di MICHELE LODIGIANI
ARTICOLO USCITO IN ORIGINE SU: www.spigolatureagronomiche.it
Il rapporto fra società e agricoltura è spesso viziato da pregiudizi e fraintesi, quando non da vere e proprie mistificazioni. Se ne trova conferma anche in alcune delle opere recensite nei numeri precedenti di questa rubrica: libri o film di autori titolati, a cui viene riconosciuta grande autorevolezza e competenza nei rispettivi settori o perfino la qualifica di artista quando il frutto della loro fatica è, appunto, un’opera d’arte (o presunta tale), ma che quando trattano di agricoltura raramente si distinguono da una convenzionalità di pensiero che poco ha a che fare con un’approfondita conoscenza dell’argomento, assai di più con la vulgata mediatica che – povera di contenuti – è invece ricca di termini ad effetto che ne nascondono l’inconsistenza.
E così parole come naturale, chimico, biologico, intensivo, biodiversità, OGM, ambiente, ecc., anziché definire un vocabolario comune utile a chiarificare il dibattito, vengono distorte fino a divenire esse stesse fattore di confusione. Non è un problema che riguarda solo l’agricoltura: tutti i settori economici ne soffrono, tuttavia il nostro – forse perché in buona parte opera all’aperto, sotto gli occhi di tutti, e produce ciò che ogni giorno in più occasioni ingeriamo – è oggetto di una ensibilità tutta particolare. Chiunque si sente quindi autorizzato, anche quando assai poco titolato, a dire e perfino a scrivere la sua e a insegnarci il nostro mestiere in forza di competenze acquisite non si sa quando né come. Nulla di simile può riferirsi ai libri che si recensiscono in questo numero.
VERSUS – Diecimila anni di diatribe su geni e colture – di Andrea Sonnino
Un lungo viaggio attraverso la storia (e preistoria) dell’agricoltura, dalle prime domesticazioni di piante e animali ai giorni nostri, in cui Sonnino – novello Virgilio – ci accompagna fermando la sua e richiamando la nostra attenzione su alcuni snodi particolarmente significativi del percorso. Un percorso tutt’altro che lineare, al contrario irto di difficoltà, passi falsi, ripensamenti e controversie: e proprio a queste ultime – cha hanno caratterizzato sempre, come caratterizzano oggi, l’evoluzione dell’agricoltura – si ispira il titolo del libro.
Tutte, d’altronde, derivano da quella originaria, al centro del primo capitolo: è stato davvero un buon affare l’”invenzione” dell’agricoltura? Forse no se, come sostiene la paleoantropologia più recente, l’Uomo cacciatore e raccoglitore era più sano, più longevo, fisicamente più sviluppato, meglio alimentato e maggiormente padrone del proprio tempo. Perché mai, allora, ha ritenuto di fare consapevolmente e ripetutamente (in tempi e aree diverse e distanti fra loro) una scelta che ne ha peggiorato la condizione? L’autore del libro non tenta neppure di dare risposta a questo interrogativo, in cui vede il riflesso della maledizione biblica citata in epigrafe (Maledetta sia la terra nell’opera tua: nelle fatiche la mangerai per tutti i giorni della tua vita; spine e triboli germinerà per te e mangerai le erbe della terra …) e più in generale del mito di una preesistente età dell’oro comune a tutte le civiltà. Preferisce opporvi invece la considerazione – a sua volta discutibile – che senza la rivoluzione neolitica non avremmo mai potuto ammirare la Cappella Sistina, ascoltare la nona sinfonia di Beethoven e leggere L’Infinito di Leopardi.
L’autore di questo articolo, al contrario, propone non una ma due risposte, forse non irragionevoli: la prima è che l’Uomo in tutto il corso della storia (e presumibilmente anche della preistoria, perché no?) ha fatto sistematicamente scelte irrazionali, una regola che ai tempi nostri trova clamorose e reiterate conferme; la seconda è che la prospettiva di non dover più affrontare armato soltanto di una lancia rudimentale un mammifero cornuto, che corre più veloce di lui e il cui peso è di un ordine di grandezza superiore al suo, deve aver convinto l’uomo primitivo che valesse la pena di accettare in cambio qualche svantaggio: una considerazione, a ben guardare, tutt’altro che irrazionale. Qualsivoglia ne sia stato il motivo, con la domesticazione l’Umanità ha compiuto il suo primo “atto genetico”, imboccando una strada senza ritorno e innescando un processo coevolutivo che ha nel tempo portato ad un rapporto di reciproca dipendenza e adattamento fra uomo, piante e animali.
Da allora questo processo non è mai cessato e Versus ne ricorda molti passaggi fondamentali: l’impatto delle piante del Nuovo Mondo sull’agricoltura europea dopo la scoperta delle Americhe con l’introduzione di nuove specie ma anche di nuove fitopatologie; il balzo in avanti produttivo ottenuto da Nazareno Strampelli nelle prime decadi del XX secolo; la tragica vicenda di Vavilov, uomo avventuroso e rigoroso che rifiutò di conformarsi alle degenerazioni neolamarkiane di Lysenko – approvate da Stalin e quindi vere per definizione (e ritenute tali anche dagli epigoni diStalin in Occidente) – pagando un prezzo altissimo alla propria integrità morale e scientifica; l’evoluzione delle tecniche di mutazione indotta – nate pochi anni dopo Hiroshima dalla volontà politica di convertire ad impieghi pacifici l’energia nucleare – dalle prime irradiazioni dagli esiti casuali a quelle mirate degli OGM e infine a quelle di precisione del CRISPR-Cas9. Potrebbe parere, per gli argomenti trattati, una lettura impegnativa e ad alto rischio di noia, ma non è così: le competenze scientifiche di Sonnino – oggi Presidente della FIDAF (Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali) e con alle spalle un’importante carriera di accademico, ricercatore e biotecnologo – poggiano su una cultura generale assai solida che sa trovare le parole per far comprendere anche al lettore non specializzato il come e il perché delle cose, dando vita e colore ai fatti e ai loro protagonisti, ma che nel contempo riserva erudite sorprese anche al lettore scafato e non nuovo agli argomenti trattati. Una lettura quindi da consigliare a tutti, ma in particolare a chi non si accontenta del pensiero convenzionale di cui si è detto in premessa.
LA SPERANZA VERDE – di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara
Un libro, questo, in perfetta continuità con il precedente di cui potrebbe costituire un ulteriore capitolo, dove si approfondisce una specifica diatriba dei giorni nostri. Coppia nella vita oltre che nel lavoro, Brambilla e Fornara costruiscono il loro racconto su tre piani diversi ma strettamente intrecciati. Dal punto di vista scientifico veniamo guidati passo dopo passo – con linguaggio accessibile integrato da aneddoti esplicativi – nella comprensione dei fenomeni della fisiologia vegetale, dei meccanismi che regolano gli ecosistemi, di quelli alla base del miglioramento genetico. Al centro del lavoro di ricerca di entrambi gli autori, questi temi ne hanno determinato il percorso accademico e biografico: prima cervelli in fuga, accolti presso il prestigioso Max Planck Instistut di Colonia, dove trovano (parole testuali) un ambiente intellettuale stimolante, finanziamenti pressoché illimitati, strumentazioni all’avanguardia e il supporto di ottimi tecnici negli esperimenti e, ultimo ma non ultimo, un solido welfare che consente loro di conciliare il lavoro, ancorchè intensissimo, con l’attesa e la nascita della prima figlia; poi cervelli rientrati in patria in seguito all’ottenimento di un finanziamento europeo per un importante progetto di ricerca di Fabio. Davvero sconfortante il confronto fra la Germania, dove il sistema concorre ad attrarre e sostenere il lavoro dei ricercatori perfino in molti aspetti della vita quotidiana, e l’Italia che ti costringe – a maggior ragione se sei donna e madre – ad uno scontro perenne con la rigidità normativa, l’ottusità burocratica, le carenze strutturali, la micragnosità dei finanziamenti.
E’ uno stupefacente miracolo che, nonostante ciò, i nostri ricercatori compaiano stabilmente ai primi posti nelle classifiche per produttività, bandi vinti e pubblicazioni, come è appunto il caso di Vittoria e Fabio, il cui lavoro ha portato risultati importanti, per Vittoria il raggiungimento di un traguardo per il quale per una volta forse non è fuori luogo l’abusato termine di “epocale”: l’autorizzazione alla prova in pieno campo di una varietà di riso particolarmente resistente al brusone, una malattia fungina che può comportare rilevanti perdite di produzione, ottenuta da lei e dalla sua squadra di ricercatori con l’impiego del CRISPR-Cas9. Una storia a lieto fine dunque? No, o quanto meno non ancora! Se va riconosciuto che, sia pure timidamente, una certa accettazione della genetica vegetale avanzata ha cominciato a manifestarsi nella politica (recentissima l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del Regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche), in una parte dell’opinione pubblica e perfino dei media, resta tuttavia assai forte – dopo un trentennio di pregiudizio ideologico – il fronte degli scettici, dei contrari a prescindere, dei complottisti e dei duri e puri, alcuni dei quali disposti a passare all’azione.
La mattina del 21 giugno 2024 (solstizio d’estate, data forse non casuale per questa sorta di rito sacrificale) il proprietario dell’azienda agricola che ospitava il campo prova ne constatava la distruzione da parte di ignoti. Un caso isolato? Purtroppo no! Qualche mese dopo subivano la stessa sorte in Valpolicella alcune piante di vite Chardonnay geneticamente programmate da Sara Zenoni e Mario Pezzotti dell’Università di Verona per la resistenza a un agente della peronospora. Perfino la formidabile determinazione di Vittoria Brambilla a questo punto ha vacillato: la distruzione delle piante ha fatto rumore e se ne è interessata anche la stampa generalista, ma l’improvvisa notorietà l’ha rapidamente resa oggetto di contestazioni pubbliche e anche vittima di aggressioni verbali, sempre inaccettabili e più che mai assurde quando sono rivolte a una persona come lei, mite, sempre disposta al dialogo e usa ad ascoltare le ragioni altrui e a sostenere le proprie argomentandole.
Mite, dunque, ma anche tenace. Dalla cronaca sappiamo che le prove in campo non sono state abbandonate ma soltanto ritardate: nel 2025 è stato prodotto il primo vero e proprio raccolto di riso ottenuto con editing genetico, nel 2026 la superficie coltivata si è ulteriormente estesa, condizione essenziale per avere una base statistica sufficiente a validare la sperimentazione. Abbiamo detto di tre piani diversi ma intrecciati nella costruzione narrativa de La speranza verde: quello divulgativo finalizzato a rendere comprensibile al lettore l’oggetto degli studi degli autori; quello biografico, con il racconto assai vivace della vita quotidiana del ricercatore, delle speranze che lo animano, dell’organizzazione (o disorganizzazione) che ne inquadra il lavoro. Il terzo piano è quello personale e intimamente famigliare.
In parallelo alle vicende professionali, infatti, si sviluppano quelle famigliari, frutto dell’incontro fra due persone che condividono la passione per la scienza nell’accezione più nobile del termine, un sistema di valori, la curiosità intellettuale, la gioia della paternità e della maternità, la disponibilità a nuove esperienze e l’apertura agli altri. Ma in questo quadro così pieno di promesse irrompe improvvisa per Fabio la diagnosi di SLA, la consapevolezza di dover avvicinare il confine della propria vita e di doverlo raggiungere con un’autonomia sempre più ridotta. Si preferisce qui – nel timore di non averne di sufficientemente adeguate – rimandare direttamente alle parole del libro, misurate, scevre da ogni compiacimento pietistico, perfette nella loro essenzialità che restituisce la profondità che può raggiungere l’amore coniugale per chi sa esercitare, in aggiunta a quella che ne ha permesso l’affermazione professionale, la più rara fra le forme di intelligenza: quella del cuore.
SCIENZA E’ CULTURA – Paola Dubini e Fiorenzo Galli
Non c’è momento della nostra giornata o fenomeno sociale in cui la scienza non abbia un ruolo preminente: quando mangiamo, ci curiamo, lavoriamo, comunichiamo, prendiamo decisioni personali o collettive, lo facciamo con gli strumenti che essa ci offre o addirittura grazie ad essi. Solo una stretta minoranza di noi, tuttavia, possiede l’attrezzatura culturale necessaria per confrontarsi in modo consapevole con essa, per comprendere i processi attraverso i quali essa si verifica, si afferma e si diffonde, per partecipare proattivamente alla sua integrazione nella sfera pubblica. Ne deriva, a seconda dei casi, una delega incondizionata ai tecnocrati e ai decisori politici, quando non un affidamento fideistico agli esperti o, all'opposto, una deriva antiscientifica alimentata da sospetto e complottismo. E’ da questa riflessione e dalla conseguente necessità di un approccio sistematico nel rapporto fra scienza e società che prende spunto questo saggio, scritto a quattro mani sotto forma di dialogo fra i due autori. E’ pur vero che non mancano anche i motivi di ottimismo: riviste e libri divulgativi raccolgono molti più lettori che in passato, festival e conferenze di argomento scientifico sono affollatissimi.
Anche la complessità dei problemi, tuttavia, è maggiore che in passato, fino ad escludere la maggioranza di noi dal confronto con questioni che ci riguardano da vicino. Un’esclusione che costituisce quindi, in una certa misura, un vero e proprio vulnus per la democrazia: se infatti è essenziale che chi è delegato a decidere abbia le competenze necessarie per farlo o sappia dove acquisirle è non di meno necessario che chi gli conferisce la delega (tutti noi) lo faccia con sufficiente consapevolezza.
Con efficace espressione gli autori definiscono questa consapevolezza “Cittadinanza scientifica”, marcandone così la funzione civica in termini di partecipazione alla vita della comunità. Accanto agli strumenti tradizionali, la scuola per prima, occorre dunque costruire un percorso formativo integrato, attrattivo per persone di età, cultura e competenze diverse, innescando un processo di apprendimento permanente, informale e diversificato. Ovvio che le nuove tecnologie – il cui cattivo uso è fra le maggiori concause dei complottismi e di altre consimili amenità dei nostri tempi – se impiegate virtuosamente hanno invece potenzialità straordinarie e indisponibili fino a poco tempo fa: tutorial, lezioni individuali o collettive on-line, questionari di verifica e quant’altro consentono un apprendimento graduale, flessibile, personalizzato e adeguato alle competenze dei singoli utenti. Altrettanto efficace può risultare un nuovo approccio ai canali culturali tradizionali: basti pensare al cambiamento avvenuto nei musei scientifici negli ultimi anni, con la loro trasformazione da esposizioni statiche a luoghi interattivi, dove non si va a guardare la scienza ma a farne esperienzadiretta. Non c’è parola nelle 144 pagine di Scienza è cultura – per altro assai scorrevoli e di piacevole lettura – che non sia totalmente condivisibile, ma forse proprio qui sta il limite del libro.
La forma del dialogo avrebbe potuto prestarsi al contradditorio, con l’illustrazione delle criticità e degli ostacoli che la società di oggi pone alla realizzazione di questo virtuoso metodo formativo. Al contrario la voce di Dubini e quella di Galli si integrano e confermano vicendevolmente, trascurando che la realizzazione di quanto propongono richiederebbe un mondo assai diverso da quello in cui viviamo. Ne risulta un manuale per “anime belle” (espressione da intendersi, in questo caso, nel suo significato letterale e non in quello irrisorio, forse d’uso più frequente) un po’ utopico e in quanto tale destinato a non essere realizzato che parzialmente e con esiti precari. Se credere alle utopie può rivelarsi a volte una pericolosa ingenuità, si può tendere ad esse con concreto realismo con ottimo successo.
E’ il caso di Dubini e Galli: entrambi ricoprono importanti incarichi nel settore dei musei scientifici e non si limitano quindi a teorizzare sui massimi sistemi ma sanno trasformare in fatti i principi e i metodi delle loro proposte. Una visita al bellissimo Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, di cui sono rispettivamente Vicepresidente e Direttore Generale, ne costituisce una prova convincente! Complesso e difficile, dunque, e non da oggi, il rapporto fra agricoltura, scienza e società: giusto quindi darne testimonianza e fare ogni sforzo per migliorarlo, come negli intenti dei libri presentati in questo numero di Spigolature Agronomiche. Non si può tuttavia non trovare un motivo di ottimismo nel constatare che – a dispetto degli scettici, degli oscurantisti, dei catastrofisti, dei complottisti, ecc. ecc. – il progresso di Scienza e Agricoltura non si è mai arrestato, contribuendo a quello sociale in maggior misura di ogni altro fattore. E’ probabile allora che ci aspettino altri diecimila anni di progresso … e di controversie.


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