lunedì 8 marzo 2021

LA COLTIVAZIONE DELLA SOIA E' VERAMENTE LA CAUSA DELLA DISTRUZIONE DELLA FORESTA PLUVIALE AMAZZONICA?


 

di ALBERTO GUIDORZI 



Sono venuto in possesso di questa foto satellitare degli incendi in atto nelle 24 ore nel globo e che mostra le zone d’incendi in atto individuate da Fire Information for Resource Management System (FIRMS) della NASA.

La visione mi ha immensamente meravigliato a causa della distribuzione degli incendi. Essa fornisce un panorama totalmente diverso da quello nel quale l’opinione pubblica ormai crede, influenzata in ciò dalla propaganda delle organizzazioni ecologiste come Greenpeace che riporta:” l’Amazzonia continua ad essere distrutta, spesso facendo ricorso agli incendi, per far posto alla monocoltura per la mangimistica e pascoli per il bestiame destinato alla produzione di carne e latticini”. Tutto ciò ha ormai radicato profondamente la convinzione che sia la foresta pluviale amazzonica ad essere in pericolo e non certo la foresta pluviale equatoriale africana o quella asiatica, come invece la foto mostrerebbe. E’ recente la polemica tra il presidente francese Macron ed il suo omonimo brasiliano Bolsonaro, dove il primo accusava il secondo di essere un deforestatore e l’altro gli rispose di non dire imbecillità! La fotografia dunque mostra una realtà ben diversa, tanto da far sorgere il dubbio sulla fondatezza attuale che la sola deforestazione sia in zona amazzonica. Anzi la fotografia mostrerebbe che non sono i brasiliani e le nazioni contornanti l’Amazzonia che incendiano, perciò verrebbe meno l’accusa che sono queste nazioni a praticare un’agricoltura intensiva o addirittura di rapina. Su questa evidente ed eclatante contraddizione ho voluto andare a fondo e documentarmi. Nella mia ricerca sono venuto in possesso di questo articolo: https://www.cultivar.fr/marches/la-culture-de-soja-ne-menace-pas-la-foret-amazonienne e di questo video https://youtu.be/YrvF4frP7TU che ci dà un’esauriente descrizione dello stato dell’arte odierno della coltivazione soia in Brasile e ci fa capire che la deforestazione è un fatto datato e non più attuale, cioè da relegare in tempi dove dell’ambiente le opinioni pubbliche avevano un concetto molto meno pregnante. Un ricordo di famiglia può confermare la cosa: i miei bisnonni materni alla fine del 1800 furono allettati dall’emigrazione temporanea in Brasile dove appunto disboscarono per piantare caffè. Anche qui vi è la conferma.
Qui di seguito si riferisce quanto dice lo studio di Alexandre de Lima Nepomuceno, Décio Gazzoni e Marco Antonio Nogueira di Embrapa soybean, cioè il centro delle ricerche agronomiche brasiliano. Esse partono affermando categoricamente che “lo sviluppo della produzione di soia in Brasile non minaccia la foresta amazzonica in quanto la deforestazione non è uno scenario prefigurato dal governo brasiliano sia per ragioni ambientali, che economico finanziarie”. Il Brasile è divenuto sì il maggior produttore mondiale di soia: nella campagna 2019/20 ne hanno prodotto 125 milioni di tonnellate su 37 milioni di ettari, ma non a detrimento della foresta amazzonica, anzi le ragioni sono ben altre e la foresta è stata ben poco intaccata. Sinteticamente la storia della coltivazione della soia in Brasile data 1882, tuttavia i primi tentativi fallirono per inadeguatezza varietale ai climi intertropicali. Solo nel 1940 e dopo un lungo lavoro di selezione varietale iniziarono le prime coltivazioni strutturate, ma fu tra il 1960 ed il 1970 che la coltivazione si sviluppò; prima a sud (Rio grande do Sul), poi man mano negli stati del centro (Mato Grosso) ed infine a nord (Parà). Tra gli anni 60 del secolo scorso ed oggi le superfici sono cresciute del 14,7%, mentre i volumi prodotti sono raddoppiati e ciò grazie alla triplicazione delle produzioni unitarie: da 1,12 t/ha sono passati a 3,3 t/ha.

Quali le strategie messe in atto? In primis si è fatto un grande sforzo per migliorare con metodi eminentemente agronomici le caratteristiche chimiche dei suoli tropicali, notoriamente poco fertili e facilmente degradabili, in secondo luogo si è operata una rizobiatura generalizzata (bradyrhizobium). Ciò ha permesso appunto di compensare la mancanza di azoto a disposizione in questi suoli. Inoltre si è ricorso alla co-inoculazione di azospirillum brasilense che ha la capacità di fissare l’azoto anche in presenza nei suoli di poco ossigeno; ormai il 25% dei produttori mettono in atto questa pratica ottenendo circa un 8% di aumento di produzione. Altro che agricoltura di rapina dunque! Altra importante innovazione è la tecnica della semina su sodo, pratica importantissima in suoli tropicali con equilibrio di fertilità molto instabile (il 90% della coltivazione di soia è ormai praticata su suolo non arato). Tra il 2003 ed il 2011 sono stati fatti calcoli che hanno stabilito che si è captato tra 1,4 e 1,6 tonnellate di carbonio/ettaro/ anno. Anche la copertura in intercoltura del suolo con graminacee tropicali è una pratica molto attuata; tra l’altro l’intercoltura è valorizzata in stagione secca dal pascolo del bestiame. Insomma il bilancio carbone della soia in Brasile e molto buono, forse migliore di quello della foresta amazzonica che è invece allo stadio maturo, cioè ha finito di crescere. A questo proposito, dato che la soia si è installata eminentemente su vecchie superfici a pascolo facili a degradarsi nelle loro caratteristiche pedologiche e sovrasfruttate per pascolamento intensivo, con la coltivazione della soia si assiste in realtà al recupero di questi terreni, spesso ormai marginali, ed al loro miglioramento ecosistemico; ciò in barba alla favola di Greenpeace su accennata. D’altronde che una monocoltura a leguminosa sia agronomicamente ben diversa da una monocoltura a cereali lo sanno tutti salvo Greenpeace, il cui compito principale è invece quello di diffondere ideologia per convincere gonzi a finanziarne le campagne. Infatti Greenpeace non sa neppure che in Brasile la superficie a monocoltura è in netto calo in quanto la coltivazione della soia aumenta la “safra” e la “safrinha” di mais, vale a dire la rotazione soia – mais (safra) e la semina di mais in secondo raccolto subito dopo il raccolto dei primi semi di soia (safrinha). Altro aspetto di cui tener conto è la considerazione che il Brasile dispone ancora di 30 milioni di ettari di pascoli degradati e quindi può proprio non disboscare per disporre di nuova superficie, basterebbe infatti mettere a coltura parte di questi 30 milioni di ettari. Tuttavia, essendo i coltivatori di soia dei veri e propri imprenditori, essi ben sanno che è molto meglio far produrre di più suoli già migliorati che non cercare di mettere in coltura ex-novo suoli degradati a cui obbligatoriamente si deve ripristinare la fertilità facendo investimenti in denaro. Insomma il sistema a due o addirittura tre colture per anno limita molto il ricorso a nuove aree di produzione.
Inoltre vi è da dire anche che in Brasile non regna l’anarchia, vi sono delle leggi severe che limitano l’iniziativa individuale, come quelle che fanno sì che il 66% del territorio brasiliano è costituito da aree protette e che solo l’8% di queste è SAU-Superficie Agricola Utilizzata (in Germania la SAU è il 57% e in Danimarca addirittura il 76% del territorio). In particolare in Amazzonia solo il 20% delle terre può avere destinazione agricola in quanto esiste una legge che obbliga al mantenimento della vegetazione indigena. Addirittura l’articolo di cui sopra riporta che tra il 2009 ed il 2017 solo 64.300 ha sono stati disboscati illegalmente, ossia lo 0,18% della superficie brasiliana di soia.

In conclusione: il forte aumento dei volumi di soia prodotti può essere spiegato soprattutto dal progresso agronomico, dai cambiamenti nelle pratiche e dall'intensificazione dei sistemi. Inoltre, le nuove aree di coltivazione sono prevalentemente terreni storicamente pascolati. Per contro lo sviluppo della produzione di soia in aree preservate, come la foresta pluviale amazzonica, non rientra negli scenari previsti dal Paese, per ragioni ambientali ma anche per ragioni agronomiche e finanziarie.




                  
                                                                                       
ALBERTO GUIDORZI
Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

 




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