguenza della moltiplicazione delle popolazioni umane consentita dalla nuova sicurezza del cibo, una immensa rivoluzione genetica, che avrebbe coinvolto tutte le popolazioni europee producendo combinazioni genetiche prima insussistenti, insieme alla migrazione del patrimonio genetico di decine di specie e razze animali, dalla pecora ai volatili domestici, e di centinaia di ceppi diversi di cereali, leguminose, piante tessili. Alla disseminazione cromosomica sarebbe seguita, con esatta precisione, quella glottologica, a ciascuna delle direttrici delle migrazioni compiutesi tra l'Età neolitica e quella del bronzo coinciderebbero perfettamente, hanno riconosciuto glottologi insigni, i percorsi delle protolingue europee, le cui estreme derivazioni sarebbero perfettamente identificabili a migliaia di chilometri dalle terre d'origine delle migrazioni medesime.
Se la teoria proposta, all' University College, dallo scienziato italiano, può reputarsi l'ultimo elemento essenziale della straordinaria scoperta della nascita dell'agricoltura, come tutte le grandi scoperte la proposta del genetic drift ha suscitato la chiassosa reazione dell'intera retroguardia antropologica, impegnata a immaginare teorie alternative, spesso fondate su qualche elemento obiettivo, verosimilmente valido in territori specifici, del tutto incapaci di opporsi a una dottrina che inquadra un fenomeno capitale della storia umana nelle sue dimensioni continentali. Non sussiste, peraltro, alcun dubbio che le nuove tecnologie di trascrizione di interi genomi consentiranno di convertire la geografia migratoria del fondatore della teoria, inevitabilmente schematica, in minuziosa topografia genetica dell'intero Continente precisando i caratteri, magari opposti, degli sviluppi in località diverse, che i neofiti dell'archeologia delle chimere integreranno precisando dove sulle migrazioni umane interferito gli atterraggi di marziani e cosmonauti provenienti da pianeti diversi della sconfinata geografia cosmica.
A queste note commemorative di un gigante della conoscenza chi scrive non può non aggiungere l'espressione della commozione personale per la scomparsa del grande scienziato che, autentico italiano, conclusa la straordinaria avventura californiana volle tornare alla sua Milano, dove l'Ateneo gli attribuì la più prestigiosa cattedra onorifica, il quale ricevette chi scrive, nel 2012, con l'amabilità del collega maggiore, nella casa tra i pascoli in cui ha trascorso gli ultimi giorni, per discutere la Prefazione che ha voluto vergare, insieme al prorettore Dario Casati, per la versione inglese dei sette volumi della Storia delle scienze agrarie dell'autore di queste note, che potrà essere conosciuta dalla cultura scientifica internazionale con il suggello di chi ha illustrato all' umanità uno dei capitoli chiave della sua storia. 




Antonio Saltini 

Già Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.






2 commenti:

  1. Alberto Guidorzi6 settembre 2018 12:48

    Antonio pensa se questi nostri progenitori avessero ragionato come gli ambientalisti radicali di oggi ed a cui opinione pubblica e media danno tanto credito. Cosa sarebbe capitato se avessero avuto la stessa nostra paura che abbiamo che un granello di polline OGM sfugga su una pianta non OGM, per un loro spermatozoo che fosse uscito dalla cerchia della loro unità famigliare incontrando popolazioni diverse?

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    1. Antonio Saltini8 settembre 2018 15:21

      Caro Alberto,
      mi spiace ma mi pare doveroso difendere integrità e coerenza dell’attuale italianotto ventenne che si professa ambientalista, bio e animalista, e che si accoppia furiosamente con gialle (cinesi), cioccolato (indiane), nere (congolesi, nigeriane & c.) candide (svedesi) e brune (napoletane). Lo fa per assolvere al sacro dovere di accrescere la biodiversità accrescendo il genetical drift.

      Il modello supremo del giovane italiota è, nella sostanza, quello del bagnino Rimini, centro della terra ove ogni duemila anni si impone un dittatore (da Cesare a Mussolini) e tra dittatore e dittatore, nell’intervallo bimillenario, non si riproducono che armate di bagnini, modello ed esempio per tutti gli italici latin lovers.

      Felicemente il sacro compito di accrescere la biodiversità è completamente disgiunto da qualunque onere morale, e, per acquistare il flacone di latte per il nuovo prodotto delle biodiversità trovi, ai quadrivi, afghanistane, lettoni, ukraine, nere e gialle, a chiedere l’elemosina dichiarando, tra le lacrime, di essere state abbandonate dall’italico campione. Antonio

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