di ANNA SANDRUCCI
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Assistere a una scena di transumanza produce un’esperienza di forte intensità: un “fiume” compatto di pecore che scorre lungo una strada o un “mare” di schiene lanose che anima i campi invernali, introducendo movimento in spazi altrimenti statici. Questa dimensione non è marginale rispetto alla pratica pastorale, ma costituisce una delle modalità con cui la zootecnia estensiva contribuisce alla costruzione del paesaggio rurale. Accanto agli effetti produttivi ed ecologici, la mobilità pastorale genera benefici immateriali che contribuiscono alla dimensione identitaria dei territori. Al di là della dimensione visibile del movimento stagionale, la transumanza si fonda su una struttura territoriale stabile, costruita e regolata nel tempo: percorsi, diritti d’uso, punti d’acqua, soste, alpeggi e spazi di pianura. I tratturi appenninici, larghi anche più di cento metri, non erano semplici sentieri ma vere infrastrutture territoriali che hanno inciso sulla distribuzione degli insediamenti e sull’assetto agrario. Anche in ambito alpino-padano i cammini stagionali delle greggi hanno modellato prati, aree golenali e pascoli d’alta quota, contribuendo alla creazione di un paesaggio a mosaico nel quale montagna e pianura risultavano funzionalmente integrate.
Il termine "transumanza" indica lo spostamento stagionale del bestiame tra aree di pascolo complementari, generalmente tra pianura e montagna. Questa pratica si fonda sull’adattamento ai cicli stagionali della vegetazione e consente di utilizzare i pascoli nella fase fenologica più favorevole. A differenza del pastoralismo nomadico, tipico di contesti aridi o steppici e privo generalmente di sedi stabili, la transumanza prevede movimenti stagionali regolari tra sedi relativamente fisse (Dong, 2016). Nel contesto italiano tale mobilità si è storicamente integrata nei sistemi agricoli locali. In Italia coesistono due principali modelli di transumanza, quello appenninico a lungo raggio e quello alpino (Pilla et al., 2023), cui si aggiunge l’alpeggio, forma di trasferimento locale. La classificazione territoriale si affianca alla distinzione direzionale tra transumanza verticale e orizzontale.
La transumanza appenninica prevedeva (e in parte prevede ancora in forma ridotta) percorrenze anche superiori ai cento chilometri tra aree montane interne e zone pianeggianti o costiere. Il caso più noto è quello dell’Appennino centrale, con i flussi stagionali di greggi dall’Abruzzo al Tavoliere delle Puglie, sostenuti da una rete di tratturi e regolati da specifici sistemi amministrativi come nel caso della “Dogana della mena delle pecore” di Foggia istituita nel 1447 (Piccioni, 1989). La transumanza alpina, propria delle regioni settentrionali, si caratterizza invece per spostamenti più brevi e prevalentemente verticali, con monticazione estiva verso pascoli d’alta quota e svernamento (o invernata) in pianura o nei fondovalle. In Lombardia questo modello ha trovato una stretta integrazione con l’agricoltura irrigua di pianura, attraverso l’uso stagionale di stoppie, residui colturali, terreni a riposo e aree marginali. L’alpeggio, oggi associato soprattutto alla bovinicoltura, rappresenta una forma semplificata, con spostamenti di breve raggio tra il fondovalle e i pascoli in quota. Le radici della transumanza risalgono alle prime fasi della domesticazione di ovini e caprini nel Vicino Oriente: studi archeozoologici e isotopici su resti caprini del Neolitico preceramico documentano forme di mobilità stagionale già nell’VIII millennio a.C. (Makarewicz & Tuross, 2012). Anche nel Nord Italia analisi isotopiche su resti ovini di Arene Candide in Liguria suggeriscono spostamenti periodici verso pascoli d’altura già nella fase cardiale del Neolitico antico (ca. 5400–5300 a.C.) (Varkuleviciute et al., 2021).
Le fonti latine attestano analoghe pratiche di mobilità ciclica degli armenti. Varrone nel De re rustica (II) distingue tra pascoli estivi e invernali e descrive greggi condotte su lunga distanza. Nel Medioevo la transumanza si inserì nell’organizzazione fondiaria delle curtes signorili e monastiche. In Lombardia monasteri ed enti ecclesiastici detenevano diritti su pascoli alpini, boschi e superfici di pianura, regolando accessi e tempi di utilizzo. Tra basso Medioevo ed età moderna la domanda laniera alimentata dalle manifatture tessili divenne un fattore trainante (Sereni, 1961), incentivando l’incremento delle consistenze ovine e rafforzando la necessità di continuità foraggera tra pascoli montani e pianura.
In Lombardia la mobilità stagionale del bestiame interessò le principali aree alpine — Valtellina, Val Camonica, Orobie e Alpi Lepontine — con svernamento in pascoli di fondovalle e in pianura, dove terreni marginali, superfici golenali e, nel periodo post-raccolta, stoppie e residui colturali, garantivano risorse foraggere nei mesi invernali. Rispetto al bovino, la pecora è in grado di valorizzare cotici eterogenei e pascoli marginali, anche fortemente declivi, grazie alla minore taglia e alla selettività alimentare. Inoltre il calpestio degli ovini è meno invasivo e consente lo stazionamento sulle superfici agricole nel periodo invernale senza compromettere la struttura del suolo. L’invernata in pianura consentiva un arricchimento di sostanza organica e nutrienti dei suoli, contribuendo alla loro fertilità. In ambito alpino, il pascolamento estivo contribuiva al mantenimento di paesaggi aperti e contrastava i processi di ricolonizzazione arbustiva e forestale (Tasser & Tappeiner, 2002).
In termini più generali, la letteratura sui rangelands evidenzia come il pascolo possa favorire la biodiversità e ridurre il rischio di incendi ad alta intensità (Briske et al., 2026). La valorizzazione di biomasse spontanee attraverso il pascolamento consente inoltre di trasformare risorse non coltivate in produzione alimentare, con un minore impiego di input energetici esterni e potenziali effetti sulla riduzione delle emissioni del sistema (Nardone, 2023). Nel complesso, questi benefici sono riconducibili alla categoria dei servizi ecosistemici. Accanto agli effetti produttivi e regolativi, la mobilità pastorale generava anche servizi culturali, mantenendo attivi percorsi e pratiche che contribuivano all’identità dei luoghi. Tra le espressioni di questa dimensione immateriale si colloca il Gaì, gergo pastorale attestato nelle valli alpine lombarde, innestato sui dialetti locali e caratterizzato da un lessico specifico.
Tale parlata svolgeva una funzione identitaria e operativa nella gestione delle greggi e dei percorsi stagionali. Nel contesto alpino-padano il movimento stagionale non riguardava soltanto gli ovini: tra tardo Medioevo ed età moderna i cosiddetti bergamini, allevatori bovini delle valli bergamasche, svilupparono un sistema di transumanza verticale, con monticazione estiva e svernamento nelle cascine della pianura irrigua. Si trattava tuttavia di un modello distinto da quello ovino per organizzazione produttiva e finalità economica, essendo orientato principalmente alla produzione lattiero-casearia e strettamente connesso al sistema delle marcite e delle cascine stanziali. Pur riferito a specie animali e produzioni differenti, il modello dei bergamini condivideva la medesima logica di complementarità stagionale tra montagna e pianura, contribuendo anch’esso alla strutturazione del sistema agricolo lombardo. La transumanza ovina favorì inoltre la selezione di razze rustiche e adattabili, tra cui la Bergamasca, storicamente allevata per carne e lana, in grado di sostenere lunghi spostamenti e di utilizzare pascoli di qualità variabile. Analisi genomiche recenti hanno evidenziato come alcune razze storicamente coinvolte nella transumanza presentino livelli di variabilità genetica e pattern di consanguineità coerenti con una lunga storia di mobilità e interconnessione territoriale (Negrini & Battaglini, 2023).
Declino e trasformazioni contemporanee
Il declino della transumanza prese avvio alla fine del XIX secolo, in concomitanza con l’industrializzazione, la privatizzazione dei suoli e la frammentazione fondiaria. A tali fattori si affiancarono dinamiche economiche e sociali: la progressiva perdita di valore commerciale della lana – in particolare quella grossolana di razze da carne come la Bergamasca – e l’aumento dei costi di manodopera trasformarono la tosatura da fonte di reddito in onere per le aziende ovine. Se in passato si effettuavano anche due tosature annuali, oggi prevale una sola tosatura primaverile, legata soprattutto a esigenze sanitarie e di benessere animale. Parallelamente, la crescente difficoltà di reperire manodopera disposta a praticare una vita itinerante, caratterizzata da elevata intensità di lavoro e condizioni ambientali talvolta gravose, ha limitato il ricambio generazionale. Permangono inoltre rappresentazioni stereotipate della figura del pastore itinerante legate al nomadismo e alla marginalità sociale (Genovese & Battaglini, 2021).
Ulteriori elementi critici derivano dalle trasformazioni dell’agricoltura di pianura: l’intensificazione colturale, l’uso di fitosanitari e la frammentazione infrastrutturale (strade a scorrimento veloce, ferrovie, aree industriali) hanno ridotto le superfici pascolabili e reso più onerosa la mobilità, trasformando un paesaggio storicamente "attraversabile" e connesso in una sequenza di barriere. Nonostante la contrazione novecentesca, la pratica non è scomparsa. In Italia risultano ancora attive circa 2.900 aziende ovicaprine transumanti per oltre 280.000 capi (Ministero della Salute – BDN, 2022). Si tratta di una quota minoritaria del patrimonio zootecnico nazionale, ma sufficiente a mantenere attivi percorsi, pascoli e infrastrutture legati alla mobilità pastorale. La distribuzione risulta concentrata soprattutto nel Nord-Ovest alpino (Piemonte e Valle d’Aosta), mentre in Lombardia il fenomeno appare numericamente più contenuto: sono stati stimati circa 60 conducenti di greggi, ciascuno con greggi di 1.000–1.500 capi (Intangible Search, 2011). Monitoraggi recenti documentano percorrenze annue fino a oltre 600 km, con escursioni altitudinali superiori ai 2.300 m (Da Re et al., 2026). Il ritorno stabile del lupo sull’arco alpino costituisce un ulteriore fattore di complessità gestionale. A livello nazionale, tra 2015 e 2019 sono stati registrati quasi 18.000 eventi di predazione sul patrimonio zootecnico, in prevalenza a danno di ovicaprini (Gervasi et al., 2022), con maggiore incidenza nei mesi estivi, in coincidenza con la monticazione. La concentrazione notturna delle greggi in recinti, adottata per la protezione dai predatori, può alterare la distribuzione delle deiezioni e incidere sulla dinamica vegetazionale dei pascoli (Negrini & Battaglini, 2023). Nel corso del XX secolo la transumanza ha perso centralità economica, pur mantenendo un ruolo territoriale e culturale (Pilla et al., 2023). La mobilità pastorale è tuttavia spesso percepita come uso “intrusivo” del suolo, in conflitto con la governance locale e con altri usi del territorio (Genovese & Battaglini, 2021).
Nel quadro delle politiche europee, il pascolo estensivo e la transumanza sono stati progressivamente riconosciuti come pratiche funzionali alla conservazione della biodiversità e alla gestione dei territori marginali, anche attraverso gli strumenti della Politica Agricola Comune (Kerven & Behnke, 2011). Il riconoscimento UNESCO (2019) ha ulteriormente formalizzato il valore storico e territoriale della pratica, ma non ha certo contribuito a risolvere le criticità strutturali: invecchiamento degli allevatori, accesso alla terra, incremento dei costi e pressione infrastrutturale. In Lombardia, tuttavia, politiche di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale erano state attivate già dal 2008, anticipando il riconoscimento internazionale e collocando la transumanza entro un quadro istituzionale regionale consolidato. Oggi la transumanza si configura come un sistema economicamente fragile ma strategico: pur con margini ridotti, continua a contribuire alla gestione dei pascoli montani, al mantenimento del mosaico paesaggistico alpino e al valore estetico dei paesaggi di pianura.


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