di GABRIELE FONTANA
Queste riflessioni nascono da una serie di sollecitazioni che si sono susseguite in breve tempo, ma che mi spingono a una serie di considerazioni, forzatamente sommarie, in ultima analisi riguardanti il ruolo e l’importanza attribuita a livello politico al settore agricolo in Europa.
Parto dai meccanismi che l’Unione Europea ha messo in atto per incentivare la decarbonizzazione. Con il meccanismo ETS (Emission Trading System) siamo di fronte a una prima fase, di fatto un tentativo di incentivare la decarbonizzazione tramite la “finanziarizzazione” delle emissioni. In pratica le aziende vendono o comperano quote di emissione di gas serra a secondo di come si pongono nei confronti dei “tetto” stabilito negli obbiettivi europei.
Come operatore economico posso investire nella riduzione delle emissioni, adeguando impianti e processi, oppure acquistare le quote di emissioni in eccesso su un mercato che ha caratteristiche finanziarie. Per evitare che questa forzatura si traduca in delocalizzazione, interviene il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), una sorta di tariffa doganale sulle “importazioni di emissioni”, a compensazione di quelle generate al di fuori dell’UE. A parte che il tutto si traduce in ulteriori oneri burocratici in un sistema già sovraccarico, il risultato finale comporta, ovviamente, in un incremento di costi, soprattutto per tutte le industrie energivore, come quelle che producono fertilizzanti sul territorio continentale, e questo avviene tramite l’applicazione dell’ETS. Lo stesso vale però nel caso si importino, mediante l’applicazione del CBAM. Entrambi i meccanismi prevedono misure di salvaguardia volti ad evitare rincari eccessivi dei prodotti coinvolti.
La prima sollecitazione viene dalla presa di posizione del Parlamento Europeo, la cui Commissione ENVI (ambiente) suggerisce la sospensione per i fertilizzanti di questo meccanismo di salvaguardia, da compensarsi con misure economiche, oggetto di un Regolamento UE in via di emanazione che “consentirà agli Stati membri di fornire un sostegno finanziario urgente e mirato agli agricoltori maggiormente colpiti dall'aumento dei costi dei fertilizzanti e di altri fattori produttivi, modificando il regolamento sui piani strategici della PAC e il regolamento orizzontale.”, stando a quanto comunicato dal Consiglio lo scorso 13 luglio. In pratica, allo stato attuale, gli agricoltori pagherebbero i maggiori costi determinati da un mercato molto fluttuante, ma sempre in deciso rialzo rispetto ai livelli precrisi, nella prospettiva di avere nella prossima stagione maggiore liquidità per l’acquisto dei fertilizzanti stessi. In un suo comunicato dello scorso 7 luglio Copa-Cogeca sottolinea che questo potrà comportare, solo per l’urea, incrementi di prezzo da 40 a 60 euro per tonnellata, mostrando contestualmente scetticismo per i previsti meccanismi compensativi, dilazionati e temporanei. L’organizzazione degli agricoltori giustamente sottolinea come “rimuovere la clausola di salvaguardia invia un segnale errato ai produttori europei in una fase di estrema instabilità geopolitica”, con un senso dell’ovvio che evidentemente sfugge alle autorità dell’Unione.
Ma sono solo i fertilizzanti a premere sulla redditività del settore agricolo? Quanto avvenuto per il gasolio agricolo come conseguenza della crisi geopolitica degli ultimi mesi ha già infierito sul settore agricolo. Provo a spostare quindi l’attenzione sul metano, strutturalmente legato alla produzione di fertilizzanti e di energia elettrica, come fa Gianluca Alimonti in una nota apparsa su Climate Monitor .
In conseguenza dell’applicazione del regolamento europeo sulle emissioni di metano (Reg. UE 2024/1787) viene chiesto ai produttori mondiali di dimostrare i loro adeguamento agli standard europei di emissioni, cosa che gli stessi hanno già lamentato di non poter sempre fare. Alimonti conclude la sua analisi, fatti salvi i dubbi sull’efficacia climatica di una simile misura, sottolineando come “La stretta sul metano, figlia di un’ambizione climatica unicamente europea, rischia di tradursi in un ulteriore aggravio della già pesante crisi energetica che i cittadini del vecchio continente stanno sperimentando “. Tra i cittadini, lo ricordo anche se sono pochi, ci sono gli agricoltori, così come ci sono le loro attività produttive.
La sofferenza non è riservata al solo settore agricolo, constatazione che non determina sollievo alcuno. Durante la recente assemblea di Federchimica, il presidente dell’associazione industriale Francesco Buzzella (riprendo dal resoconto de “Il Sole 24 Ore” dello scorso 14 luglio) ricorda come a breve, per le imprese chimiche, l’ETS avrà un costo di 1,5 miliardi di euro all’anno, dai 600 attuali, tutte risorse che verranno sottratte agli investimenti. “Non è la concorrenza il problema, ma la concorrenza tra sistemi diversi che giocano con regole diverse. Rispetto ai nostri concorrenti soffriamo di asimmetria regolatoria, energetica, fiscale e negli aiuti di stato, tecnologica, commerciale.”
“Il CBAM poi è l’altra faccia della medaglia, un meccanismo complesso, ancora in fase di assestamento, la cui efficacia non è ancora stata verificata concretamente con il phase out delle quote gratuite. Così penalizziamo due volte le aziende e le incoraggiamo ad andare a produrre altrove”. Inoltre, secondo un’indagine dell’associazione europea dell’industria chimica (Cefic) dal 2022 al 2025 la produzione europea si è ridotta del 9% e gli investimenti nel settore del 90%, questi solo alcuni dei numeri che impietosamente il presidente Buzzella sciorina descrivendo lo stato della chimica europea. Per di più “pesa sulla competitività lo svantaggio enorme dei costi energetici. [...] Basti pensare che i prezzi del gas in Europa sono 3,3 volte superiori ai livelli americani”. Non è sufficiente, perché “Per le imprese chimiche europee l’incidenza dei costi della regolamentazione UE sul valore aggiunto è più che triplicata, passando dal 4% al 13% nell’ultimo decenni [...] Passiamo più tempo a interpretare i regolamenti che a inventare i prodotti.” In conclusione “rischiamo di uccidere le imprese”.
Le sorti parallele del settore chimico rispetto a quello agricolo sono palesi e questa analisi senza remore lo conferma. Ricordo, per altro, l’importanza della chimica come fornitrice di mezzi tecnici per l’agricoltura, agrofarmaci e fertilizzanti, e per quest’ultimi la capacità produttiva in Europa è ormai ridotta al minimo.
Proprio riguardo ai fertilizzanti, colgo l’ulteriore sollecitazione che viene da un articolo scientifico di economisti agrari (Stepanyan et al., 2026. Fertilising Climate Policy: The Dual Impact of CBAM on EU Agricultural Emissions and Regional Disparities, Journal of Agricultural Economics, 2026; 0:1–17 qui). Il lavoro riporta a bomba all’accoppiata CBAM/ETS, offrendoci stime inquietanti. Leggo infatti (mia traduzione): “I risultati indicano che l'effetto combinato dell'eliminazione graduale delle quote gratuite e dell'implementazione del sistema CBAM raddoppierà i prezzi dei fertilizzanti azotati minerali. Si prevede che i prezzi più elevati ridurranno la domanda, portando a un calo del 21,4% della produzione interna e a una riduzione del 37% delle importazioni. Si prevede che l'utilizzo complessivo di fertilizzanti azotati minerali nell'UE diminuirà del 22%, parzialmente sostituito dal letame. Di conseguenza, si prevede che il reddito dei fattori agricoli dell'UE diminuirà del 7,7%, colpendo principalmente le regioni ad alto input. “
I costi presumibilmente verranno scaricati a valle - lo studio dice del 99% - incidendo ovviamente sui costi di produzione agricoli, con tutte le conseguenze che ne derivano e che sono messe in evidenza nello studio stesso, che prende in considerazione principalmente l’effetto combinato di ETS e CBAM, anche se altri elementi di contorno sono considerati (cfr. tab. 1, model assumptions). Le rappresentazioni geografiche nel lavoro mostrano chiaramente – icto oculi - che l’Italia è particolarmente coinvolta anche se una valutazione degli impatti sulle singole filiere agroindustriali non appare semplice.
Prendendo come attendibile la previsione di un decremento del 22% dell’uso di fertilizzanti azotati (ma quale quota degli altri elementi della fertilità andrà loro dietro?) si può pensare che debbano essere sostituiti da materiali organici contenenti primariamente N. Notata di passaggio la coincidenza di quanto qui emerge con gli obiettivi in termini di riduzione dei fertilizzanti minerali nella strategia Farm to Fork di sei anni fa e con obbiettivi al 2030, una nuova sollecitazione mi viene da recenti dati Eurostat. Le deiezioni animali, lo dice la strategia europea e anche il citato studio, sono indicate come ipotesi di sostituzione dei fertilizzanti minerali e qui abbiamo dei soggetti produttori primari, gli animali stessi.
Secondo la statistica europea ( EU livestock numbers continued to shrink in 2025 - qui ) negli ultimi dieci anni la popolazione di bovini è calata del’8,9%, quella dei suini del 9,7%, quella delle pecore del 12,2% e quella delle capre del 15,7%. Mode culturali, pressione ambientale e normativa, compressione del rapporto costi ricavi, invecchiamento degli allevatori e marginalizzazione delle piccole aziende, le cause sono molteplici, ma resta il fatto che meno animali = meno letame. A parziale consolazione, si deve considerare che il calo della popolazione bovina da latte è accompagnato da un aumento delle rese per capo in lattazione e dunque da una maggior produzione di letame per capo.
Ovviamente la considerazione ulteriore è che il novero dei concimi organici non comprende solo il letame, ma prodotti non trasformati di diversa origine, non solo agricola, ma anche civile e industriale, tanto che statisticamente l’UE li annovera, insieme a quelli minerali, in un complesso “albero” interpretativo, che riporta, oltre ai diversi tipi di letami, solidi, semisolidi e liquidi, distinti per animali di provenienza, i residui vegetali, i sottoprodotti dell’industria alimentare, i fanghi degli impianti di depurazione e il compost da rifiuti organici urbani (qui), come riportato nella tabella in calce all’articolo.
Acquisiti anche questi elementi fattuali, è possibile provare a delineare uno scenario complessivo, consapevole di aver più posto problemi che offerto soluzioni, soprattutto in riferimento ai fertilizzanti azotati, oggetto di futura proibizione (urea) e più strettamente dipendenti dal quadro economico-politico mondiale.
- In premessa è possibile affermare che il quadro geopolitico incide pesantemente sui costi dei fertilizzanti, in modo spesso imprevedibile. Lo si è visto recentemente con aumenti repentini, solo in parte rientrati.
- Gli attuali consumi di N fanno riferimento a pratiche colturali sostanzialmente razionali, anche se si può considerare che tecnicamente si potrebbero utilizzare formulazioni (rivestite, a lento rilascio, associate a inibitori) più efficienti, ma anche più costose, rispetto alle commodity di più largo uso attuale.
- In termini di razionalizzazione dei consumi l’agricoltura di precisione può certamente influire, ma non è un processo che si attua in tempi brevi.
- In teoria il deficit di N e di altri nutrienti dovrebbe essere compensato da materiali di natura organica, i cui contenuti in termini di elementi della fertilità va valutato attentamente a seconda della natura e dell’origine. Questa è la prospettiva anche dell’utopica direzione strategica di Farm to Fork.
- I materiali organici prodotti in ambito agricolo (liquami, digestati, letame) sono già largamente, se non totalmente, utilizzati nelle filiere corte aziendali; quindi, già forniscono elementi e rientrano nel computo attuale, ovvero non possono costituire potenziali incrementi. Sono inoltre rigidamente collegati all’allevamento, più o meno trasformati che siano, ad esempio come digestati da biogas. Peraltro, il loro uso (e qui si pensi nello specifico all’ambiente padano) soffre di vincoli legati alle normative volte a prevenire l’inquinamento da nitrati delle falde. Un più rilevante recupero dell’azoto presente in tali concimi può ottenersi con l’interramento per prevenire perdite da volatilizzazione dell’ammoniaca o riservandone l’uso alle colture estive che sono quelle in grado di utilizzarli in modo più efficiente.
- Un contributo potenziale, ma da quantificare, può venire dal sovescio di piante azotofissatrici, dove e quando possibile. Comunque, il loro ciclo colturale rappresenta un costo e quindi occorre domandarsi quale sia infine il costo per unità di N.
- Possiamo pensare che la situazione porti a reperire altri materiali organici sul mercato, sempre come e quando disponibili e molti dei quali già destinati alla produzione di fertilizzanti organici. Qui si aprono altre considerazioni:
- L’utilizzo di materiali organici di elevato volume e di basso valore aggiunto ha un senso – lo insegna il settore della chimica da biomasse e dell’uso energetico – se la filiera disponibilità > trasformazione > distribuzione > impiego finale si attua su distanze contenute, altrimenti l’incidenza dei costi di trasporto diventa troppo rilevante.
- Ulteriore considerazione va fatta tra il momento temporale di disponibilità all’origine e quello di impiego agricolo, con necessità di capacità di stoccaggio temporaneo presumibilmente rilevanti.
- Rispetto a quanto sopra, si fa spesso riferimento ai materiali di risulta dell’industria, in particolare quella alimentare. Sono materiali di natura diversa, il cui valore va valutato in termini agronomici. Per di più una parte considerevole è già utilizzata come alimento zootecnico (o reimpiegata in processi industriali). In pratica una “coperta corta”, che può portare a distorsioni di mercato, anche a carico della zootecnia.
- La vasta adozione della raccolta differenziata della frazione organica dei rifiuti urbani rende disponibili quantità rilevanti di prodotti di risulta dei processi di compostaggio e di utilizzo energetico (biogas) degli stessi. Si possono aggiungere per affinità i fanghi degli impianti di depurazione. Si può pensare che uno dei motivi che hanno portato a enfatizzare la sostituzione dei fertilizzanti chimici di sintesi risieda nella necessità di smaltire le considerevoli masse dei materiali di trasformazione di cui c’è cospicua disponibilità. Se non collocati diventano a loro volta un problema. Anche qui si deve procedere a una attenta valutazione agronomica, igienica, ambientale e di variabilità delle caratteristiche in previsione del loro impiego in campo.
- In ultima analisi il problema è sempre il costo dell’unità di N e degli altri elementi, franco azienda agricola.
- Posta la disponibilità in azienda, anche questa deve pensare alle necessità relative allo stoccaggio e distribuzione di volumi rilevanti, certamente con modalità meno facili e più costose rispetto a fertilizzanti, come quelli di sintesi, ad alto contenuto di elementi, che occupa poco volume, si distribuisce facilmente e permette ampia flessibilità di impiego, in superficie o interrato, in presemina o in coperture.
- La differente forma fisica richiede anche attrezzature differenti per la distribuzione, la cui disponibilità aziendale non è scontata, anche se quelle per la distribuzione di materiali liquidi o semiliquidi possono essere più comunemente presenti.
- L’uso di materiali di questo genere richiede pratiche agronomiche conseguenti, come l’interramento (una distribuzione in superficie appare irrazionale) che ha un costo e può precludere o condizionare una pratica virtuosa come il sod seeding)
- Un vantaggio può derivare dall’arricchimento di sostanza organica nel terreno, vantaggio in termini di fertilità, di ritenzione idrica, di contenimento della dispersione ambientale di sostanze chimiche (anche quelle di origine naturale, ovviamente) , ad esempio i nitrati, ma il tutto rappresenta un processo a lungo termine, il cui impatto agronomico e ambientale richiede valutazioni non facili, da effettuare ambiente per ambiente.
In conclusione, il quadro delineato è alquanto complesso e non ho pertanto la pretesa di indicare tutti gli elementi di conoscenza e di giudizio. Certamente, la riflessione svolta si gioverebbe della disponibilità di un inventario quantitativo delle fonti di azoto organico impiegabili in agricoltura e dei relativi costi dell’unità di azoto distribuita in campo.
Alla fine, però, i costi di produzione, la produzione stessa e la produttività chiedono il conto, al di là delle più o meno realistiche ed efficaci strategie ambientali e dell’attendibilità dei loro risultati. Il sospetto, a mio avviso fondato, è che all’agricoltura vengano oggi addebitati costi che non le competono, a dispetto del proclamato valore strategico nell’ambito dell’economia e della sovranità alimentare nazionale ed europea.



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