di FRANCESCO MARINO
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| "Raccolta del girasole a Sumbawanga, Tanzania, maggio 2026" |
La scomparsa di Carlo Petrini a 76 anni ha scatenato la consueta lode acritica dei media, pronti a celebrare il fondatore di Slow Food come il grande rivoluzionario del cibo e il paladino assoluto del buono, pulito e giusto. Ma mentre il mondo della cultura urbana piange il suo leader, chi analizza la terra attraverso i fatti delle scienze agrarie, dell’economia dei mercati e della biologia vegetale avverte il dovere di tracciare un bilancio diverso. Un bilancio freddo, serio e rigoroso, privo di sentimentalismo ma rispettoso della statura pubblica dell'uomo. Chi segue questo spazio sa bene che, in lunghi anni di attività, mi sono imposto di non parlare mai di politica su Agrarian Sciences. Ho sempre voluto limitare la discussione ai dati oggettivi della tecnica e dell'innovazione agronomica. Oggi, però, compio una piccola ma necessaria eccezione, e voglio farlo parlando in prima persona, a viso aperto: io sono un uomo di sinistra. Sono cresciuto con i valori della giustizia sociale, del progresso e dell'emancipazione dei lavoratori. Ed è proprio in virtù della mia identità politica che non posso tacere di fronte alla santificazione di Carlo Petrini. La sua eredità non è una rivoluzione che libera; è, al contrario, il blocco di una narrazione che per oltre trent’anni ha frenato lo sviluppo tecnologico dell’agricoltura italiana e internazionale. Per anni i media lo hanno dipinto come un Che Guevara della gastronomia, ma le tesi dell'universo che ruota attorno a Slow Food sono quelle di un teorico del pauperismo che, con la sua crociata contro l'innovazione, rischia di penalizzare la sicurezza alimentare dei popoli più vulnerabili del pianeta.
Nel corso delle commemorazioni ufficiali, il rettore di Pollenzo, Nicola Perullo, ha esaltato la visione di Petrini ricordando come abbia trasformato una rovina in un ateneo mondiale, invitando a seguire il suo motto che sprona ad andare avanti tutta, con la barra diritta e oltre l'ostacolo. Eppure, per comprendere a fondo questo percorso, occorre guardare alla realtà storica della sua formazione.
Carlo Petrini nasce a Bra e si avvia verso studi tecnici: è, fondamentalmente, un perito meccanico mancato, un uomo che ha preferito la sociologia e la dialettica politica alle leggi fisiche, alle tolleranze dei materiali e alle misure dell'officina. Non essendosi mai dovuto misurare con il rigore quantitativo delle scienze applicate, Petrini ha interpretato il mondo della terra con la logica esclusiva dei simboli e del linguaggio. Non avendo mai guidato un trattore, né calcolato i nutrienti chimici di un suolo, ha guardato all'agricoltura come a un quadro bucolico su cui proiettare i propri ideali sociali. Il centro di questa operazione è stata l'invenzione di una disciplina immateriale, quella delle scienze gastronomiche, che non si occupa di come si produce il cibo in grandi quantità per sfamare la popolazione, ma di come lo si consuma, lo si racconta e lo si trasforma in cultura. La gastronomia si è così sostituita alla scienza agronomica, anteponendo il racconto del piatto alla biologia del suolo. Questa operazione ha messo in secondo piano l'agronomo, figura tecnica fondamentale per lo sviluppo rurale, a favore del gastronomo, un esperto di marketing e turismo, privando il settore dei campi del suo legame inscindibile con la realtà produttiva.
Questo distacco dal rigore scientifico ha aperto le porte a teorie e stranezze ancora più evidenti che hanno minato la credibilità delle istituzioni agrarie nel corso di questi lunghi anni. Sotto l'ombrello protettivo dell’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, il movimento ha strizzato l'occhio alla biodinamica, l'esoterismo agrario teorizzato nel secolo scorso da Rudolf Steiner. Si tratta di una pratica mistica che prevede l'uso di corni di vacca riempiti di letame da seppellire in inverno, o l'uso del quarzo polverizzato basandosi sulle costellazioni astrologiche e sulle forze cosmiche. Vedere un istituto di istruzione superiore ospitare tesi e convegni che legittimano simili credenze prive di validità scientifica, e mai verificate da prove di laboratorio oggettive, è un fatto serio. Da uomo di sinistra e di scienza, trovo singolare che si spacci per ecologia avanzata quella che è solo superstizione precedente all'illuminismo. L'approvazione data alla biodinamica ha contribuito a sdoganare queste pratiche anche nella politica istituzionale italiana, sfiorando l'approvazione di leggi dello Stato che equiparavano il biologico all'astrologia steineriana. Questo non è vero progresso, ma un modello commerciale che sfrutta la mancanza di conoscenze scientifiche del consumatore di città per vendere a prezzi astronomici prodotti che non hanno alcuna superiorità nei fatti, ma solo un forte carico di magia, esoterismo e racconto.
Questa linea di pensiero si è unita in Italia a una lunga tradizione di opposizione allo sviluppo tecnico e industriale, trovando terreno fertile in una radice culturale profonda che va dalla critica poetica di Pier Paolo Pasolini contro la modernità e l'omologazione dei consumi della società industriale, fino alle tesi sulla decrescita felice diffuse da Maurizio Pallante. A questo specifico filone appartiene storicamente anche Franco Gesualdi, attivista, saggista e allievo di Don Lorenzo Milani a Barbiana. Ma se la critica originaria di Don Milani nasceva dalla giusta e sacrosanta volontà di dare la parola ai poveri e agli esclusi attraverso l'istruzione popolare, i moderni teorici della decrescita hanno trasformato quella spinta in un rifiuto ideologico della tecnologia produttiva e della modernità stessa. La decrescita applicata all'agricoltura sostiene che l'umanità debba produrre meno, rinunciare alle macchine, ai trattori e alla chimica avanzata per tornare esclusivamente al lavoro manuale e locale. Da uomo di sinistra, considero questa impostazione un errore logico e politico totale. La sinistra ha sempre lottato per eliminare la scarsità, liberare l'uomo dal bisogno e ridistribuire il benessere creato dalla scienza. Sostenere che consumare e produrre meno sia felice è un ragionamento possibile solo per chi vive in una condizione di benessere occidentale consolidato. Chi ha la pancia piena può teorizzare il rallentamento dello sviluppo, ma per i miliardi di persone che nel mondo affrontano la carenza di cibo, la riduzione delle rese non è una scelta filosofica, ma una condanna alla povertà e alla fame.
La dimostrazione pratica di questa impostazione si ritrova nei progetti internazionali di Slow Food sostenuti da questa filosofia, come l’orto comunitario di Farakoro in Costa d’Avorio. In quella regione arida delle Savane, cinquanta donne coltivano faticosamente un solo ettaro di terra diviso in piccolissimi spazi di dieci metri quadrati ciascuno. Per seguire i dettami dell'ecologismo occidentale, la comunità rinuncia ai concimi moderni per usare solo il letame organico, impiegando sementi locali non selezionate con l'unico obiettivo di garantire l'autoconsumo della famiglia. Se l'Occidente loda questo modello come esempio di armonia rurale e di sovranità alimentare locale, l'analisi agronomica seria mostra una realtà diversa, ovvero la stasi della povertà. Cinquanta persone su un singolo ettaro rappresentano un'organizzazione inefficiente, che richiede un enorme sforzo fisico a fronte di raccolti minimi. Privare la terra arida dei nutrienti bilanciati offerti dalla chimica moderna, sostituendoli con ammendanti organici scarsi, riduce la produttività e lega la vita di quelle persone all'andamento delle piogge. Questo non significa liberare le comunità, ma bloccarle in un'economia di sussistenza che non permette alcuno sviluppo economico stabile, negando loro il progresso scientifico.
L'agricoltura moderna non è un giardino spontaneo, ma un intervento artificiale dell'uomo per produrre cibo per una popolazione globale in continuo aumento. La tecnologia, la meccanizzazione e lo studio della genetica agraria sono gli strumenti che hanno tolto i lavoratori dalla miseria della terra del passato. Sminuire la ricerca scientifica, creando una divisione netta tra un'agricoltura contadina considerata buona e un'agricoltura moderna descritta come dannosa, è un errore che danneggia l'intera filiera. La chiusura verso le nuove tecniche di evoluzione assistita, come il miglioramento genetico mirato a difendere le piante dalle malattie e dalla siccità senza usare pesticidi, priva il settore di risposte reali ai cambiamenti climatici. Questo motivo di rifiuto della tecnica ha ridotto la produttività di settori importanti come il mais e il grano, costringendo il nostro Paese a importare materie prime dall'estero per soddisfare le richieste della produzione alimentare. Abbiamo ridotto la nostra sicurezza produttiva per inseguire un'idea ideale di agricoltura del passato, esponendoci alla dipendenza economica dai mercati esteri.
L'analisi economica dimostra che il modello basato unicamente sulle piccole produzioni locali e sui presidi territoriali ha trasformato il cibo di qualità in un bene accessibile solo a fasce ristrette e benestanti della popolazione. Se la produzione è limitata e costosa, i prezzi aumentano, escludendo chi ha un reddito basso. In questo modo si crea una separazione netta: da una parte un cibo certificato e idealizzato per chi se lo può permettere, dall'altra i prodotti della grande distribuzione per la maggioranza delle persone, proprio quella produzione comune che viene criticata ma che garantisce l'accesso al cibo a prezzi sostenibili per le famiglie meno abbienti. La stessa Università di Pollenzo, con i suoi costi di iscrizione accessibili solo a livello internazionale, forma professionisti della comunicazione e del racconto commerciale, confermando che la priorità è diventata la gestione dell'immagine del cibo piuttosto che lo studio tecnico della produzione nei campi. Si è creata così una forma di aristocrazia del gusto, dove la qualità alimentare non è un diritto universale ma un privilegio economico.
La saldatura politica tra questa visione e il moralismo neopauperista di alcuni settori del mondo cattolico ha creato una difesa ideologica che blocca ogni discussione scientifica. Chiunque faccia notare i limiti economici e biologici di queste teorie viene descritto come un difensore degli interessi industriali, impedendo un confronto sereno basato sui dati. L'agricoltura non è un parco giochi tematico per cittadini nostalgici. L'agricoltore non è un custode romantico di un paesaggio immobile da finanziare con aiuti pubblici affinché rimanga uguale a se stesso per i visitatori di città, ma un imprenditore che deve gestire il rischio biologico, far quadrare i conti e applicare la tecnologia per inquinare meno e produrre meglio. Forzare il settore primario a rifiutare lo sviluppo significa condannarlo alla marginalità, riducendo la capacità del nostro Paese di competere sui mercati globali e di garantire l'approvvigionamento alimentare sicuro.
Il petrinismo, alleandosi con le correnti della decrescita, ha diffuso l'idea che l'efficienza industriale sia un crimine contro la natura, ignorando che l'aumento delle rese per ettaro è l'unico modo per non sottrarre ulteriore suolo alle foreste e alla biodiversità spontanea. Più l'agricoltura è estensiva e poco produttiva, più spazio richiede, aumentando la pressione antropica sugli ecosistemi veri del pianeta. Questo paradosso ecologico è stato sistematicamente nascosto dietro gli slogan promozionali. Abbiamo assistito alla celebrazione di modelli che funzionano bene come mercati di nicchia, ma che crollano se applicati alla scala globale delle grandi produzioni necessarie per i centri urbani moderni. Non si tratta di demonizzare la tradizione o le varietà locali, che hanno un chiaro valore storico e culturale, ma di non trasformarle in dogmi assoluti in grado di sostituire i piani di sviluppo industriale.
Ora che la parabola di Carlo Petrini si è conclusa, l'agricoltura deve guardare avanti con realismo. Ricordare la sua figura attraverso immagini poetiche di armonia rurale o attraverso la lettura del libro di Jean Giono sull'uomo che piantava gli alberi è comprensibile dal punto di vista umano, ma non aiuta a risolvere i problemi strutturali della produzione agroalimentare del ventunesimo secolo. L'agricoltura è una materia scientifica complessa che richiede investimenti, competenze e infrastrutture avanzate. Barbara Nappini ha dichiarato che il carisma di Carlin era il loro ombrello e che ora spetta a Slow Food dare concretezza alle sue idee, ma da uomo di sinistra ritengo che il progresso sociale passi dall'uso intelligente della scienza e non dal ritorno a tecniche del passato. Non abbiamo bisogno di messaggi sulla bellezza della povertà rurale o di progetti fermi alla sussistenza minima. Servono centri di ricerca scientifica attivi, tecnici preparati e aziende capaci di produrre cibo sano, sicuro e conveniente per tutta la società. Riconoscere il valore storico di Carlo Petrini significa anche analizzare con serietà e realismo scientifico i limiti della sua proposta, rimettendo al centro del dibattito i dati dell'agronomia moderna e le necessità reali delle persone.

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