venerdì 23 luglio 2021

AZIONE UMANA SUI BOSCHI ITALIANI NEL CORSO DEGLI ULTIMI SECOLI

 di PIETRO PIUSSI 


BOSCAIOLI
Una squadra di boscaioli friulani in Romania. I boscaioli sono in posa davanti all’obiettivo con gli attrezzi usati per il lavoro: le accette, i segoni e gli zappini.  In tal modo sembra intendano sottolineare l’orgoglio del loro mestiere e, quasi involontariamente, ostentano il mezzo con cui si procurano il lavoro. L’attrezzo diventa un simbolo. La presenza di guardie armate è il probabile segno della presenza in bosco di lupi ed orsi.
Introduzione

Un numero della Rivista (www.itempidellatera.it)  dedicato alle foreste si presenta in un momento in cui ferve il dibattito sull’ambiente, sulla deforestazione e sul ruolo delle foreste nella regolazione del clima e, a scala nazionale, sulla situazione forestale italiana, sui beni e servizi che si possono ottenere dai boschi, sul ruolo della selvicoltura, su alberi e verde urbano. Intendo esporre alcune considerazioni su questo tema e più precisamente sulla percezione della selvicoltura da parte di alcuni settori della società prendendo lo spunto dal concetto di paesaggio, dato che il bosco rappresenta una parte non di rado dominante del paesaggio italiano Con questa chiave di lettura la selvicoltura non è solo la scienza e la pratica di coltivare i boschi, applicando i principi dell’ecologia forestale, per condizionarne la struttura e la composizione specifica ma va intesa in senso lato come l’applicazione di queste pratiche in un certo luogo ed in un dato momento, fatto che richiede conoscenze relative alle infrastrutture necessarie per svolgere i lavori, all’economia nonché delle esigenze e delle richieste della società.
Essa è il punto di incontro di discipline e interessi diversi e deve essere vista come “l’insieme delle attività di coltivazione svolte nei boschi con scopi diversi in risposta alle esigenze dei singoli e della comunità, quali si vengono a determinare in un particolare momento storico ed in un determinato contesto sociale, preservando nel tempo la qualità e la quantità del patrimonio forestale” (Piussi et al. 1973). Se l’uso del bosco secondo questi criteri costituisce un fatto concreto, ossia un fattore della costruzione del paesaggio, è utile la definizione che di esso viene data dalla Convenzione Europea sul Paesaggio (Firenze, 2000; da ora CEF): “una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni». Ricordiamo che in Italia vige il D. lgs., 22/01/2004 n° 42, secondo il quale “Per paesaggio si intende il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni”. Tale Decreto afferma cheLa ripartizione delle competenze in materia di paesaggio è stabilita in conformità ai principi costituzionali, anche con riguardo all'applicazione della CEF”. Può essere utile analizzare quattro termini ed espressioni che fanno parte della definizione del CEF: “percezione”, “parte di territorio” “popolazioni” e “fattori naturali e/o umani” alla luce della descrizione e interpretazione del bosco e delle attività forestali. 

La percezione

Ogni essere umano ha una percezione dell’ambiente che lo circonda assimilabile a ciò che si intende come paesaggio sensibile o visivo, ossia “ciò che l’occhio può abbracciare in un giro d’orizzonte e percepire con tutti i sensi “(Biasutti 1947) La CEF precisa meglio questo concetto in quanto rimanda a chi percepisce, ossia alle popolazioni.

Un bosco ceduo dopo il taglio di utilizzazione fornisce ad un tecnico una immagine della fase finale di un ciclo produttivo e l’inizio di un nuovo ciclo, ma al profano appare spesso come una immagine di distruzione del bosco. 

Senza addentrarsi nell’ambito della fisiologia e della psicologia della percezione, ai nostri fini può essere sufficiente schematizzare il processo di percezione come l’elaborazione fisica e mentale dei segnali ricevuti tramite i sensi - in particolare la vista - che dipendono da diversi fattori: le condizioni fisiche con cui si vede un determinato oggetto o insieme di oggetti (luminosità, vicinanza, condizioni meteorologiche), i sensi del corpo che eventualmente si affiancano alla vista, lo stato d’animo, infine la conoscenza preventiva dell’oggetto come realtà effettivamente vista (memoria) o come episodio di un astratto modello culturale (estetico, politico, urbanistico, scientifico ecc.) già posseduto. In queste definizioni di percezione manca tuttavia un riferimento esplicito alla dinamica insita nella realtà percepita, nel nostro caso il bosco, e quindi ai cambiamenti che hanno luogo per l’azione degli “agenti naturali e/o umani” costituiti dai processi del ciclo vitale e dalle sue modifiche provocate da eventi meteorici e dagli interventi antropogenici di carattere accidentale o colturale .
In tal modo viene introdotta la componente “tempo” nella percezione del bosco: un tempo naturale, connaturato al ciclo vitale degli organismi ed un tempo umano, storico nel senso classico (Piussi e Zanzi Sulli 1997). Vi è inoltre, ovviamente, la dinamica di chi percepisce il bosco, dinamica di breve periodo, analogamente al “paesaggio sensibile” in momenti successivi, o nel lungo periodo, come rappresentazioni ripetute nel tempo che intercorre tra generazioni di osservatori. Qui si farà riferimento al contesto italiano con particolare attenzione al periodo compreso, approssimativamente, tra l’inizio del XIX secolo e il momento attuale in quanto la maggior parte degli alberi che costituiscono i nostri boschi è nata durante questo periodo. Dobbiamo inoltre chiederci come definire le “popolazioni” indicate dalla CEF e quali criteri vengono attivati nel processo percettivo. Possiamo ragionevolmente supporre che la percezione del bosco dipenda in buona misura dal modo con cui ci si rapporta con i beni e servizi ottenuti dal bosco stesso e quindi, indirettamente, dalla cultura di chi osserva. E naturalmente cambia con il cambiare del bosco che può trasformarsi da spazio decifrabile e, se del caso, gestibile ed utilizzabile, a spazio sconosciuto, incomprensibile e difficilmente o non gestibile.

Il bosco 

La maggior parte dei boschi italiani si trova in montagna e in collina mentre sono sporadici in pianura dove vive la maggior parte della popolazione (solo 5 dei Comuni con oltre 100.000 abitanti si trovano oltre i 200 m s.l.m.) che è quindi prevalentemente urbana e vive lontana dai territori boscati; questi si trovano in gran parte nelle aree definite “interne “ dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (Agenzia per la Coesione sociale, Presidenza del Consiglio dei Ministri). Le aree interne coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione. Negli ultimi due secoli si sono verificati notevoli cambiamenti nella società, nel paesaggio e nell’economia forestale italiana. Inizialmente - e fino alla metà del secolo scorso – erano elevati sia i prelievi di legname che i disboscamenti mirati ad allargare la superficie agricola e/o determinati dalla pressione del pascolo e le conversioni delle fustaie in cedui. A principiare dalla prima metà del secolo scorso ed in modo più rapido a partire dalla metà del secolo alcuni processi si sono invertiti: si sono eseguiti estesi rimboschimenti e, quasi contemporaneamente, ha avuto inizio la formazione spontanea di boschi su coltivi e pascoli abbandonati, molti castagneti da frutto sono stati convertiti in cedui e una parte dei cedui di faggio è stata avviata all’alto fusto oppure, con la cessazione dei tagli di utilizzazione, è iniziato lo stesso processo in modo spontaneo. L’entità delle utilizzazioni forestali – legname da opera e legna da ardere - si è ridotta ben al di sotto dell’incremento legnoso dei nostri boschi, pur essendo assai alto il fabbisogno italiano che deve venire soddisfatto con le importazioni. I “beni e servizi” richiesti nell’Ottocento, ossia nei decenni che precedono e seguono l’Unità nazionale, erano quelli di un Paese con un forte fabbisogno di combustibile per le necessità domestiche della popolazione, per le numerose attività artigianali e per le poche industrie. Altro legname era richiesto dall’edilizia e dal giovane sistema ferroviario. 
E’ chiaro che queste necessità erano percepite dagli economisti, dai politici e da chi si occupava della gestione delle grandi aziende agricole. Ma numerose altre persone erano coinvolte nei lavori di raccolta del legno e di prima lavorazione (traversine ferroviarie) e trasformazione (carbonizzazione) che avvenivano direttamente in bosco, mentre nelle vicinanze si trovavano gli insediamenti dove si svolgeva la vita dei lavoratori e delle loro famiglie. Una percezione più diretta, semplice e brutale. Un sintetico scorcio sulle condizioni di vita dei boscaioli e dei carbonai all’inizio dell’Ottocento viene fornito da Bellenghi (1816) che descrive la vita degli abitanti della montagna umbra: “Tra i contadini non vi sono famiglie più miserabili, più malsane, e soggette a pestilenziali morbi di quelle che abitano, e coltivano i terreni di montagna …. Colla ghianda formano il loro pane.” Questo riferimento all’alimentazione rimanda all’osservazione di Montanari (1997) secondo cui “i decenni fra XVIII e XIX secolo rappresentano, in varie aree europee, una sorta di minimo storico della disponibilità alimentare procapite” attenuato nelle zone di montagna dal pastoralismo e dalla raccolta di castagne.
 
 
La produzione dei castagneti è stata di grande importanza per la sopravvivenza delle popolazioni di numerose aree della montagna. La diffusione di organismi patogeni ed il minore interesse per la produzione delle castagne hanno determinato una riduzione della superficie dei castagneti. Questi ancora conservano in parte il ruolo produttivo tradizionale ma anche costituiscono una componente di valore estetico del paesaggio.

Limitatamente alla Toscana, Pazzagli (1973) dimostra che nella prima metà dell’Ottocento, fatta eccezione per le zone fertili di pianura e di fondovalle, le condizioni alimentari dei mezzadri (categoria in cui era compresa una gran parte dei contadini) erano “al limite della sussistenza” fino a creare “uno stato di vera e propria indigenza” allorché le vicende climatiche o la situazione economico agraria diventavano sfavorevoli. Questi cenni, seppur non necessariamente rappresentativi della realtà di tutto il Paese, e il riferimento al pane fatto con farina di ghianda mi inducono a descrivere in modo più dettagliato le diverse modalità attraverso le quali i boschi, dei quali di solito ricordiamo come cosa ovvia la produzione legnosa, siano stati nell’Ottocento, ma spesso anche nei secoli precedenti, anche una importante fonte di cibo per la popolazione rurale.Possiamo immaginare che questo aspetto contribuisse alla percezione del bosco: come suggerisce il detto toscano che descrive le condizioni di vita in montagna: “pane di legno e vino di nuvole” , ossia polenta fatta con farina di castagne e solo l’acqua come bevanda. Alcune specie arboree venivano, e sono ancora, utilizzate ed allevate per produrre alimenti, come il castagno, il noce, il pino cembro e, fino a tempi recenti, le querce ed il pino domestico ; castagne e ghiande venivano impiegate anche per l’alimentazione animale. Fino al 1944 la ditta Buitoni produceva la “Vegetina”, una farina formata da farina di ghiande di leccio e di castagne mescolata a quella di lupini, ceci, fave e piselli. L’uso delle ghiande come alimento, comune in varie zone d’Italia ( Donno, 1939), era comunque spesso un indice di miseria: la ghianda veniva infatti raccolta in autunno quando durante l’estate si era verificato il fallimento delle colture di cereali. In effetti vi sono forti differenze nella appetibilità delle ghiande di specie diverse (Giovannoni, 2019).
Venivano consumati i frutti di varie specie che oggi fanno ancora parte della nostra alimentazione. Dalla faggiola si estraeva l’olio sia in area alpina che nell’Appennino settentrionale (Rombaldi e Cenci, 1998) quando la produzione delle noci, usate allo stesso scopo, era insufficiente. Anche le bacche di lentisco fornivano un olio usato come alimento oltre che per l’illuminazione (Palazzo e Ogier, 1916). Funghi, mirtilli, more, lamponi e fragole sono stati certamente raccolti come cibo, ma il loro apporto energetico era modesto. Il bosco è stato sempre usato come spazio altro: primo fra tutti il pascolo degli animali domestici e a questo scopo riveste ancora un importante significato in vaste aree del nostro Paese. 
In alcune forme di uso del suolo la coltura agraria era combinata a quella forestale: il “bosco avvicendato” era un ceduo in cui, dopo il taglio della legna, la ramaglia rimasta al suolo veniva bruciata e le ceneri interrate per fertilizzare il terreno che veniva lavorato e poi sottoposto per alcuni anni  a coltura agraria (Perona, 1880). La “consociazione” consisteva invece nel praticare una coltura agraria in terreni occupati anche da castagni o altre piante da frutto, oltre che da alberi tagliati a capitozza o a sgamollo per ottenere fogliame da usare per l’alimentazione del bestiame. Frassini, olmi, pioppi, carpini, roveri e cerri sgamollati erano frequenti fino alla metà del secolo scorso nei prati falciabili.


Con il taglio dei rami di uno o due anni (ceduazione a sgamollo) si provvedeva in misura importante all’alimentazione degli animali domestici. Questi alberi, una volta cessato l’uso come  prati falciabili e pascoli  dei  territori della collina e della montagna hanno rapidamente formato ampie chiome ed hanno prodotto il seme da cui si sono originati i boschi post-coltura.




All’alimentazione del bestiame contribuivano sia l’erba raccolta in bosco, a mano o con il falcetto, sotto la copertura delle chiome, sia i polloni dominati tagliati insieme ad arbusti come primo taglio di “sfollo”, sia la frasca ottenuta dal fogliame dei polloni al momento della ceduazione. Dal bosco, soprattutto di castagno, si prelevava spesso la lettiera impiegata come giaciglio per gli animali stabulati e talvolta anche il terreno dell’orizzonte di superficie che veniva usato come fertilizzante negli appezzamenti coltivati. L’apicoltura si è sempre appoggiata al bosco per fornire alle api il nettare e la melata di numerose specie arboree ed arbustive. Non sappiamo quale peso avesse sull’alimentazione contadina la caccia che veniva praticata con varie tecniche in tutti i boschi, con diversi diritti e limiti. Piccoli boschetti impiantati secondo un preciso schema e successivamente potati in modo opportuno erano le strutture nelle quali si praticava la caccia con reti o con vischio: ancora oggi si trovano queste strutture (roccoli, bresciane, uccellande) create per facilitare una forma di caccia – l’aucupio - oggi vietata. 

 

La caccia con le reti, il vischio, i lacci e le trappole (aucupio) è stata una fonte non trascurabile di proteine per le popolazioni rurali. Questo roccolo sulle Prealpi Giulie, usato per la caccia con le reti ed ancora mantenuto nella sua struttura mediante potature, è conservato per motivi storici ed estetici dato che la caccia con questi mezzi è ora vietata.


Nell’Ottocento e nella prima metà del secolo scorso il bosco costituiva ancora uno spazio da cui giungeva, in momenti cruciali ed in diverse forme, una parte consistente dell’alimentazione della popolazione rurale. Queste forme di gestione difficilmente hanno lasciato traccia visibile sul terreno se non con la presenza di alberi che rivelano le vecchie forme di ceduazione, con tracce di sistemazione del terreno o con macie erette in seguito allo spietramento e presenti in boschi cedui che ora hanno riacquistato una completa densità; non sono invece evidenti le conseguenze su composizione del soprassuolo, fertilità del suolo, biodiversità. A partire dall’Ottocento e, in forma più accentuata, dalla seconda metà del secolo scorso, i grandi cambiamenti avvenuti nell’ economia del Paese (sviluppo dell’industria, nuove fonti energetiche, urbanizzazione, meccanizzazione del lavoro, costruzione di vie per gli spostamenti, nuovi mezzi di trasporto, ecc.) hanno progressivamente modificato o cancellato alcuni segni del tradizionale rapporto tra uomo e bosco o di essi si è dimenticato il significato. Se alcuni alberi utilizzati a questo scopo richiamano l’attenzione, lo sono più per le dimensioni eccezionali o per la stranezza del portamento che come documenti storici. Il ruolo dei prodotti forestali non legnosi (PFNL) è cambiato nell’arco di uno o due secoli: funghi e mirtilli sono uno degli elementi che attraggono i turisti oltre che, in alcuni casi, costituire di per sé, un prodotto di alto valore commerciale. I legami tra società e territorio si sono allentati, in particolare per quella componente della società, oggi maggioritaria, che dalla terra non ricava più direttamente il sostentamento.
E’ difficile sapere il grado di percezione da parte di un largo pubblico del cambiamento ambientale in atto che si esprime anzitutto con un aumento delle temperature dell’aria ed una riduzione delle precipitazioni. A queste nuove condizioni ambientali vanno probabilmente attribuite la diffusa mortalità dei polloni nelle formazioni di macchia mediterranea della Maremma toscana e la morte su vaste aree di numerosi abeti rossi, probabili prede di insetti sottocorticali, nei boschi delle Alpi orientali E’ inutile ricordare come questi fenomeni provochino la perdita di legname, la mancata fissazione di CO2, la riduzione della copertura del suolo e l’accumulo di necromassa che accresce la pericolosità di eventuali incendi. Con il passare del tempo alcuni servizi forniti dal bosco sono scomparsi e di altri si è resa palese l’utilità ma ve ne sono alcuni che sono sempre stati riconosciuti e considerati così importanti da garantire la conservazione del bosco: la regimazione delle acque, la protezione dalle valanghe, la stabilità delle pendici. Il ruolo della copertura boschiva sul ciclo dell’acqua è stato oggetto di indagini da lungo tempo: le chiome degli alberi e le caratteristiche del suolo riducono i tempi di corrivazione e, in misura inversamente correlata all’entità della precipitazione, i valori massimi di deflusso. Il materiale solido viene trattenuto grazie alla presenza degli alberi, della lettiera, della sostanza organica nel suolo, della sua profondità e porosità. Il problema delle alluvioni è purtroppo di attualità e l’alluvione di Firenze nel novembre 1966 è diventata emblematica. Un recente studio segnala come il problema sia, per certi aspetti, ancora aperto ma non sappiamo quale sia nella popolazione la percezione di questo problema. Il tratto a monte di Firenze del bacino idrografico dell’Arno (Sulli e Piussi 2018) misura 4.312 km2 di cui 3.773 km2 sono aree collinari o montuose ove la pendenza permette lo sviluppo di movimenti franosi. L’Inventario dei Fenomeni Franosi d’Italia (IFFI, ISPRA) registra 12.550 aree interessate da dissesti franosi o movimenti gravitativi per un totale di 638 km2: di questi circa 140 km2, ovvero poco più del 3,7% del territorio considerato è in uno stato attivo. Considerato che i dissesti interferenti con i corsi d’acqua hanno un’altissima potenzialità di produrre sedimenti per alimentare il trasporto solido, è d’interesse calcolare quanti dissesti gravitativi intersecano il reticolo idrografico che, secondo IFFI, è predominante in particolare per la loro estensione (6.432 dissesti per 525 km2). Tale aspetto è ancor più marcato per i dissesti attivi (1.675 dissesti per 113 km2) dato che le condizioni instabili sono spesso dovute all’azione di erosione dei corsi d’acqua. Secondo Corine Land Cover su una copertura boschiva e di “aree naturali” di 2.300 km2 che interessa la parte collinare e montana, si contano 332 km2 interessati da frane, pari a 14,4% del totale della superficie boschiva e le aree attive nella stessa condizione occupano circa 29 km2, pari a circa 1,2% della superficie boschiva. Di questi dati va tenuto conto in relazione alle modalità d’uso del suolo, e quindi alle forme di gestione forestale, e di manutenzione dei corsi d’acqua. 


Erosione del terreno

Nelle aree di montagna l’erosione del terreno e le frane costituiscono un problema diffuso ed ancor più lo erano nei secoli passati. Dalla fine dell’Ottocento e durante tutto il secolo scorso si sono fatti numerosi lavori di rinsaldamento del terreno, sistemazione dei corsi d’acqua e rimboschimenti con funzione protettiva. Questa immagine mostra un’opera di sistemazione di un torrente nella valle del Tagliamento, in Carnia (Udine) come appariva alla fine dei lavori nel 1923.


Lo sviluppo delle conoscenze sul funzionamento degli ecosistemi forestali, ma anche l’imprevedibilità di alcuni processi , accanto a cambiamenti nelle richieste di servizi hanno indotto in alcuni casi a modificare radicalmente la visione della realtà ecologica ed i criteri di gestione forestale. Un esempio è offerto dalle modalità di gestione del bosco ceduo come applicate in una grande azienda toscana e ritenute esemplari (Guicciardini 1896). L’utilizzazione più corretta del ceduo comportava, alla fine del Diciannovesimo secolo, il taglio di “frutici, arbusti e, in generale, tutte le piante nate dopo l’ultimo taglio e non appartenenti alla specie dominante”. La presa di coscienza del ruolo della biodiversità nel funzionamento degli ecosistemi ed il valore del legno di alcune specie legnose ha indotto, nel corso degli ultimi decenni, ad imporre la conservazione delle specie sporadiche al momento del taglio del bosco (ad es. Regolamento forestale, Regione Toscana, Art. 12 – Tutela della biodiversità) Un altro caso emblematico è costituito dalla coltura dell’ailanto. Questa specie, introdotta in Francia nel 1751, costituiva l’alimento per un lepidottero, il Bombyx cynthia (oggi Samia cynthia) che avrebbe potuto sostituire il baco da seta (Bombyx mori) affetto, verso la metà dell’Ottocento, da una patologia, la “pebrina”, provocata da un protozoo parassita (Nosema bombycis) che ne faceva temere la scomparsa e di conseguenza una crisi per la produzione della seta. L’ailanto era stato allevato inizialmente in Francia e successivamente in Italia (a Firenze, era sorta una “Società Ailantina Italiana”) ed era stato diffuso lungo linee ferroviarie e scarpate ripide in Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto (Gazzetti 1893). Oggi il “baco selvaggio, che si pasce delle foglie dell’ailanto” è dimenticato e l’ailanto è considerato specie legnosa aliena invasiva la cui diffusione viene, ove possibile, osteggiata. Nella stessa categoria rientra la robinia che però ha costituito importanti formazioni boschive (nel solo Piemonte i robinieti coprono oltre 100.000 ha), anche su terreni occupati da boschi degradati come i castagneti devastati dal cancro, e riveste un ruolo non trascurabile nell’economia di diverse Regioni attraverso la produzione di legname (combustibile e paleria) e di nettare prezioso per l’apicoltura.

Le popolazioni 

Anche se la differenza tra mondo rurale e mondo cittadino si è fortemente attenuata con il passare del tempo, per svolgere questa analisi ho ritenuto utile distinguere una popolazione “rurale” da una popolazione “urbana”, distinte in base al rapporto ed alla percezione che ciascuna di esse ha con lo spazio occupato dalla vegetazione agricola e forestale, le “aree verdi”. Non a caso è stato suggerito (Giordano, 2006) di correggere la definizione di CEF sostituendo “popolazioni” con “abitanti del luogo o visitatori”. Sia pure con una forte semplificazione, la distinzione proposta permette di distinguere, per quanto riguarda la tematica forestale, le parti che si confrontano nei dibattiti sulla tutela dell’ambiente e sulle modalità di gestione dei boschi. Il bosco viene percepito in relazione alle attività che gli appartenenti a ciascuna popolazione svolgono o vedono svolgere in esso. Nei territori in cui i boschi sono una presenza importante, numerose persone – una popolazione rurale - hanno una occupazione ad essi direttamente (boscaioli, trasportatori, imprenditori, sorveglianti) o indirettamente (commercianti locali, operatori del turismo) collegata. I membri di questa popolazione spesso detengono diritti di proprietà o di uso della terra, vivono in una comunità con cui condividono rapporti familiari, di lavoro, usanze, partecipazione ad episodi di vita collettiva. Il bosco fa parte di uno spazio vissuto nel tempo del lavoro e sono consci della sua trasformazione di cui sono anche, in misura più o meno grande, autori ed attori. Vi sono legami economici oltre che, e forse prima che, emotivi con i boschi che condizionano la percezione del paesaggio in cui vivono e operano e che costituiscono un importante elemento d’identità culturale.
 
 

L’accetta è stata l’attrezzo indispensabile per l’abbattimento degli alberi, integrato solo negli ultimi due o tre secoli dall’uso del segone, fino alla metà del secolo scorso quando è stata introdotta la motosega. L’accetta per il taglio di abbattimento ed altri attrezzi da taglio impiegati per produrre travi, scandole per i tetti, botti, erano oggetto di particolare attenzione da parte del fabbro che li produceva e del boscaiolo, del contadino o dell’artigiano che ne facevano uso.



Ne consegue anche una propria visione dei modi di sviluppo e di gestione dello spazio. La popolazione urbana viene a contatto con i boschi e li percepisce direttamente quando si allontana dal luogo in cui risiede ed eventualmente lavora, e quindi nel tempo del “non lavoro”, quando, tra l’altro, nel bosco sono in genere assenti le persone ivi occupate professionalmente. Già nel 1968 Susmel aveva messo a fuoco l’importanza della funzione igienico ricreativa della foresta, la cosiddetta «terza dimensione», e la necessità di valutare con metodo scientifico la capacità dell’ecosistema di reggere alla pressione di questa nuova forma di uso del bosco. Si pone però anche il problema di come la popolazione urbana percepisce, si comporta ed interviene nell’ecosistema foresta. La vita della popolazione urbana si svolge lontana dall’ambiente rurale ed ancor più da quello forestale; il distacco fisico e psicologico dagli spazi in cui si svolge la produzione agricola e forestale è anche un distacco economico. Un eventuale contatto con le attività relative alle foreste ed all’economia forestale avviene spesso attraverso i media che trasmettono informazioni non sempre chiare relative alla selvicoltura ed all’economia forestale e spesso illustrano ambienti naturali di parti diverse della terra in cui le attività antropiche sono assenti o comunque inserite in un quadro folclorico. Da diversi indicatori ci si rende conto che la società urbana, oggi largamente prevalente in termini numerici rispetto a quella rurale, possiede spesso una visione parziale e distorta del significato economico e del ruolo dei lavori forestali e, più in generale, ignora il funzionamento degli ecosistemi forestali e delle interazioni che essi stabiliscono a livello territorio con l’ambiente urbano. Spesso il cittadino non percepisce il taglio degli alberi come una forma di coltivazione del bosco, non avendo più gli strumenti culturali per riconoscerne significato e funzioni, ma semmai privilegia le forme connesse alla storia naturale oppure procede alla mitizzazione del bosco che diventa custode della “naturalità ” in contrapposizione all’ambiente artificiale della città. Il bosco viene percepito ed apprezzato anzitutto per la bellezza, per il suo valore come spazio in cui è possibile migliorare in termini fisici e psichici la vita (sport, educazione, ricreazione), per il valore evocativo, talvolta per il significato religioso, complesso di servizi immateriali che il Millennium Ecosystem Assessment (MEA) indica complessivamente come “culturali”. Una indagine svolta in due province della Toscana tra persone riferibili nella quasi totalità alla popolazione urbana, il cui livello di conoscenze dell’ambiente forestale era molto basso, ha rivelato che i servizi di regolazione dell’ambiente sono percepiti come prioritari rispetto a quelli di produzione di beni materiali; nelle valutazioni sui problemi forestali prevaleva l’approccio emotivo rispetto a quello razionale (Paci e Cozzi, 2000). La percezione propria della popolazione urbana è dovuta non solo al ruolo, modesto, che le attività forestali rivestono nell’economia ma alla scomparsa della memoria e della conoscenza delle pratiche con cui le comunità legate al bosco hanno contribuito alla sua evoluzione, con interventi sulla vegetazione, sulla fauna e sul suolo. Nell’arco di tempo considerato per questa analisi – circa due secoli - si è verificato un avvicinamento spaziale e culturale tra urbani e rurali, ma anche un allontanamento della memoria del mondo rurale e dell’importanza che esso ha avuto nella storia della nostra società. D’altro canto le maggiori conoscenze ecologiche ed un diverso approccio etico al rapporto tra uomo e ambiente hanno parzialmente modificato il modo di vedere i boschi. La società urbana coltiva l’attenzione per i boschi anche grazie alla maggiore facilità di spostamenti, di tempo libero e all’accesso ad informazioni relative all’ambiente rurale, il livello e tipo di cultura ecologica si sono trasformati, ma la percezione del bosco non è uniforme in questi gruppi urbani consapevoli. Vi sono coloro che possiedono una formazione culturale di tipo naturalistico puro o applicato o anche sono solamente attenti all’ambiente di cui sentono di fare parte ed introducono nella loro percezione non solo criteri emotivi ma anche scientifici, economici, tecnici, storici.

Alcuni lo interpretano come ecosistema (o biogeocenosi) e sono consci del funzionamento e dei processi dinamici del bosco nei quali interviene l’ “azione antropica” così che il bosco acquista una dimensione sociale. Anche grazie a questa parte della società si è evidenziata l’importanza di alcuni servizi ecologici del bosco in quanto beni comuni, non compresi tra beni pubblici e beni privati, ed individuati come tali in relazione alla loro funzioni. Un’altra parte, meno informata e meno aperta all’analisi razionale ed oggettiva del bosco, rivela una maggiore propensione a privilegiare la componente emotiva, con generici riferimenti agli equilibri della natura, scarsa comprensione della collocazione della fauna selvatica nell’ecosistema, sfiducia nelle basi scientifiche dell’operato selvicolturale, incapacità di riconoscere le tracce delle attività umana sulla vegetazione e sul suolo. Quando l’ideologia si sostituisce alla scienza nella percezione della realtà e nella formulazione di criteri guida della prassi è difficile, se non impossibile sviluppare un dialogo riguardo all’uso di criteri scientifici per valutare problemi ambientali. La selvicoltura tra “fattori naturali e/o umani” La selvicoltura ha sempre, necessariamente, tenuto conto dei fattori naturali nella crescita del bosco, nel suo impianto e nella gestione e ne ha fatto oggetto di studio sistematico da oltre un secolo, inizialmente prestando attenzione al clima e successivamente allargandosi al suolo, alla fauna domestica e selvatica. La percezione olistica, al tempo indicata come ecosistemica, è riconducibile agli studi di Odum (1971). La foresta, sistema complesso, è una realtà difficile da gestire sia per la ricchezza di componenti, della complessità dei rapporti tra di essi, sia per le diverse visioni, esigenze e richieste dei vari portatori di interessi - popolazioni urbana e rurale - costretti al rispetto delle leggi ecologiche. Le scelte di gestione devono anche tenere conto di componenti estranee all’ecologia: alcuni boschi costituiscono beni oggetto di proprietà di alcuni cittadini, altri sono di proprietà collettiva, altri ancora appartengono ad enti pubblici. Ma vi sono servizi offerti da tutti i boschi che costituiscono un bene comune, talvolta imprescindibile come l’aria, talvolta potenziale oggetto di mediazione come la ricreazione, di cui il valore è molto alto ma non facilmente quantificabile: ne consegue che la gestione forestale non può venire impostata solamente su basi ecologiche ma deve tenere conto del quadro economico e sociale del territorio. Sono particolarmente significativi i rapporti sempre più frequenti e stretti del bosco, in quanto fornitore di servizi culturali, con la città. La percezione del bosco dipende dalla cultura tecnica e scientifica, ma poesia, prosa, foto cinematografia e musica forniscono numerose immagini del bosco idealizzato, assunto a simbolo di sentimenti ed appartengono alla cultura umanistica che genera una sua propria forma di percezione del bosco. Questo secondo approccio non facilita la comprensione dell’ “azione dei fattori umani”, quindi anche delle attività forestali che invece possono venire percepite come fattori di alterazione se non di distruzione dell’immagine mentale che ci si è formata. Due “modi di vedere” che in modo diverso che possono creare delle frizioni tra componenti sociali diverse . Come si è detto, con “fattori umani” possiamo intendere agenti di ordine assai diverso – i boschi di Paneveggio, in Trentino, recano ancora le tracce della guerra 1915-1918 ed in quelli di Migliarino Pisano si riconosce chiaramente la pianificazione redatta a metà Ottocento – ma tutti i nostri boschi recano il segno del lavoro forestale.
Dal momento in cui, a partire da una settantina di anni or sono, nei lavori forestali si è diffusa la meccanizzazione sono cambiate le condizioni di lavoro: fatica, sicurezza, cultura tecnica, vita sociale. In precedenza, attraverso il lavoro svolto con mezzi e limiti tradizionali, si era costruita una cultura tecnica che ha consentito di guidare i processi di produzione di biomassa e di riproduzione delle foreste, oltre che di indirizzarne la composizione e la struttura, e si erano conservate e diffuse entità di livello sottospecifico con particolari metodi di propagazione. (rinnovazione, innesti, selezione). La percezione del lavoro è stata espressa attraverso la pittura e gli scritti, e la possiamo ricostruire indirettamente solo in modo generico data la scarsità di documenti. Viene rappresentato soprattutto il taglio degli alberi, dal forte significato simbolico, e, molto più raramente, il trasporto con zattere, muli o carri.

Immagini fotografiche di boscaioli e carbonai sono, ovviamente, assai più scarse; molto significativi gli ex voto conservati nelle chiese e alcune croci che si incontrano nelle valli a ricordare incidenti mortali. Alcune “foto ricordo” mostrano i boscaioli delle Alpi che impugnano gli attrezzi da lavoro - accette e zappini - spesso in modo ostensivo, non sappiamo se a simboleggiare la fatica o l’orgoglio del lavoro (Piussi e Ribezzi 2013). Il “fattore umano” che compare nelle definizioni di paesaggio è molto di più di una particolare presenza biologica ma è anche il segno di una cultura. Aver considerato l’uomo come una delle popolazioni che agiscono nell’ecosistema non significa ignorare il fatto che la specie umana ha una sua specificità in termini di capacità mentali, tecniche ed economiche (Piussi P. e Sulli A. 1997). La percezione del bosco è anche questo. Con “azione di fattori naturali e/o umani” si può intendere l’interazione della storia naturale e della storia sociale.
Non di rado la prospettiva storica è la sola chiave di interpretazione del bosco che si articola sul ciclo vitale dei vari organismi e sui “disturbi” esercitati dall’ambiente fisico e biotico e dalle attività antropiche. Dalla storia apprendiamo anche che i servizi richiesti dalla collettività al bosco si sono accresciuti con il tempo sia in conseguenza della crescita demografica sia alla richieste di una migliore qualità della vita in particolare per la popolazione urbana, ma vediamo anche che alcune di esse hanno una vita breve e possono indurre a prendere decisioni gestionali con conseguenze indesiderate o indesiderabili nell’evoluzione futura del bosco. La ricerca ecologica ha rivelati gli stretti legami tra le foreste e l’ambiente fisico ed il pesante impatto delle attività antropiche sui processi in atto nella biosfera. L’umanità è parte integrante della biosfera e pertanto i forestali hanno il dovere morale di gestire le foreste in modo ecologicamente e socialmente responsabile nel rispetto dei limiti indicati dalla scienza.
 
 

PIETRO PIUSSI
Già Docente di Ecologia forestale e Selvicoltura presso l’Università degli Studi di Firenze, è autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative. Con Giorgio Alberti ha scritto la monografia “Selvicoltura generale. Boschi, società e tecniche colturali” edita da Compagnia delle Foreste, testo di riferimento per lo studio di questa materia in Italia. 
 
 
 
 

 

1 commento:

  1. Alberto Guidorzi23 luglio 2021 14:39

    Gran bell'articolo che dovrebbe far meditare i fautori della decrescita.

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