lunedì 6 luglio 2026

TUTTI I DIFETTI DELLA CERTIFICAZIONE DEL BENESSERE ANIMALE - Dieci critiche argomentate al sistema di qualità nazionale per il benessere degli animali (SQNBA)

di GIOVANNI CERVI CIBOLDI



Articolo uscito in origine su : www.spigolatureagronomiche.it


Se, come dicono, la strada verso l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella che porterà all’introduzione della certificazione SQNBA negli allevamenti bovini non sarà poi così diversa. Presentata come uno strumento di miglioramento degli standard di benessere animale, rischia invece di rivelarsi un paradosso normativo in cui surrogare una miriade di diverse realtà operative in una unica conformità formale: una patente di eticità che, lungi dal premiare il valore intrinseco, genera costi, richiede investimenti, provoca asimmetrie competitive e paralizza la pianificazione di lungo termine. 

Elenchiamo qui dieci ragioni per cui questo sistema, così come è stato concepito, rappresenta un rischio per la stabilità e la competitività del settore; ma si tenga tuttavia presente che la strada potrebbe non essere senza ritorno: sebbene le prime pietre siano già state posate, è possibile confidare che le parti in causa abbiano  ancora il tempo e la volontà di correggere la rotta, trasformando questa opportunità in un percorso di crescita reale che non distorca i mercati ma che anzi valorizzi l’imprenditorialità degli allevatori italiani.

Primo: molte stalle richiederanno adeguamenti infrastrutturali di rilievo per essere conformate ai nuovi parametri. Soprattutto quelle di piccole dimensioni. Si capisce che chiedere a imprenditori di sostenere investimenti ingenti in stalle con scarsa liquidità e per le quali non ci sono prospettive di ricambio generazionale significa imporgli un’assunzione di rischio totalmente sproporzionato al beneficio che ne potrebbero trarre. Il timore che la certificazione finisca per accelerare la chiusura di stalle piccole o familiari è concreto, mentre la perdita di presidio territoriale e biodiversità zootecnica è ovvia. 

Secondo: nelle medesime, dove l’impossibilità di strutturare un organigramma aziendale complesso è cosa scontata, il tempo dedicato al lavoro amministrativo necessario a creare e gestire tutta la documentazione utile al mantenimento della certificazione diviene necessariamente tempo sottratto alla gestione diretta dell’allevamento. Con buona pace degli animali e del loro benessere. 

Terzo: la certificazione non prende vita da un vuoto legislativo. Fino allo scorso anno gli allevamenti ricevevano la visita di veterinari iscritti all’ordine e specificamente formati sul benessere animale e sulla biosicurezza delle stalle. Il risultato era una checklist di conformità e difformità e l’assegnazione di un punteggio chiaro, migliorabile negli anni successivi attraverso investimenti mirati a discrezione dell’allevatore. Il punteggio era poi comunicato alle latterie in modo che queste potessero conoscere con certezza il livello di adeguamento delle proprie stalle. Questa pratica, purché impegnativa - e di conseguenza costosa - aveva più di un merito: portava professionisti specializzati negli allevamenti, dava la possibilità agli imprenditori di pianificare gli investimenti e offriva alle latterie una gerarchia chiara di propri fornitori. Al contrario, la certificazione SQNBA dividerà unicamente gli allevamenti tra conformi e non conformi, con il problema per le latterie di dover gestire il latte non certificato. E se gestire significherà svendere, ecco che per le stalle l’adeguamento non sarà una scelta volontaria di qualità, ma una condizione necessaria per continuare a fare impresa: una sorta di tassa occulta da pagare per poter rimanere sul mercato. 

Quarto: la bulimia regolatoria cui il settore si sta assuefacendo sta trasformando il rapporto con le istituzioni in una caccia alla conformità formale e l’allevatore in uno sterile esecutore di protocolli, la cui competenza è sostituita da una croce su di un modulo. Ma il malessere degli allevatori deriva soprattutto dall’operare in un modello produttivo che non solo comprime costantemente la loro libertà di scelta, ma che rischia anche di essere stravolto da un giorno all’altro. Mai come negli ultimi anni abbiamo assistito a un’infinita serie di deroghe, revoche, eccezioni, revisioni, chiarimenti e rettifiche, tutti necessari a riparare ad errori che alla stragrande maggioranza degli allevatori sembravano ovvi fin dal principio. Gli effetti sono evidenti: la continua incertezza in cui si opera rende impossibile qualsiasi pianificazione a lungo termine, scoraggia gli investimenti e rende vani gli sforzi pregressi.

Quinto: si inizia ad intuire come introdurre una simile certificazione senza un preventivo studio dei suoi effetti sul mercato del latte sia un atto di superficialità prono a generare, nel medio periodo, un forte squilibrio sul mercato. Il motivo è abbastanza intuitivo: se, com’è vero, la certificazione dei fornitori sarà una condizione necessaria richiesta alle latterie per la distribuzione dei propri prodotti presso la GDO (la grande distribuzione organizzata, ovvero le catene di supermercati), ne deriva che tutti gli allevamenti che vendono il proprio latte a queste realtà saranno tenuti a certificarsi. Chi non ci riuscirà, avrà tra le mani un prodotto non compatibile con il business del proprio cliente, e dunque invendibile, col rischio di mancato rinnovo dei contratti.

Sesto: questa asimmetria non si genera solo all’interno del parco fornitori di una latteria, ma anche sull’intero settore lattiero caseario. Come preannunciato, la certificazione sarà sicuramente richiesta ai fornitori delle grandi latterie industriali, ovvero a quelli che già ora sono i più esposti alla forte volatilità dei prezzi di mercato. Al contrario, tutte le realtà di piccola e media dimensione produttrici di DOP e slegate dalle logiche della GDO non mostrano alcun interesse per la certificazione: i disciplinari di prodotto e i controlli interni alle filiere sono già abbastanza strigenti. Considerando che queste latterie sono - dati alla mano - anche quelle che remunerano maggiormente il latte dei loro fornitori, lo squilibrio che si verrà a creare sul mercato dei produttori è del tutto lampante: gli allevamenti più redditizi non dovranno certificarsi e continueranno ad essere i più retribuiti, mentre gli allevamenti con i margini più bassi saranno costretti ad investire e ad ottenere una certificazione che gli permetterà semplicemente di continuare a incassare meno.

Settimo: c’è poi un problema abbastanza serio di posizionamento sul mercato. Il mercato del latte italiano ha un forte legame con i sistemi DOP e IGP. La certificazione SQNBA si sovrappone a questi sistemi, senza integrarli. Se un tecnico del settore è tenuto a comprenderne le differenze, così non è per il consumatore, che si ritrova con un sovraccarico informativo nel quale è impossibile percepire alcun valore aggiunto. Siamo alle basi del marketing: in assenza di un valore aggiunto, si guarda unicamente al prezzo. Ecco che la certificazione aggiunge rumore, non valore: e un sistema che doveva elevare il prodotto finisce invece per livellarlo verso il basso. Il costo degli investimenti necessari per ottenere la certificazione finirebbe allora per ricadere interamente sulle spalle degli allevatori, senza che vi sia un ritorno proporzionale sul prezzo del latte.

Ottavo: il mercato è saturo di buone intenzioni, che però non pagano gli allevatori. In assenza di valore aggiunto per gli allevatori e per le latterie, la funzione della certificazione SQNBA diviene una mera clausola di salvaguardia utilizzata dalla GDO per costruirsi un’immunità mediatica a basso costo. E’ però una visione irrazionale: una patente di eticità non può mai essere una garanzia, e uno scandalo in una stalla certificata sgretolerebbe la credibilità dell’intero sistema. E a farne le spese, per primi, sarebbero gli allevatori. Ma, parafrasando Keynes: un mercato può rimanere irrazionale più di quanto tu possa rimanere solvibile. 

Nono: la certificazione non ha nessuna valenza sul piano europeo, né tanto meno globale. E’ materia puramente nazionale. Le stalle italiane, già gravate da standard igienici e ambientali molto più rigorosi rispetto alla media comunitaria, vedranno peggiorare ulteriormente la propria competitività rispetto ai produttori esteri che operano in regimi meno stringenti. Per il mondo, il latte è oramai una commodity: rincorrere la retorica è un lusso che il mercato non ci concede. Per sedersi al tavolo globale servono pragmatismo, efficienza e costi sostenibili. 

Decimo: la presenza di prerequisiti alla certificazione è un errore concettuale. Il solo fatto di pensare di poter determinare a priori chi è degno di iniziare il percorso certificatorio e chi invece ne debba rimanere escluso trasforma il benessere animale da impegno etico a semplice privilegio d’accesso, penalizzando chi opera in contesti più complessi o con minori risorse finanziarie. 
Qualsiasi tipo di imprenditoria, infatti, si basa sull’adattamento costante e chiede di essere giudicata sui risultati. L’imposizione di prerequisiti che fungano da limiti ostativi fissati in modo aprioristico è un concetto che nemmeno ISO, lo standard internazionale per la certificazione, ha mai voluto accettare, e che per questo non si comprende come possa essere stato concepito. E’ proprio considerando il paragone con le certificazioni universalmente riconosciute che sta l’errore più grottesco. Nel fatto che le ISO non certificano performance, ma sistemi di gestione. E il rispetto del benessere animale è esattamente questo, ed è solo questo che dovrebbe interessare a un ente di certificazione: che un’azienda abbia procedure solide per garantire il benessere dei propri animali. Si badi che questo è un equivoco metodologico di enorme rilievo che ci fa comprendere come la certificazione SQNBA sia, nei fatti, minata alla radice. Perché ha un fine impossibile, ovvero quello di cristallizzare il benessere in parametri fissi e a priori, e un approccio sbagliato, perché certifica la conformità a un modulo, o peggio a un’idea, e non la capacità di un allevatore di gestire il benessere degli animali in un contesto che muta ogni giorno.



Giovanni Cervi Ciboldi 

Laureato in lettere e filosofia presso l'Università di Pavia, ha successivamente approfondito la gestione e il management delle aziende da latte. Allevatore, dal 2016 ha preso le redini dell'azienda di famiglia.



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